Sono un uomo malato… sono un uomo cattivo. Un uomo che non ha nulla di attraente. Credo di essere malato di fegato,” sono queste le parole con cui l’uomo del sottosuolo si presenta. Fin dalle primissime righe il lettore che si cimenta con l’opera di Dostoevskij intuisce subito di avere a che fare con un personaggio completamente nuovo, con il capostipite di ogni antieroe apparso in letteratura. Nel romanzo manca una vera e propria trama: è il vissuto interiore del protagonista con i suoi dilemmi, i suoi tentennamenti, le sue contorsioni celebrali a dominare. Tutta una schiera di scrittori da Joyce a Kafka, da Pirandello a Svevo hanno un debito intellettuale, una parentela spirituale con l’uomo del sottosuolo.

Ma chi è l’uomo del sottosuolo? L’uomo del sottosuolo è un uomo che vive chiuso nel proprio buco, egli stesso ci descrive il proprio alloggio come un antro miserabile, situato nella periferia estrema della città, un luogo simbolico, metafora del bozzolo di malevolenza, invidia, odio, rivalità in cui è avviluppato:

Io sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza troppo lucida, ma addirittura ogni forma di coscienza è una malattia. Insisto su questo punto.

L’uomo del sottosuolo ribalta tutte le concezioni artistiche, letterarie, filosofiche fino allora in auge. La coscienza, quella coscienza che dal “conosci te stesso” socratico fino all’apoteosi del “cogito ergo sum” cartesiano l’uomo ha sempre cercato di approfondire, viene svilita e rinnegata, diventa la causa, l’origine della sofferenza psichica. L’intelligenza viene interpretata come una maledizione che grava sull’uomo, un fardello che lo opprime anziché salvarlo.

L’homme de la nature et la veritè, giacché l’homme de la nature et la veritè, per la sua innata stupidità, considera la propria vendetta semplicemente come un’opera di giustizia; invece il topo (ovverosia l’uomo del sottosuolo) per effetto della sua coscienza ipertrofica, non riconosce una tale giustizia. Si giunge, infine, al momento dell’azione, all’atto vero e proprio della vendetta. L’infelice topo, oltre all’abietto sentimento di partenza, ha ammucchiato dentro di sé una tale quantità di abiezioni in forma di problemi e di dubbi, ha ricondotto a quell’unico problema tante questioni irrisolte, che senza volerlo ha finito per circondarsi di una specie di fatale palude di fango puzzolente, costituita dai suoi stessi dubbi, dalle sue agitazioni.

Nietzsche parlando dei filosofi cita sempre le vette, le sublimi altezze dove gli uomini di rado hanno la tempra per sopportare quell’aria così rarefatta; la ricerca filosofica è un’ascensione verso l’alto; Dostoevkij invece ci parla di una discesa, di un precipitare nei meandri più oscuri della psiche, nel sottosuolo appunto, metafora dell’inconscio. Il sottosuolo è la più geniale scoperta di Dostoevskij, questo sarà l’humus dal quale lo scrittore attingerà per dare vita ai suoi personaggi più riusciti dal Raskol’nikov di Delitto e Castigo al terribile, inquieto Ivan dei Fratelli Karamazov

I mesi della genesi delle Memorie dal sottosuolo furono difficili per Dostoevskij: mesi che coincisero con l’aggravarsi delle condizioni di salute della prima moglie, Marija Dmitrevna. Lo scrittore assisteva assiduamente la moglie morente e nel frattempo si cimentava nella scrittura del romanzo. “Il racconto mi si allunga” scriveva al fratello.

Qualche volta ho l’impressione che non valga nulla, ma continuo egualmente a scrivere con calore; non so cosa ne verrà fuori… forse una porcheria, ma personalmente ripongo in esso grandi speranze.

Le speranze di Dostoevskij in realtà erano destinate a essere deluse. Il romanzo fu un vero e proprio insuccesso. Le idee espresse dall’uomo sottosuolo apparvero al pubblico paradossali, strampalate e insensate; il carattere stesso del protagonista venne dileggiato dai critici e definito artisticamente inverosimile, una reazione comprensibile, tenuto conto del clima culturale dell’epoca. Il romanzo, infatti, è uno schiaffo a ogni forma di decoro, di ragionevolezza, di giusto misura, è un romanzo osceno perché offende la morale borghese, porta alla luce tutti i pensieri inconfessabili, maligni che l’uomo, nel disperato tentativo di apparire una persona perbene, reprime giudiziosamente. L’uomo del sottosuolo invece ostenta la propria depravazione, la propria meschinità, i propri impulsi abietti, non si nasconde più dietro la proverbiale foglia di fico, ma è sincero fino all’indecenza

Le Memorie tuttavia non sono soltanto la confessione di una mente alienata, nevrotica diremmo al giorno d’oggi, uno studio psicologico, il romanzo ha un ulteriore chiave di lettura, imprescindibile dalle considerazioni filosofiche che vi sono espresse. Dostoevskij sintetizza anni di riflessioni su quella che era la sua concezione della natura umana. Emerge un nucleo tematico ben preciso: una critica feroce e serrata contro il razionalismo di matrice illuminista e contro il determinismo scientifico che aveva influenzato molte teorie sociali e filosofiche nella Russia del XIX secolo.

