«Scrivo da un paese che non esiste più». Parafrasando l’incipit del dramma del Vajont, raccontato attraverso la penna da vero cronista di Giampaolo Pansa, potremmo affermare di esercitare una passione e una professione che non esistono più dopo la scomparsa di un grande maestro del giornalismo italiano. Perché la stampa del Belpaese non sarà più la stessa senza la firma di un polemista, scrittore e commentatore politico del calibro di Pansa.

Per tutti noi, nel corso della vita, esiste un primo e un secondo tempo. Giampaolo Pansa ha giocato la sua partita da fuoriclasse del giornalismo e da cronista combattivo, schierato in prima linea e armato di Olivetti, costretto a indossare diverse casacche ideologiche tra il primo e il secondo tempo della propria esistenza, pur rimanendo sempre coerente e fedele a se stesso. In fin dei conti, Pansa ha sempre polemizzato contro quei giornalisti dimezzati in nome di un’ideologia, di un partito o in difesa del principe machiavellico di turno:

Il giornalista dimezzato – come il visconte di Italo Calvino – regala metà del suo mestiere alla propria appartenenza politica, alla propria militanza ideologica. E rinuncia così ad essere un giornalista intero. Il tutto produce un giornalismo che ha perso la sua ragion d’essere, quella di raccontare e di capire i fatti.

Nella sua prima fase giornalistica, Giampaolo Pansa esordì nel 1961 sulle colonne de La Stampa diretta da Giulio De Benedetti e, in seguito a una breve parentesi sulle pagine milanesi del Giorno, sbarcò in via Solferino per il Corriere della Sera. Poi giunse la vice-direzione di Repubblica (1977-1991) al fianco di Eugenio Scalfari, fratello e fratellastro destinatario di futuri risentimenti. Giampaolo Pansa navigò inoltre nelle acque delle riviste nostrane: Epoca e Panorama fino a raggiungere la codirezione dell’Espresso.

Il colpo di penna, utilizzato come colpo di spada, denunciò nel 1976 lo scandalo Lockheed. Il leggendario binocolo, adoperato da Pansa in tribuna stampa durante i congressi affollati della Prima Repubblica, svelò minuziosamente le espressioni, le smorfie e le recriminazioni interne all’«Elefante Rosso» – nomignolo affibbiato da Pansa al PCI fino allo psicodramma del XX congresso dissolutivo del 1991 – e le faide della «Balena Bianca» – la Democrazia Cristiana divorata dai feudatari Andreotti, Fanfani, De Mita e Forlani («Il Coniglio Mannaro»). Nel 1987, durante il congresso di Rimini del Partito Socialista, Pansa fotografò l’apice del potere di Bettino Craxi attraverso una descrizione del tempio progettato dall’architetto Filippo Panseca:

Voglia di un Leader, voglia di un Capo, voglia di un Uomo capace di fare del Psi qualcosa di simile a questo tempio congressuale: una costruzione perfetta, ineguagliabile nel suo modernismo al computer. Qui hanno già superato il presidenzialismo. E perfino il leaderismo. E financo il ducismo. Sì, nel campo del Garofano sono già arrivati al padreternismo.

In seguito sarà ancora Pansa a descrivere il crollo imminente di Craxi, in occasione del congresso socialista di Bari, e attraverso quella canottiera zuppa di sudore sotto la camicia bianca inquadrata dal binocolo del cronista politico. Poi ci fu il travagliato rapporto tra Pansa e la classe dirigente comunista di via delle Botteghe Oscure. Alla vigilia delle elezioni politiche del giugno 1976, il segretario del PCI Enrico Berlinguer concede a Pansa sul Corriere l’intervista della svolta. Berlinguer confida al giornalista di sentirsi «più sicuro» sotto l’ombrello della Nato. Il virgolettato generò un caso diplomatico con l’Unione Sovietica e permise al Partito Comunista Italiano di compiere elettoralmente un vero e proprio balzo in avanti, sognando il sorpasso sulla DC.

Attraverso le sferzanti colonne editoriali del «Bestiario», Pansa si scagliò contro gli eredi e i figli del PCI di Berlinguer e nel 1996 coniò il nomignolo «Dalemoni» per riprodurre letteralmente l’incrocio politico tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi ai tempi della Bicamerale. Eppure, l’idillio tra Giampaolo Pansa e il mondo intellettuale della sinistra si ruppe improvvisamente quando il giornalista abbandonò il gruppo L’Espresso di De Benedetti per approdare verso i lidi destabilizzanti del Riformista e in seguito di Libero e della Verità. In realtà, il punto di non ritorno tra Pansa e l’intellighenzia comunista arrivò con il secondo tempo professionale del giornalista. Pansa svestì i panni del cronista per indossare la scomoda toga dello storico.

Il sangue dei vinti (2003) di Giampaolo Pansa

Piemontese di Casale Monferrato e allievo di Alessandro Galante Garrone, fin dai tempi universitari Giampaolo Pansa approfondì le tematiche riguardanti la Resistenza anche attraverso la sua tesi di laurea. In seguito Pansa sostenne di dovere alla lettura di Beppe Fenoglio (celebre romanziere originario delle Langhe e autore di Una questione privata e de Il partigiano Johnny) il passaggio da sinistra a destra riguardante gli studi resistenziali. Già nel 1991, lo storico Claudio Pavone suscitò scalpore con la pubblicazione del volume Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella resistenza.

Le vicende di Salò divennero un’ossessione per Pansa. Il giornalista, rielaborando gli studi e le ricerche di Giorgio Pisanò, tolse il velo sulla sacralità luminosa della Resistenza e rivelò il dramma della guerra civile e la sanguinosa spirale di vendette partigiane contro i «vinti» fascisti, attraverso uccisioni sommarie perpetrate anche dopo la Liberazione. Il secondo tempo, nella vita professionale di Pansa, cominciò proprio con Il sangue dei vinti (2003). Una stagione caratterizzata da un successo editoriale enorme, confermato da una fortunata serie di libri dedicati allo stesso argomento. Eppure una parte della storiografia di sinistra lanciò un anatema contro Giampaolo Pansa, colpevole di voler riabilitare il fascismo, sollecitare il rancore dei nostalgici di destra e infangare l’eroismo dei partigiani. Persino il collega e amico Giorgio Bocca criticò aspramente l’opera di Pansa. Come ricordato da Pierluigi Battista sulle colonne del Corriere della Sera:

Le presentazioni del libro furono contrassegnate da contestazioni molto chiassose per impedire che Pansa parlasse liberamente.

Il maestro di giornalismo, autore di importanti cronache riguardanti la strage di piazza Fontana, il caso Moro e le stragi del terrorismo rosso, ha patito negli anni recenti isolamento professionale e solitudine. Un dolore acuito dalla scomparsa prematura del figlio Alessandro, ex amministratore delegato di Finmeccanica.

Non mi piace ubbidire perché non mi piace comandare. Tutto ciò che resterà della mia vita è quello che ho scritto.

Giampaolo Pansa in realtà non ha mai perso l’affetto e la riconoscenza di tutti quei lettori che in lui hanno riconosciuto un maestro di stile e un cocciuto dissacratore dei vizi della società e della classe dirigente italiana.