«Così è l’uomo, caro signore, duplice: non può amare, senza amarsi», questa frase esprime il nocciolo, l’essenza della Caduta, l’opera più enigmatica di Albert Camus. Il romanzo si sviluppa attraverso un lungo, morboso e a tratti estenuante monologo interiore, un monologo che è innanzitutto una confessione, la confessione di un uomo che senza più alcuna illusione confessa le sue colpe, colpe che sono uno specchio allucinato e allucinante della nostra epoca, della nostra generazione. 

L’antieroe di Camus è Jean-Baptiste Clamence, famoso avvocato parigino, un uomo apparentemente buono, generoso, onesto, caritatevole, stimato e apprezzato da tutti quanti. Sotto questa nobile facciata, ed è proprio Clamence a confessare con estremo candore che si tratta soltanto di una facciata, la vera natura dell’uomo si rivela per quello che è veramente: “Ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, l’umiltà a vincere e la virtù a opprimere”. L’altruismo del giudice penitente è fatto soltanto di vanità, è una celebrazione del proprio ego, di un ego smisurato, ipertrofico, che si compiace delle lodi che riceve. 

Sono sempre stato gonfio di vanità. Io, io, io, era questo il ritornello della mia amata vita, che si udiva in tutto ciò che dicevo. Non sono mai riuscito a parlare se non vantandomi. Il fatto è che mi sentivo libero nei riguardi di chiunque per l’ottima ragione che non riconoscevo nessuno alla mia altezza. Riconoscevo in me solo qualità superiori, e questo spiegava la mia benevolenza e la mia serenità. Quando mi interessavo agli altri era per pura condiscendenza, in totale libertà, e il merito andava tutto a me: salivo di un gradino nell’amore che avevo di me stesso.

Se l’odierna generazione si scrollasse di dosso la maschera di finto buonismo che si è appiccicata sulla faccia, se si guardasse allo specchio, vedrebbe tanti frenetici, allegri e ridenti Clamence, pronti a tutto pur di scalare la piramide sociale (o meglio la classifica di visibilità dei moderni social network) a suon di sorrisi, prediche e buone azioni. L’alter ego di Camus è anche l’alter ego della nostra generazione, è il paradigma dell’uomo moderno, così disperatamente ansioso di professare le sue buone intenzioni, di scendere in piazza con le sue sardine per protestare contro l’odio, la violenza, il male incarnato da un qualche mostro di turno. 

L’odierna generazione è tutta infarcita di buoni propositi, è sempre pronta a manifestare e a gridare il suo grande amore per il pianeta, per la democrazia, per la libertà. Migliaia di giovani si mobilitano con dei rapidissimi e sempre più inutili flash mob, strepitano nelle piazze, sorridono alle telecamere… Ciò che conta, come aveva intuito l’eroe di Camus, non è tanto sapere come e perché ci si mobilita, ma soprattutto e innanzitutto esserci, esserci per acquisire visibilità, per glorificarsi della pubblica approvazione e ricavarne qualche scatto brillante da condividere e immortale sui propri profili.

La domanda che ossessiona l’avvocato parigino è semplice e sconcertante nella sua sincerità: se l’uomo è interessato a lenire le sofferenze altrui soltanto quando può trarne qualche vantaggio, se ciò che lo anima è innanzitutto il desiderio di essere elogiato per la sua bontà, per il suo impegno, per la sua grande sensibilità, che valore ha quest’altruismo? Se l’ipocrisia è il collante che tiene unita la società, dove cercare dunque una qualche parvenza di significato? 

La perdita dello stato di grazia (l’origine della caduta) si qualifica come la perdita delle proprie illusioni: cade la maschera, l’uomo si guarda allo specchio e ciò che vede, lo fa rabbrividire, lo lascia perplesso, attonito. Vorrebbe distogliere lo sguardo, ma non può, con un atto di volontà, riappropriarsi delle sue illusioni, una volta, ben inteso, che ha compreso che erano illusioni. L’uomo allora deve ri-costruire da sé dei nuovi valori (tema caro, a Camus, che ne aveva fatto il tema centrale dell’Uomo in Rivolta) ma per ricostruire deve innanzitutto prendere coscienza di quelle che sono le sue illusioni.

Guerra, suicidio, amore, miseria, vi prestavo attenzione, certo, quando le circostanze me lo imponevano, ma in una maniera educata e distratta. A volte mostravo di appassionarmi a una causa avulsa dalla mia vita quotidiana. Dentro di me, però, non mi sentivo partecipe, tranne ovviamente quando in gioco era la mia liberta. Come posso dirle? Tutto scivolava via. Sì, tutto mi scivolava addosso.

