I cinque libri di Alessio Trabucco

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Sciascia ha la capacità di raccontare storie avvincenti in cui la fabula non è mai fine a sé stessa, disposizione di eventi ingegnata per compiacere il lettore, ma è già indagine sul mondo, esplorazione antropologica. Nell’Italia del 1961, orgogliosa del boom economico e demografico, Sciascia scaglia Il giorno della civetta, il primo romanzo sulla mafia che, per molti, ancora non esiste. È un giallo, la classica indagine su un omicidio, condotta però da un carabiniere parmigiano in una Sicilia dove a nulla serve la lente di Sherlock Holmes. Tra delazioni, false piste, omertà, dicerie e contraddizioni, più l’indagine procede meno si capisce cosa è successo, se non che una piovra invisibile è in grado di avvolgere coi suoi tentacoli tanto le istituzioni repubblicane quanto la mente degli uomini, per i quali è normale ciò che normale non è. Ne emerge un impietoso ritratto dell’Italia dove “non si può scherzare né coi fanti né coi santi: e figuriamoci poi se, invece che scherzare, si vuole fare sul serio.”

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita

Capolavoro al quale Bulgakov lavorò fino alla morte, Il Maestro e Margherita è un romanzo totale, tanto complesso quanto agile, che si presta a un’infinità di interpretazioni. Nella Mosca da poco sovietizzata improvvisamente appaiono Woland, niente meno che il demonio in persona, e la sua compagnia. Alle peripezie rocambolesche delle creature degli inferi si intreccia la struggente storia del Maestro, scrittore rinchiuso in una clinica psichiatrica, e della sua compagna Margherita, donna ormai sola e disperata. Se non bastasse, perfino Gesù e Ponzio Pilato sono legati ai destini di questi personaggi, in un intreccio di abilissima maestria che fa di tre storie un unico romanzo commovente e divertente, assoluto proprio perché quel che si racconta non ha nulla di contingente e storico, bensì pizzica le corde dell’eternità. Psicologia, teologia, politica, letteratura e filosofia si fondono con leggerezza in un romanzo polifonico e meraviglioso che sarà difficile dimenticare.

Mark Fisher, Realismo capitalista

Mark Fisher è stato un filosofo radicale polimorfo e accattivante, morto suicida tre anni fa, che ha analizzato gli effetti sulla cultura e sulla percezione del mondo del capitalismo cosiddetto neoliberista. Il realismo capitalista per Fisher è la massima There Is No Alternative estesa a tutta la vita civile e culturale, “analogo alla prospettiva al ribasso di un depresso che crede che qualsiasi stato positivo, qualsiasi speranza, non sia altro che un’illusione pericolosa.” Traendo esempi da film, musica, letture e esperienza personale, Fisher mostra come le società capitalistiche occidentali stiano diventato una guerra hobbesiana di tutti contro tutti, intossicate da un’atmosfera “che agisce come una barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione.” Ci costringe a realizzare che siamo calati in uno stato di “edonia depressa”, incapaci a inseguire altro che il piacere, in un mondo in cui “il capitalismo semplicemente occupa tutto l’orizzonte del pensabile.”

Michel Houellebecq, Serotonina

Houellebecq è uno scrittore senza mezze misure, estremo e brutale. O lo ami o lo odi. Entrambe le reazioni sono suscitate dalla sua unicità, ossia l’invadenza del suo occhio d’artista, impudente e depresso, fin nel più profondo alveolo dell’individuo, quel tenace scrigno di pudore inconfessabile. Molto più del banale rabdomante descritto da tanti recensori, in Serotonina Houellebecq mette in scena l’osceno del modo di vivere occidentale: un uomo esasperante, iperbole di tutte le nostre contraddizioni, e la sua vita sprecata. Sospeso tra il ricordo di amori stroncati e una paralizzante depressione, Florent-Claude, funzionario del Ministero dell’agricoltura, lascia la compagna e il lavoro in cui ravvisa il fallimento dello Stato e della politica e compie un viaggio solitario alla ricerca dei vecchi amori e amici. Se è vero che il mondo finisce “non già con uno schianto ma con un lamento”, così finisce Florent-Claude, espiando le colpe sue e di un’intera società. Dunque anche le nostre.

Emanuele Severino, La potenza dell’errare

Severino è stato uno dei pochissimi maestri del pensiero che l’Italia recente ci ha regalato. La sua produzione filosofica è pubblicata da Adelphi, mentre per Rizzoli sono apparsi i saggi divulgativi. A questi ultimi appartiene La potenza dell’errare, quindi niente paura: anche chi è digiuno di filosofia può farcela. Sottotitolato Sulla storia dell’Occidente, che per Severino è storia del nichilismo, la “suprema follia”, ossia “la persuasione che le cose siano nulla, e il viverle come un nulla”, questo libro mostra come lo scambio delle parti, cioè il rovesciamento del mezzo in scopo, sia caratteristico della storia occidentale. Allora tutte le ideologie – incluse le religioni, la democrazia, il capitalismo – che si servono della tecnica, sono destinate a perire perché la tecnica stessa da mezzo diventa scopo, ovvero nient’altro che l’aumento indefinito della potenza. Banalizzando, il nostro futuro sarà un fare per fare. Leggere Severino per credere.

