I vecchi abruzzesi, quando non riconoscevano un giovane, usavano rivolgere una sola domanda: di chi sì lu fij? Non importava affatto chi si fosse, quali fossero le proprie aspirazioni, professioni, fedi, ma una cosa sola: di chi si fosse figli. Tanto bastava per rendere il riconoscimento di una persona, in una sineddoche genealogica che inevitabilmente pone le questioni dell’identità e della patria. Proprio a questo problema si rivolge il pamphlet Alla mia patria ovunque essa sia del critico letterario Filippo La Porta, appena pubblicato da GOG.

La Porta pone un quesito oggi stringente. Nel cosiddetto villaggio globale, governato da élite cosmopolite che “fanno dello sradicamento un programma” e da un capitalismo omologante il cui obiettivo è vendere merci a consumatori resi intercambiabili, dove può un individuo radicarsi, posto che quello del radicamento, per dirla con Simone Weil, “è forse il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana”? La Porta, fin dalle prime righe, chiarisce che “bisognerebbe non tanto cercare radici quanto mettere radici”, perché queste, al contrario del coraggio, se uno non le ha se le può dare. Si tratta di capire dove andarle a pescare. L’autore allora oppone al senso comune della patria come luogo fisico di nascita una patria più evanescente ma non meno effettiva come luogo immaginario d’elezione.

Patria e nazione non sono la stessa cosa e questo è il problema. Comunemente i due concetti sono fusi e si dà per patria nient’altro che la nazione di origine, col suo portato di cultura, miti e tradizioni. La Porta nota come “innumerevoli tradizioni sono recenti, inventate e artefatte” e non di rado si fondano sull’immaginazione di “una continuità fatta di cliché”, di fatto arbitraria ma che produce effetti reali e plasma la visione dell’esistente. Nel mondo contemporaneo trainato da metropoli indistinguibili e innervato di non-luoghi indispensabili a garantirne il funzionamento, i legami comunitari si sono sfaldati, le tradizioni sopravvivono sotto forma di folklore e i miti collettivi sono quelli dei consumi. Poiché la nazione è luogo d’intreccio di èpos, ethos, genos, oikos e logos (cioè narrazione fondante, valori e norme, etnia, luogo e lingua), oggi essa risulta debole e non più capace di cementare gli individui e offrire loro radici da cui trarre linfa politica, morale e estetica. Bisognerebbe allora slegare la patria dalla nazione, accettare la seconda come data e creare la prima, ciascuno secondo i suoi bisogni e i suoi desideri: questa la tesi di fondo del pamphlet.

La Porta cita Sciascia, secondo cui la nazionalità è “assimilabile alla paternità, piuttosto che alla maternità, che non consente valutazione, giudizio, scelta”, giacché di figure paterne se ne possono avere molteplici e non per forza la principale è quella del padre biologico. Famosa è la decisione di Albert Camus di eleggere la lingua francese e il Mediterraneo a propria patria, piuttosto che l’Algeria in cui nacque e la Francia di cui era cittadino. Le patrie possono essere tante e “le radici sono il risultato di una scelta e hanno a che fare con l’immaginario culturale”, sostiene La Porta. Pertanto, allo “sradicamento coatto” della globalizzazione che ci vuole “consumatori compulsivi nelle metropoli”, bisognerebbe “contrapporre non il rigurgito nazionalista odierno ma il vivere ‘per addizione’”, cioè riconoscersi come confine e coltivare la propria molteplicità, poiché “ogni vera identità è conflittuale, oppositiva”.

Fin qui le considerazioni di La Porta sono tanto sensate da essere difficilmente oppugnabili. Suscita invece perplessità la frattura dell’ideologia fondante le nazioni, quel connubio di sangue e suolo esasperato dal nazismo, che l’autore opera nel salvare solo il suolo, purché sia “quello che uno adotta, non quello dove è nato”. A fronte della condizione di sradicamento, di solitudine e di esilio permanente, “corrisponde in ciascuno di noi la nostalgia di una patria ideale, di una comunità che però ogni giorno va reinventata e ricreata, ovunque essa sia.” Siamo di fronte a un’eterogenesi dei fini, motivata e dalle cause che impongono il radicamento e dalla necessità dei vecchi abruzzesi di cui si diceva. In altre parole, la patria ideale dell’individuo può non scalfire la pervasività del capitalismo globalizzato né consentire quel riconoscimento reciproco che è condizione necessaria di una comunità, bensì può tradursi in onanismo idealistico che accelera l’atomizzazione degli individui e la loro solitudine. Le patrie di La Porta sono individuali, estetiche e esistenziali, ma non politiche, se non labilmente.

