Era un uomo “invecchiato prematuramente nell’anima e nel corpo”, così lo descrive Ivan Bunim, scrittore e amico di Cechov, che nelle sue memorie ci offre il ritratto di un uomo riservato, spesso assorto nei propri pensieri, con un’aria di tristezza che traspariva in un lampo dalle lenti del pince-nez con cui venne immortalato, quella stessa malinconica tristezza che traspare dalla maggior parte della produzione cechoviana.

Durante la sua ventennale carriera di scrittore alterna alti e bassi, grandi successi e clamorosi insuccessi (la prima rappresentazione del Gabbiano fu un fiasco). I suoi testi teatrali più riusciti fanno piangere il suo pubblico, ma Cechov li aveva scritti con tutt’altro intento:

Io volevo dire alla gente, in tutta onestà: guardate che vita vivete, brutta e noiosa… Perché bisogna che la gente lo capisca, così, una volta capito, cercherà sicuramente di cambiarla in meglio la vita.

Lo scopo di Cechov fu di “rappresentare la vita così com’è”, di coglierla nella sua nudità, nella sua durezza, senza abbellimenti, senza eccessive drammatizzazioni. Il mandato della letteratura per Cechov fu sempre quello della verità, incondizionata e schietta.

La famiglia Cechov nel 1874. Il piccolo Anton è il secondo da sinistra

Le sue origini sono umili: il nonno era stato un servo della gleba, il padre era un “umile bottegaio di provincia”, uomo violento e rissoso, di rigidi principi. L’esaltazione delle virtù contadine tanto care a Lev Tolstoj non fa presa sull’animo del giovane Anton, nelle cui vene scorreva sangue contadino. Cechov si fa portavoce di diversi valori: esalta il progresso, materiale e spirituale dell’uomo. Amava le persone intelligenti, sensibili, apprezzava quelle virtù che si acquisiscono soltanto grazie all’istruzione e all’educazione.

Al progresso ho sempre creduto fin dall’infanzia, e non potevo non crederci, poiché la differenza tra quanto mi si frustava e quando smisero di frustarmi era enorme.

Dopo aver frequentato il liceo di Taganrog (che diventerà per Cechov il modello della cittadina triste, ignorante e provinciale), si trasferisce a Mosca e consegue la laurea in medicina nel 1884. Da allora non abbandonò mai la professione di medico se non negli ultimissimi anni, quando la malattia (soffriva di tubercolosi dall’età di ventiquattro anni) gli impedì di continuare a esercitare.

Cechov esordisce nella letteratura negli anni Settanta. A Pietroburgo entra in contatto con la ricca e sofisticata intelligencija e viene presentato all’editore Aleksej Suvorin, il direttore del Novoe Vremja, il più importante quotidiano russo del tempo. Il sodalizio con Suvorin si rivela per Cechov molto proficuo. In questi anni pubblica decine di racconti, anche se ormai si è definitivamente conclusa la stagione dei grandi romanzi, l’epoca d’oro della letteratura russa, che aveva fatto prima di Turgenev, poi di Tolstoj e di Dostoevskij i suoi sacri eroi.
I racconti di Cechov sono raccolti, intimistici, i suoi eroi non sono veri eroi, sono uomini incerti, titubanti, angosciati, uomini “chiusi nel loro astuccio”. L’eroe cechoviano è un precursore dell’inetto della letteratura moderna, i suoi personaggi hanno relazioni sentimentali disastrose, sono sensibili ai mali della loro epoca, ma a causa della loro sensibilità non hanno la capacità di tradurre in azioni i loro principi.

Cechov è critico nei confronti dell’intelligencija russa che è “ipocrita, isterica, maleducata, oziosa”. Accusa i suoi amici intellettuali di essere incoerenti con ciò che affermano nei loro scritti. Dopo un pranzo organizzato per celebrare un anniversario della liberazione dei servi della gleba, scrive nel suo diario:

Era una faccenda assurda e fastidiosa stare a tavola, bere champagne, ascoltare discorsi inneggianti al risveglio degli umili, alla libertà, mentre nello stesso istante, altri servi in abito nero correvano da un tavolo all’altro, ugualmente schiavi, e fuori all’aperto, intirizziti dal freddo, sostavano i cocchieri.

C’è in Cechov un’ossessione nicciana per la verità, un’insofferenza nei confronti delle ipocrisie e delle discrepanze della società sofisticata in cui vive, una volontà di essere fedele ai suoi principi. Nel 1900 sarà eletto membro onorario dell’Accademia Russa delle Scienze, ma si dimetterà soltanto due anni dopo per protesta contro l’annullamento da parte dello zar dell’elezione di Gor’kij, un’intellettuale scomodo per Nicola II. Anche quando incominciò a godere di una discreta fama negli ambienti letterari, non smise mai di domandarsi quale fosse il ruolo dello scrittore, che valore avesse l’intellettuale per la società. All’amico e editore Suvorin sul finire degli anni Ottanta scrive che il suo lavoro lo lascia perplesso, lo trova meschino, non lo appaga. Per rispondere a questi interrogativi decide di scrivere un libro d’inchiesta sulle condizioni di vita dei forzati della colonia penale dell’isola di Sachalin, l’Isola dei Dannati.