 

I cinque libri di Claudio Chianese

Julio Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo

Rayuela è un romanzo-labirinto, costruito per essere percorso molte volte, lungo la linea ordinata dei capitoli oppure orientandosi a vista, seguendo gli indizi che Cortázar semina lungo le pagine, negli anfratti di una trama complessa, di certo confusa, giallo e storia d’amore, realismo magico e multiverso. E, al centro del gomitolo narrativo, la figura intensa, debordante di Lucia, la Maga, fonte di tutte le possibilità del femminile: madre, sposa, amante, sorella, strega. Rayuela è un tour de force emotivo, capace di scorci struggenti, ma soprattutto un grande esperimento del disordine all’interno del quale il lettore ricopre tanto il ruolo di cavia quanto quello di ricercatore. Il gioco del mondo, senza dubbio, perché al di sopra delle vicende dei personaggi, c’è un incontenibile afflato ludico, il desiderio di decostruire e ricomporre la vita in tutte le forme possibili: “la vita, come un commento di un’altra cosa che non raggiungiamo, sta lì, alla portata del salto che non facciamo.”

Carl von Clausewitz, Della guerra

Molto più citato che letto, il monumentale saggio del generale prussiano è la base della polemologia moderna. Diversamente dai classici di Sun Tzu e Vegezio, la dimensione tecnica, per quanto ampiamente presente, non è centrale: Clausewitz racconta soprattutto la semantica della guerra, al punto da risultare profetico per chi, oggi, legge la sua opera alla luce dei conflitti mondiali novecenteschi. Indispensabile nel caso vi capiti in sorte di comandare un esercito, ma utile anche se vi interessa la geopolitica: oltre la prosa grigia e le lunghe dissertazioni tattiche e strategiche fondate sull’esperienza delle guerre napoleoniche, Della guerra rimane sorprendentemente attuale e duttile, i suoi principi applicabili al politico in quanto tale, tanto che, ancora negli anni ‘70, Michel Foucault si trova a ripensare gli assunti di Clausewitz per caratterizzare la natura repressiva del potere.

Agota Kristof, Trilogia della città di K

La Trilogia di Agota Kristof è un’esperienza devastante, visionaria, un bisturi affondato nella natura del male. Due gemelli, Claus e Lucas, vivono, si perdono e si cercano sullo sfondo della guerra e dell’oppressione, la loro simbiosi infranta simbolo di tutti gli abbandoni del mondo. Ambientata in luoghi che non esistono, popolata da personaggi allucinanti, Trilogia della città di K è un incubo che diventa, paradossalmente, lo specchio cristallino della storia: non solo quella dell’Europa orientale, ma la storia dell’alienazione in sé, in cui sprofondano e si dissolvono uomini e nazioni. Ciò che era realismo magico diventa realismo incubico, e la sensazione è quella di attraversare il più lucido dei sogni, fino al momento in cui ci si rende conto di quanto sia indistinguibile dalla realtà: “un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.”


Padmasambhava, Il libro tibetano dei morti

Componente fondamentale del corpus di insegnamenti del buddhismo Mahayana, Il libro tibetano dei morti è un testo estremamente affascinante, soprattutto per la sua natura sobria, quasi manualistica di guida all’aldilà. Tradizionalmente recitato all’orecchio dei morenti, la finalità del Libro è rassicurare chi affronta lo stato intermedio fra un’incarnazione e l’altra, popolato di visioni spaventose o beatifiche che sono, come insegna la metafisica buddhista, niente altro che manifestazioni della coscienza: solo riconoscendo la natura illusoria dell’esperienza umana è possibile raggiungere la condizione di non-attaccamento e sottrarsi così al ciclo delle rinascite. Un punto di partenza per lo studio della metafisica buddhista, o magari una lettura utile per quando sarà, nel caso l’universo funzioni davvero così.

Chandra Livia Candiani – La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore

“Certe mattine / al risveglio / c’è una bambina pugile / nello specchio, / i segni della lotta / sotto gli occhi / e agli angoli della bocca, / la ferocia della ferita / nello sguardo”. La silloge poetica di Chandra Livia Candiani scorre delicatamente al quotidiano all’esistenziale, in un’umiltà linguistica che, però, non trema nemmeno di fronte agli archetipi del buio e della luce, alla natura del corpo e alla sua trascendenza. Nel suo “mondo di millimetri”, Candiani semina briciole di una realtà intima, infantile, rivolgendosi nel contempo a un tu montaliano che emerge dal lato nascosto della poesia come il volto dell’Altro. Nel novero delle poetesse italiane attive nell’ultimo cinquantennio – Patrizia Valduga, Maria Grazia Calandrone, Mariangela Gualtieri, Giovanna Frene… – Candiani rappresenta una delle voci più intime, dirette, accessibili: una lettura necessaria per chi vuol scoprire una scrittura che non fa rumore, compare poco sugli scaffali, eppure vivifica la tradizione letteraria italiana.