Quante volte ci appassioniamo per puro diletto ai grandi temi, ai grandi mali che scuotono il nostro pianeta? Quanto però del nostro interesse è sincero? Tragedie e catastrofi globali vengono strumentalizzate, consumate e fagocitate come fossero oggetti di consumo: ecco allora che i “Je suis Charlie” fioccano sui nostri profili, le foto di una Daniela Carrasco, la celebre attivista cilena assassinata in circostanze misteriose, vengono condivise ad nauseam su tutti i social network e divengono in poche ore virali. Tutto diventa un marchio, un simbolo, un trend del momento, tutto si trasforma in un fenomeno mediatico e diventa un mezzo (e guai a chi ancora vede nell’uomo un fine, come asseriva ingenuamente il buon Kant) per glorificare il nostro ego. 

Tutto si trasforma in un agone virtuale dove dar prova del nostro acume, della nostra sensibilità, della nostra brillantezza, una palestra dove far sfoggio delle nostre buone intenzioni, ma questi entusiasmi violenti (per parafrasare il Bardo) vanno incontro a fini violente. Con la stessa rapidità con cui ci si appassiona a questi grandi temi, altrettanto repentinamente ce li scrolliamo di dosso e possiamo tornare, senza rimorsi di coscienza, dubbi o tentennamenti, a rivolgere la nostra attenzione sul prossimo grande problema, in una corsa sempre più rapida di tragedia in tragedia, di disastro in disastro, di dibattito in dibattito; svolazziamo ai margini dell’arena politica, sempre onnipresenti, iper connessi e ingenuamente convinti di stare dalla parte giusta, di essere onesti, sensibili, progressisti. La solidarietà tra esseri umani è possibile, ma la solidarietà, per essere autentica, necessita di una dedizione costante, duratura e prolungata, altrimenti è soltanto una vuota ostentazione, si consuma nei suoi violenti, quanto inutili entusiasmi, che si estinguono rapidamente senza produrre un reale mutamento. 

La stessa ipocrisia, la stessa miseria spirituale che si cela dietro questo sconcertante quanto inutile buonismo da salotto, si ripercuote anche nella nostra vita relazionale. “A regnare nella mia vita amorosa era solo ed esclusivamente la sensualità,” confessa l’eroe di Camus, “non cercavo altro che oggetti di piacere e di conquista.”

Clamence è consapevole in fondo di non cercare nulla, di non desiderare nulla: nessun contatto, nessun legame, nessuna responsabilità; le sue relazioni sono vuote, aride, superficiali. “Se le emozioni (o meglio le sensazioni) passano e i sentimenti vanno coltivati,” come sosteneva Bauman, sempre più persone scelgono il non impegno; la gioia delle cose durevoli, lo sforzo, il sacrificio sono passati di moda, le persone vanno consumate rapidamente, come se avessero una data scadenza, gli altri sono sempre e soltanto un “mezzo” con cui appagare i nostri bisogni. 

Ero a mio agio in tutto, è vero, ma anche perennemente insoddisfatto. Ogni piacere me ne faceva desiderare un altro. Passavo di festa in festa. A volte, a notte fonda, quando le danze, un po’ di alcol, la mia frenesia e il violento abbandono di ciascuno mi mettevano in uno stato di esultanza insieme sfinita e appagata, mi sembrava, allo stremo della stanchezza, di cogliere finalmente il segreto degli esseri umani e del mondo. Ma l’indomani la stanchezza spariva e con essa il segreto; tutto ricominciava. Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi.

La folle corsa di Clamence è tuttavia destinata a un’inevitabile battuta d’arresto. Una notte, passeggiando su un ponte che attraversa la Senna, l’incontro casuale con una ragazza, in una sorta di epifania improvvisa, rompe il velo dell’ipocrisia che aveva ricoperto la sua intera esistenza. Il pensiero della morte (l’esperienza suprema che solleva tutti i veli) incombe sul protagonista della Caduta e in senso più ampio sull’intera umanità. Se il romanzo di Camus è il racconto di una caduta, (una caduta che non porta ad alcuna forma di autentica redenzione per il suo protagonista) una redenzione è pur sempre possibile per l’uomo. È nel momento in cui l’uomo si rende conto della sua vanità, che può incominciare un vero percorso di redenzione.

Nell’Uomo in Rivolta tra la giustizia che esigeva la soppressione della libertà e la libertà, Camus sceglie la libertà. Stavolta Camus sceglie la verità, la cruda sincerità e il messaggio che emerge dalla Caduta è chiaro: la verità deve essere gridata, affrontata di petto, le ipocrisie smascherate, le illusioni infrante, i veli sollevati, soltanto allora l’uomo può ritrovare se stesso e imparare a conoscersi.