Nel 1890 Cechov compie attraverso la Siberia un lungo viaggio, ancora più temibile considerando le sue precarie condizioni di salute. Una volta arrivato a Sachalin rimane disgustato dal trattamento disumano riservato ai prigionieri, dalle punizioni che venivano inflitte quotidianamente ai deportati. Così scrive:

Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l’uomo libero e prigioniero che sia. Adesso tutta l’Europa sa che la colpa non è dei carcerieri, ma di ognuno di noi; però questo ci lascia indifferenti, non c’interessa.

Cechov volle testimoniare come medico, ma soprattutto come uomo, il pericolo insito nella disumanizzazione dei prigionieri, una disumanizzazione che è la deriva dei regimi totalitari, dei sistemi dittatoriali. Non serve scomodare i crimini di guerra degli Josef Mengele della nostra storia passata, è sufficiente andare indietro di pochi anni dai giorni odierni per rendersi conto che torture e violenze inflitte ai prigionieri sono un problema che riguarda le tante Abu Ghraib sparse in tutto il globo.

Il tema della degradazione inflitta ad altri esseri umani ritorna in uno dei più intensi racconti di Cechov: La corsia n.6, pubblicato nel 1892, un racconto che ebbe una grande risonanza e che, non a torto, venne giudicato uno dei migliori di Cechov. Il racconto segue le vicende di un dottore di provincia, annoiato, meschino, rassegnato agli orrori che vengono perpetrati nella sua stessa clinica, incapace di arginare gli abusi di cui è testimone. L’incontro con Ivan, un giovane “pazzo” rinchiuso nel sanatorio, segna una svolta decisiva.

Alla domanda del malato “perché devo essere privato della libertà, picchiato, umiliato, tormentato?”, il dottore esorta il suo paziente a fare della filosofia uno strumento per non lasciare che le impressioni sgradevoli lo dominino. Bisogna evitare di soffermarsi su tutto ciò che vi è d’ingiusto, di sbagliato e di malvagio nella società per non gustare la quiete del proprio spirito. Dopotutto, dice il buon dottore, il saggio è indifferente alla sofferenza – sofferenza però che non potrà evitare di provare quando, per uno strano scherzo del destino, egli dovrà condividere la stessa sorte dei suoi pazienti.

Alla spicciola filosofia da salotto del dottore vi è la replica veemente di Ivan, che rivendica per sé il diritto all’indignazione, all’odio, alla sofferenza.

Al dolore rispondo con un grido e con le lacrime, ad una bassezza con indignazione, a una turpitudine con disgusto. Quanto più un organismo è in basso, tanto meno è sensibile e tanto più debolmente risponde agli stimoli. Per disprezzare la sofferenza, esser sempre contenti e non meravigliarsi di nulla, bisogna temprarsi al punto di perdere ogni sensibilità, cioè, in altre parole cessar di vivere.

È questa un’apologia di quella sensibilità, che non svilisce o indebolisce l’uomo, ma che al contrario ne determina il valore, e, nel caso di Cechov, il valore letterario. E se il buon dottore seguace e fautore di uno stoicismo edulcorato è l’incarnazione del fatalismo e dell’indifferenza, il pazzo Ivan si fa portavoce di quella verità che è davanti agli occhi di tutti, e che tanto più è evidente tanto meno viene creduta. Il valore del racconto cechoviano non sta soltanto nella denuncia delle realtà manicomiali ma nel mettere in contrapposizione due diverse istanze dell’esistenza: l’indifferenza di chi è accoccolato nel benessere di una comoda e annoiata, ma anche sterile e vuota, esistenza e il grido di chi invece denuncia gli orrori di cui è testimone e vittima.

Anton Cechov e Olga Knipper

Gli ultimi anni di Cechov sono felici dal punto di vista letterario, a questo periodo risalgono i suoi capolavori teatrali, ma al successo e alla fama segue un lento e progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute. A nulla servono i continui spostamenti, i soggiorni nelle stazioni termali, la decisione di trascorrere gli inverni a Jalta in Crimea, nella speranza che il clima mite di quella regione possa giovargli. Nel 1901 Le tre sorelle, dramma dell’attesa, di un’umanità che aspetta invano la felicità, viene rappresentato al Teatro d’Arte di Mosca. Nello stesso anno sposa l’attrice Olga Knipper. Nel 1903 viene messo in scena l’ultimo capolavoro: Il giardino dei ciliegi. Cechov si spegne nell’estate del 1904, nella stazione termale di Badenweiler, a soli quarantaquattro anni. La vita di Anton Cechov fu interamente consacrata alla letteratura. “Il filosofo” (nel nostro caso lo scrittore) scrive Friedrich Nietzsche, “deve essere la cattiva coscienza della sua epoca”. Cechov lo fu certamente della sua, e forse può esserlo anche della nostra.