Le affermazioni della Bellanova dello scorso 10 gennaio a Tagadà, il programma di La7, sono talmente disarmanti nella loro irragionevolezza da far fatica persino a decidere da dove partire per contestarle.

Cominciamo col riportarle fedelmente:

io penso che così si precipita nel secolo scorso anzi in quello ancora prima perché non si può approcciare la discussione sul mercato del lavoro, sul lavoro, sulla qualità del lavoro, partendo da strumenti che non sono strumenti attuali e utili per regolarizzare il lavoro, per riconoscerlo e per farlo vivere nella dignità di cui merita. (…) Prima della riforma del mercato del lavoro, ogni 100 lavoratori e lavoratrici assunte, solo 15 venivano assunti in aziende dove si applicava l’articolo 18. Dopo la riforma del Mercato del lavoro, che secondo questi cantori del disastro ci sarebbero stati migliaia e migliaia di licenziamenti, non solo i licenziamenti non ci sono stati, ma sono aumentate le tutele per le persone.

Riteniamo che una figura come quella della Bellanova sia assai utile a chi la vede in un determinato modo, a chi interpreta le tutele dei lavoratori come dei privilegi, a chi vive certi istituti di protezione sociale come impedimenti e a chi subisce con insofferenza l’esistenza di certi presidi di democrazia e libertà.

La figura della Bellanova, notoriamente donna vicinissima a Renzi e protagonista nelle fasi di elaborazione del Jobs Act, è strategica: viene spesso dipinta come una persona che ha conosciuto la fatica e gli stenti della vita nei campi; viene raccontata come la figura bonaria, materna e combattiva che con tutte le sue forze ha lottato per la tutela dei diritti dei braccianti, degli ultimi, degli oppressi, dei più fragili, dei diseredati, dei cafoni di Fontamara. Chi potrebbe mai osare di avanzare anche il più lieve sospetto circa il fatto che una persona del genere non persegua genuinamente gli interessi dei lavoratori?

Ora, con tutto il rispetto per la Bellanova, chiariamo subito un aspetto: per noi gli eroi del proletariato e del sottoproletariato agrario sono stati uomini come Giuseppe Di Vittorio e Placido Rizzotto e, senza timore alcuno, non fatichiamo a immaginare che mai e poi mai avrebbero potuto condividere l’impostazione teorica della Bellanova e di tutto il cucuzzaro di Italia Viva.

Punto primo.

Fateci caso, questi reazionari usano tutti le stesse argomentazioni e in questa fase l’argomento principe è sempre lo stesso, di una banalità e di una stupidità avvilente: “la discussione sull’art. 18 è roba del secolo scorso”. Piuttosto che entrare nel merito delle questioni, piuttosto che spiegare alla gente perché l’abolizione dell’art. 18 sia stata essenziale per il mercato del lavoro (cosa che non sarebbero mai in grado di fare banalmente perché così non è), questi signori si limitano ad affermare che il suo ripristino sarebbe un ritorno ai secoli bui dell’alto medioevo (ammesso che bui lo fossero per davvero).

Semplicemente ridicolo: siamo all’inizio del ventunesimo secolo e la nostra stessa Costituzione è una roba del secolo scorso; la maggior parte degli istituti normativi vigenti nel nostro ordinamento è roba del secolo scorso; il pensiero politico che ha dato vita allo stato moderno è roba dei secoli scorsi; i diritti civili sono roba dei secoli scorsi; i diritti politici sono roba dei secoli scorsi; i diritti sociali sono roba dei secoli scorsi. Che razza di ragionamento ebete è questo?

Un principio si valuta per quello che è, non in relazione a quando è stato partorito: riteniamo giusto che, se un giudice accerta che un licenziamento sia illecito, il lavoratore abbia diritto di tornare al suo posto di lavoro: si o no? Questo è quanto e non c’è altro: il resto è solo fumo e disonestà intellettuale.

Giuseppe Di Vittorio

Punto secondo.

Il Ministro fa notare che solo 15 lavoratori su 100 venivano assunti in aziende dove sia applicava l’articolo 18 e pertanto la questione non si porrebbe. La ragione è semplice: come il lettore saprà, l’art. 18 trova applicazione solo nelle aziende che contino più di 15 dipendenti e, essendo il nostro paese caratterizzato dal modello della piccola e media impresa, non è così scontato che tale requisito sia centrato. Bene, ottima osservazione questa, ma non nel senso che esprime il Ministro. L’attuale discussione in merito al ripristino dell’art. 18, infatti, mira anche ad estenderne la portata alle aziende più piccole: seppure il tema del numero dei dipendenti sia annoso (il criterio era già contenuto nella legge 604/66), in realtà la prima versione dell’art. 18 non conteneva questa limitazione, proprio perché la reintegra in caso di licenziamento illegittimo era considerata un principio assoluto di civiltà nello stato di diritto. Senza contare che come argomento è sciocco di per sé: il fatto che un diritto sia riservato a pochi non lo rende per definizione superfluo o dannoso, si pensi alla tutela che la stessa Costituzione riserva ad esempio alle minoranze linguistiche. Se ritenuto degno, tale diritto va esteso a più soggetti possibile e non abrogato!