Il due più due fa quattro, signori miei, non è la vita, bensì il principio della morte stessa. Perlomeno l’uomo ha sempre avuto paura del due più due fa quattro, e io ne ho paura anche adesso.

Il due più due fa quattro è l’apoteosi della scienza che quantifica e prevede ogni atto, ogni comportamento, ogni azione umana, ma se tutti gli atti e tutte le azioni umane fossero predeterminati, che gusto ci sarebbe a vivere? È questo il succo della polemica, del tormento che affligge l’uomo del sottosuolo: l’angoscia di essere impotente contro una realtà già definita e determinata scientificamente, una realtà che, così codificata, di fatto sanzione la fine della libertà.

Il fatto è, signori miei, che a quanto mi è noto tutta la vostra lista degl’interessi di noialtri uomini è stata compilata secondo una media dedotta da cifre statistiche e da formule della scienza economica. I vostri interessi, si sa, sono la prosperità, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, eccetera, eccetera… Io voglio compromettermi personalmente e pertanto dichiaro audacemente che tutti questi meravigliosi sistemi, tutte queste teorie che intendono chiarire all’umanità la natura dei suoi autentici, normali interessi, per fare in modo che essa, sforzandosi di raggiungere questi interessi, diventi buono e nobile, ebbene, secondo me sono solamente dei sofismi! Sì soltanto sofismi!

Dostoevskij si scaglia contro ogni pretesa di definire l’uomo, di catalogarlo e assegnarli delle abitudini, delle aspirazioni, dei desideri quantificabili, perché la natura umana è tanto misteriosa quanto indomabile, non è docile, non si presta alla potatura, è insofferente alle regole, alle leggi, alle costrizioni. Quei sistemi che vogliono costringere l’uomo a forzare il proprio essere per adattarlo agli ideali che propongono, nobiltà, generosità, cooperazione pacifica in nome dell’utile e del benessere collettivo, sono drammaticamente ingenui e destinati al fallimento, perché l’uomo non può modificare il proprio carattere, non può decidere razionalmente chi e cosa essere, quali sentimenti e quali impulsi provare; il carattere umano non è il risultato di un intenzione, ma si sviluppa in modo autonomo, incurante di ciò che suggerisce la ragione. Dostoevskij rigetta le tesi degli utilitaristi, convinti che ciò che è vantaggioso, positivo, ragionevole sia la molla cha faccia scattare l’uomo. L’uomo è una creatura irragionevole, che spesso e volentieri agisce contro i propri interessi. 

La ragione, signori miei, è una buona cosa, questo non si discute, ma la ragione è pur sempre soltanto ragione e soddisfa soltanto le facoltà razionali dell’uomo. L’uomo, chiunque egli sia, ha sempre voluto agire come gli è parso e piaciuto, e niente affatto come gli comandava la ragione e il proprio interesse; infatti la volontà può andare anche contro l’interesse, e talvolta anzi ciò è assolutamente necessario. Se chiedete la mia opinione personale, vi dirò che amare soltanto la prosperità mi sembra addirittura sconveniente. Sarà bene o sarà male, ma talvolta distruggere qualcosa può anche essere molto piacevole. Io qui, in realtà, non parteggio per la sofferenza, ma non parteggio neppure per la prosperità. Parteggio per… il mio capriccio e voglio che mi sia garantito quando è necessario.

Ma che valore hanno queste riflessioni nel contesto odierno della nostra civiltà? Noi, nella psicosi collettiva delle tabelle e delle statistiche, abbiano codificato ogni comportamento umano, ci siamo sforzati di definire con ossessiva minuzia in cosa consista la norma, la salute, la ragionevolezza e ogni piccola infrazione, ogni discostamento da quest’onnipresente norma viene inevitabilmente patologizzato. Si può affermare che si sono avverate nel modo più tragico tutte le predizioni annunciate nel romanzo di Dostoevskij: siamo intrappolati in una gabbia di schemi, sistemi, divieti, confini, fisici e spirituali; ogni scintilla di creatività, di libertà, d’irragionevolezza è stata sacrificata sull’altare della scienza.