Prima di iniziare questa pur ridotta recensione è necessario fare una piccola premessa relativa alla situazione socio-culturale e politica nel quale è stato scritto questo breve libro ad opera del Futurista militante Mario Carli.

Siamo all’inizio degli anni ’20 in piena ascesa del Fascismo e dei movimenti reazionari-rivoluzionari, in testa fra tutti il Futurismo, l’Italia è alle prese con una vera e propria rivoluzione copernicana per quanto riguarda la società e la politica. Mussolini è al potere e il suo iniziale spirito rinnovatore ha irrorato e infuocato gran parte degli intellettuali di punta di allora che intendono in maniera delicata e no dare un colpo di spugna alla società attuale ancora troppo legata alle tradizioni e agli usi Ottocenteschi non più attuali nel Novecento. Tra questi rinnovatori c’è proprio il fascistissimo e futurista Mario Carli che dalle colonne dei quotidiani “L’Impero” e “Il Brillante” si scaglia contro l’alta borghesia e l’aristocrazia criticando ferocemente i loro stili di vita assolutamente antitaliani e non compatibili con il nuovo modello nazionalista imposto dal regime.

Carli non risparmia nessuno: borghesi e aristocratici sono presi di mira su ogni fronte con una critica feroce e tagliante che spesse volte ha portato a furenti risposte da parte degli interessati (nel libro sono frequenti le lettere di risposta, in particolare degli aristocratici romani, verso gli articoli del futurista militante) che in maniera goffa e pindarica hanno cercato di arginare la stoccata fatale del giornalista.

Ma cosa critica Mario Carli? Cosa lo urta così tanto da occupare colonne e colonne del suo giornale per criticare aspramente i suoi connazionali? Gli stili di vita e la forma mentis di costoro principalmente. Ma in che senso? Che significa? Andiamo con ordine.

Carli principalmente condanna questa estrema esterofilia (problema tutt’ora nostrano) che si è andata a diffondere nell’intellighenzia dell’Italia, un’esterofilia che ha corrotto il linguaggio, i costumi e i modi di fare. Si scaglia contro le donne borghesi che vivono all’inglese o alla francese e hanno dimenticato il vivere all’italiana (che come adesso tutto il mondo ci invidia), con le aristocratiche che non riescono in una frase compiuta a non mettere almeno uno o due termini anglofoni o francofoni (e anche noi ora nel 2020 dobbiamo fare i conti con gli yuppies fuori tempo massimo per i quali è tutto un “cool”, “amazing!”, “follow up!”, “la call”, etc.) poiché nei salotti romani fa molto “chic” macchiare la lingua di Dante con inutili vocabolari esteri. La mondanità italiana (che è il contesto principale in cui l’autore si muove) è totalmente stata colonizzata dallo stile di vita parigino e londinese soffocando invece la mondanità all’italiana che anche se forse non era la migliore in Europa era comunque un tratto distintivo della nostra nobiltà e del nostro paese. Carli traccia uno schema assai triste: cultura, società, politica e pure la mondanità sono state spogliate dei tratti italici e rivestite con cenci e stracci non nostri ma che sono stati importati, e a volte pure imposti, da oltralpe. 

Mario Carli, Capitano degli Arditi

I temi trattati da Carli, seppur in un’ottica utile alla fascistizzazione dello Stivale, sono purtroppo attuali ancora adesso e ci mostrano come la perdita d’identità dell’Italia sia iniziata già cento anni fa se non di più. C’è però un tratto davvero illuminante e lungimirante nel libro: Carli aveva già intravisto il male dell’”americanizzazione” del Vecchio Continente. Egli si scaglia in primis sulla musica jazz da lui definitiva “musica negroide” ma successivamente porta l’analisi su un piano più alto, più vero: l’America stava importando un modello di società, di cultura e di consumo assolutamente non adattabile all’Italia e all’Europa tutta, un modello che secondo Mario Carli avrebbe trascinato il nostro continente nel baratro più profondo (guardando la società di oggi figlia dell’America possiamo forse dargli torto?).

L’Italia è un paese vecchio e conservatore come si sa, e Carli lo sapeva benissimo, infatti le sue feroci critiche sono proprio alla “musoneria dell’aristocrazia romana” dedita ad ammuffire nei loro palazzi vivacchiando in feste noiosissime e avendo completamente abdicato alla loro funzione di timone culturale e politico della società tutta. 

La raccolta degli scritti del giornalista futurista va letta con un’ottica che esula il Fascismo poiché è fondamentale ricordare che negli anni 20 tale movimento aveva come scopo principale quello di rinnovare profondamente la società; ecco perché nei suoi primi periodi ebbe l’appoggio di molti movimenti dediti a ciò. Il libro “Antisnobismo” è un invito ante litteram a riscoprire la nostra cultura, i nostri usi e i nostri costumi che sono propri del nostro popolo e del nostro territorio, usanze e tradizioni che ci identificano in quanto tali e che fanno parte del nostro patrimonio. Carli si scagliava appunto contro gli “snob”, contro coloro per i quali il bello e l’interessante sono sempre altrove, sono sempre fuori dall’Italia; contro coloro per i quali l’italiano è una lingua accessoria, i nostri prodotti poco “smart”, le nostre tradizioni troppo vecchi e troppo provinciali. 

Carli rivendica la bellezza di essere provinciale, di arrivare dalla campagna, di usare prodotti italiani e di vivere nel modo che è dei nostri padri e dei nostri avi. C’è tanto patriottismo nell’inchiostro dell’Ardito e tanta voglia di rendere grande la sua nazione offesa e umiliata dopo la Prima Guerra Mondiale nonostante fosse una potenza vincitrice. Carli morì a 47 anni di un male incurabile e non poté vedere lo scempio che il suo Duce fece dell’Italia e del grande progetto che sia lui che molti altri avevano abbracciato con così tanto entusiasmo e slancio e forse, è meglio così.