Ci vada, il Ministro, a farsi un giro nelle piccole imprese italiane: vada a conoscere le lavoratrici e i lavoratori costretti a prestare ore e ore di lavoro non retribuito; vada a conoscere le lavoratrici e i lavoratori costretti a prestare la propria opera in condizioni di assoluta insicurezza e privi di ogni tutela di incolumità fisica; vada a conoscere le lavoratrici e i lavoratori costretti ad incassare una certa cifra in busta paga per poi restituirne una parte in nero, in contanti, al datore di lavoro; vada a conoscere le lavoratrici e i lavoratori che al momento dell’assunzione firmano le cosiddette dimissioni in bianco; vada a conoscere le lavoratrici e i lavoratori che vanno a lavoro nei giorni festivi o nei giorni dichiarati di ferie, piuttosto che trascorrere del tempo con le proprie famiglie. Li vada a conoscere il nostro Ministro eroina degli ultimi e poi ci venga di nuovo a raccontare come le tutele sono aumentate, come la dignità è stata preservata, grazie alla riforma del lavoro del suo amato Matteo Renzi.

Qualcuno potrebbe obiettare che affiancare certi fenomeni alla normativa in materia di reintegra sia un po’ forzato. Nient’affatto! Un lavoratore privo di un nocciolo duro di diritti connessi al rapporto di lavoro, col rischio di subire ritorsioni a seguito delle sue legittime rivendicazioni, inevitabilmente sarà costretto a piegarsi, a tacere: o sta zitto e subisce o perde il lavoro e finisce in mezzo alla strada con tutta la famiglia.

È solo mediante l’affermazione dei Diritti Civili del Lavoro (…) che possono compiutamente affermarsi e consacrarsi i Diritti Politici del Lavoro, quali per esempio quello di proselitismo, di assemblea, di sciopero e sindacali in generale. (…) I Diritti Civili del Lavoro (…) concorrono all’insorgere di quell’insieme di certezze che possono consolidarsi nell’animo del lavoratore solo ed esclusivamente sterilizzando la precarietà del lavoro e la precarietà nel lavoro; sono quelli che, attribuendo equa sicurezza e dignità al lavoro, sottoponendo quest’ultimo a un regime di piena giustizia e tutela, garantiscono al lavoratore la possibilità di esercitare la propria opera in uno stato di benessere e serenità. – S. Balzano, Pretendi il Lavoro! GOG Edizioni

“Pretendi il lavoro!”, di Savino Balzano, Gog edizioni, 2019

Punto terzo.

Il Ministro sostiene che l’abrogazione dell’art. 18 non abbia comportato l’esplosione dei licenziamenti che noi “cantori del disastro” paventavamo. Sono ormai anni che lo scriviamo: l’abolizione della reintegra non era volta all’esplosione dei licenziamenti (peraltro l’Inps riporta che i licenziamenti disciplinari del 2018 sono stati il doppio di quelli del 2014!). La legge Fornero e il Jobs Act sono riforme indirizzate ad alterare dinamiche di potere: l’obiettivo è sempre e soltanto quello di indebolire i lavoratori nella loro dimensione collettiva, al fine di renderli inermi dinanzi allo strapotere e allo sfruttamento spietato del capitale e del mercato. Punto. Altro che licenziamenti: quale padrone malintenzionato si libererebbe mai di una forza lavoro schiavizzata e costretta alla tacita e cieca obbedienza?

Senza contare che anche questa argomentazione è al limite del puerile: si può difendere una riforma adducendo come argomento il dato che non abbia fatto danni? Davvero si resta allibiti: è come dire che se i furti non aumentano dopo la loro depenalizzazione allora siamo in presenza di una riforma di successo.

Siamo caduti in un vortice di totale, irrefrenabile e inarrestabile demenzialità. Il nervosismo è evidente tra le fila dei renziani e di certi piddini: anche le recenti dichiarazioni di quel furbacchione di Di Maio, che in vista delle prossime consultazioni elettorali cerca di reinventarsi tirando in ballo l’art. 18, non aiutano a calmarli. Per carità, il fatto che Di Maio sia tornato sulle posizioni della scorsa campagna elettorale ci compiace notevolmente; come pure va riconosciuto che il Decreto Dignità, e lo scrivemmo nel 2018, sia stato un provvedimento utilissimo ad arginare il precariato in Italia. Però, caro Luigi, siamo costretti a ricordarti che, proprio su un emendamento al tuo Decreto Dignità, col quale si proponeva la reintroduzione dell’art. 18, tu e il tuo gruppo parlamentare votaste contro. Se hai cambiato idea va bene e ne siamo felici, ma dimostralo: fino a quel momento, fai poco il paraculo.