Ne L’ignoranza, Milan Kundera racconta di una donna fuggita a Parigi dalla Praga comunista che, dopo la dissoluzione del comunismo, si trova a vivere la condizione di doppia assenza dovuta al mancato riconoscimento della sua Praga e al mancato riconoscimento degli altri come parigina. La protagonista si sente ormai più parigina che ceca, status che non le viene legittimato dai francesi, così come i praghesi la vedono come la ceca che fu, e non quella che è. Di fatto, quel che lei sente di essere, la sua patria ideale d’elezione, è un miscuglio di identità particolari che non le vengono riconosciute. La condizione di sradicamento e esilio permanente si traduce in un profondo disagio, tutt’altro che una liberazione: la solitudine finisce per essere dilaniante. La Porta sembra non prevedere il risvolto annichilente dell’individualismo che permea le sue pagine.

Ciascuno di noi idealizza il proprio passato, le proprie origini familiari, la città natale e i consumi culturali, di fatto inventando radici attraverso tagli, rimozioni e aggiunte arbitrarie. La memoria è uno specchio rotto che rende l’immagine deformata di un passato mitizzato e irreale, che non per questo non crea vivissima realtà. Così però sono le patrie invocate da La Porta e l’esempio che fornisce di Salman Rushdie lo dimostra alla perfezione: la sua patria è una Bombay consapevolmente mitizzata e i suoi avi “Cervantes, Gogol’, Melville, Kafka, accanto ai Tagore e ai Ram Mohan Roy”. Primo: gli avi non possono smentire la legittimità della discendenza. Secondo: questi sono eroi culturali, venerati maestri che modellano il modo di osservare e pensare il mondo di chi si arrampica sulle loro spalle, ma non creano comunità, come non la crea la Bombay mitizzata.

Alla fine, reinventare quotidianamente comunità immaginarie può essere il gioco della globalizzazione sradicante che questo esercizio si prefigge di arginare. Come è accaduto con la rivoluzione dei costumi sessantottina, mossa dalla volontà di rovesciare il capitalismo borghese e moralista, poi finita nel rafforzare il capitalismo grazie a una nuova borghesia non meno moralista e al consumismo senza argini. La Porta ricorda come bastava avere in tasca il Manifesto, il quotidiano della nuova sinistra, per trovare ospitalità in casa di sconosciuti. Cioè, come un sentire culturale e politico mediato da un oggetto di consumo possa creare comunità e definirsi come patria. Ma una domanda sorge spontanea: finita quella stagione, ricreate e reinventate nuove patrie ideali e comunità, che ne è dei precedenti compatrioti? Oggi, con o senza il Manifesto, quegli uomini e quelle donne sconosciuti ospiterebbero ancora La Porta? Se la risposta è no, come è probabile che sia, si conferma il sospetto che queste siano patrie individuali, ottime a creare identità e tracciare un percorso esistenziale, ma impotenti a creare comunità politiche che durino più del mutamento del sentimento stesso su cui si fondano.

Occorre dunque disperarsi e accettare che nulla ci si para innanzi se non la solitudine alienante di una globalizzazione che mettendoci a parte del mondo intero ci sottrae la comunanza col nostro vicino? Forse no. Certamente quello di La Porta, “mettere radici” e crearsi una patria “ovunque essa sia”, è un saggio consiglio. La patria allora, piuttosto che la nazione, “riguarderà un insieme di valori (…) che sento di dover difendere a oltranza.” Dunque è il vilipeso senso del dovere a poterci salvare, il mantenimento di una promessa, di un patto stipulato con un luogo, con una gente, con degli autori, degli ideali. Giampiero Mughini disse che quel che nella sua vita ha cercato di fare è “essere all’altezza dei libri che ho letto.” Ecco una promessa, un inizio, una scintilla di resistenza.