Pare che con il 2020 si sia già inaugurata una nuova stagione politica caratterizzata dal crepuscolo degli idoli. La morte del generale iraniano Soleimani, infatti, non ha creato scompiglio solo sul piano geopolitico ma anche e soprattutto all’interno della galassia dei sovranisti, che ora appare tardivamente delusa e inorridita dalla posizione e dal linguaggio assunto dai volti noti di quell’area.

L’auspicio, tuttavia, è che questa parte di elettorato, scoraggiata e momentaneamente orfana di punti di riferimento, non si stupisca e non si adiri più di tanto se d’ora in poi, ipso facto, sentirà qualcuno affermare – con la dovuta leggerezza del caso – che Salvini e le sardine (e tutta la fragorosa schiera di proseliti a loro seguito) sono in fin dei conti componenti della stessa matrice, note musicali diverse appartenenti a un solo e unico (s)partito. Esattamente come lo sono sempre stati il Pd e il Movimento 5 Stelle, Macron e la Le Pen in Francia, oppure Trump-Clinton-Soros-Bannon e le Ocasio di turno negli Stati Uniti.

Dal profilo Twitter di Matteo Salvini

Non si tratta di una blanda provocazione fine a se stessa, né di una divagazione dai contorni iperbolici: è solo un dato di fatto oggettivo, mero pragmatismo analitico. Gli uni dicono agli altri “sovranità”, ma con essa hanno inteso e intendono tuttora la sovranità dell’Occidente sul mondo, perché per loro non può esistere altro mondo all’infuori di questo (leggasi “mondializzazione”). Gli altri che “il mondo è di tutti” e che “tutti hanno il diritto di essere accolti in questo mondo”, ma per “mondo” essi intendono l’Occidente, o per meglio dire, solo l’Occidente – sia pure esso multietnico – che diventa il mondo di tutti e per tutti, rendendo subalterna o addirittura obsoleta ogni altra forma di esperienza umana, culturale e identitaria all’infuori di questa (di nuovo, leggasi “mondializzazione”).

Chiese differenti, stesso sermone, stessa filosofia di fondo. Spiace dunque per i delusi, per chi non ha più totem da idolatrare, ma tra costoro non vi è alcun alfiere coraggioso. Tutte pedine. Sono tutte pedine finite – in alto consapevolmente e in basso inconsapevolmente – dentro un gioco più grande di loro: la mondializzazione monopolare o, se preferite, la monopolizzazione mondiale. L’unico, vero obiettivo portato avanti dall’aristocrazia occidentale, il cui cuore strategico-militare risiede nel Pentagono.

Il generale Quassem Soleimani

Grande è l’inganno (semantico, politico, culturale, strategico). Molte le idee confuse. Come confuso è chi chiama terrorista chi i terroristi li ha combattuti davvero, facendone una missione di vita. Come confuso è chi, definendosi “intellettuale”, inneggia alla guerra e gioisce dinanzi al sangue, alla morte e al dipanarsi della barbarie al grido di “uno in meno”: dando così la spiacevolissima dimostrazione di come il proprio spirito non si sia elevato di un centimetro al di sopra di quello della scimmia.

Ma li chiamavano intellettuali, questi. Coloro che immaginano quel mondo lontano, quando invece esso è vicino, troppo vicino. Talmente vicino che le prime ricadute di questo war game – se oltre l’Iran consideriamo ciò che accadrà nelle prossime ore in Libia, con la presenza turca – le pagheremo noi come mediterranei, italiani, europei, quasi certamente in materia di flussi migratori – vedi il costante ricatto che Erdogan impone all’Europa – al netto delle recenti iniziative della Farnesina in politica estera.

Il presidente turco Erdogan

Tutto questo culturame mondialista-italico-sovranista, che ciancia teorie su teorie ignorandone le conseguenze più elementari, vede questo, ancora, come il tempo della lancia e dalla spada, e crede di combattere contro una manciata di beduini tecnologicamente arretrati. Questo invece è il tempo della grande guerra asimmetrica, degli hacker e delle atomiche. Basta un pulsante, o quella che banalmente potrà sembrare un’innocua stringa di codice, per mettere in ginocchio un’intera nazione o per cambiare per sempre i destini del mondo (a tal proposito, il caso Stuxnet ci dice che non solo l’Iran sa come difendersi, ma anche come contrattaccare).

Quindi, in cosa credere dopo questo tramonto? In niente di diverso dalla salvaguardia della pluralità del mondo in tutte le sue forme, siano esse nazioni, popoli, culture o modi differenti di vivere la vita. Perché in mezzo ci siamo noi. C’è l’uomo obsoleto di Gunther Anders con la sua vergogna prometeica, la sua matrice, i suoi fantasmi e la sua esperienza di vita uniformata. E il mondialismo questo è: una visione folle della storia, che non prevede relazione ma coercizione che uniforma, e nella quale è banalmente nascosto il totalitarismo liberale planetario.