È vero: le sardine, questo vuoto spinto annegato nella melassa, non sanno di niente. Ma il nulla di cui sono farcite è estremamente importante: viene dal ceppo infetto della nostra bella società di nullisti, in cui gli ideali si vivono come si passa il tempo davanti al bar, a sognare una vita migliore scherzando con gli amici vitelloni. La loro è una delle due facce del nichilismo quotidiano: l’ipocrisia dei buon sentimenti, contraltare perfetto dell’altra, il cinismo cattivista dei sovranari con l’ossessione delle strade ripulite dagli immigrati, che però sono tanto utili nelle fabbrichette e nei campi di pomodori.

La sardina chiama a raccolta sui social network il ceto medio colto di sinistra, di centro ma anche di destra, purché sian tutti moderati: quel popolo dei delicati che un tempo noi ragazzacci liquidavamo con disprezzo con il disonorevole titolo di “fighetti”. Non fighetti esteriormente, o non per forza, ma interiormente: quelli che si credono sempre giusti, al passo coi tempi, moderni, illuminati, con il complesso di superiorità incorporato. La specie più insopportabile di arroganti, i falsi modesti con il sorrisino stampato delle buone intenzioni.

Per cosa nasce la mobilitazione inventata da Mattia Santori e dai suoi tre amici di Bologna? Per manifestare contro odio, paura, incompetenza, demagogia e tutto quel che volete a patto sia brutto e spaventi i bimbi. Contro lo strisciante pericolo fascista – perché il fascismo torna sempre buono per darsi un tono da partigiano che non rischia manco una contravvenzione – rappresentato dal populismo di destra. Insomma, contro Matteo Salvini e la Lega, primo partito nei sondaggi. Che cosa chiedono? Ascolto, gentilezza, politici competenti, libertà, diritti e tutto il catalogo delle pie intenzioni dell’anima bella aureolata.

Una volta in piazza, le sardine non ascoltano un comizio degli organizzatori, non protestano sotto qualche simbolo dell’oppressione, non arrangiano assemblee in cui parlare a turno: cantano canzoni (Imagine di John Lennon, Bella ciao – povera canzone di battaglia, ridotta a hit da serie tv), ballano, chiacchierano. Fine. Un flash mob, come si dice in gergo. Un happening di semplice testimonianza, che esaurisce la sua funzione nel riunirsi nell’agorà fisica a ritrovare un po’ di calore umano per vite sempre più virtualizzate e rattrappite dalla diffidenza reciproca (vedi ultimo rapporto Censis, con il 75% degli intervistati che non si fida del prossimo, percepito come un potenziale elargitore di fregature).

Cosa c’è di politico nelle sardinate? C’è soltanto l’evocazione, con la propria presenza di persona, di una lotta dimostrativa a un avversario, momentaneamente incarnato da Salvini, che rimanda in realtà a tutto un immaginario fatto di ostilità, prevaricazione, aggressività verbale, chiusura, pregiudizio. In una parola: il male, umano prima ancora che politico. E’ un modo di pensare che schematizza la realtà dividendola in buoni da una parte (naturalmente noi, i buoni siamo sempre e solo noi) e i cattivi dall’altra (gli altri, quelli che noi odiamo, anche se non ci piace dirlo a noi stessi).

Odiano l’odio, le sardine. E mentre odiano, negano di odiare. Una forma patologica molto comune che fa sentire bene solo perché viene nascosta la negatività che c’è in ognuno e non può non esserci, a meno di non voler negare anche l’evidenza. Spiacenti per loro, ma siamo tendenzialmente tutti umani, e odiare è un sentimento umanissimo, perciò legittimo. Il problema sorge quando si va a vedere cosa e chi si odia. Il movimento sardinista – se vogliamo definirlo in questo modo attribuendogli una dignità che forse non ha, essendo ancora allo stato liquido, per non dire gassoso – detesta tutto quel che contraddice l’idea infantilmente ingenua di un vivere civile pacifico e beneducato, efficiente e accogliente, una specie di edificante villaggio globale senza confini e senza asprezze, naturalmente ossequioso dei fondamentali sacri e intoccabili, sui quali invece la libertà di dissenso non è ammessa: la Costituzione, l’Unione Europea, l’immigrazione in sé e per sé. I feticci del rimbambino medio. Ovvero del cittadino perbene, del liberale rispettoso, della giovane marmotta democratica.

Dietro le quintalate di bontà a buon mercato, non una sardina che dica una parola di sano odio contro l’articolo 81 della Carta, che ci obbliga al liberismo di Stato. Non uno slogan scritto né cantato contro l’ingiustizia sociale, generata da decenni di trattati europei taglia-welfare, o contro la perdita di autodeterminazione economica e politica causa Euro – ricordate il principio di autodeterminazione dei popoli, sinceri democratici, o vi siete scordati di Woodrow Wilson, e i più rossi di cuore, persino di Lenin? Quanto al migrazionismo: nessuno fra i pesci senza fosforo che abbia un barlume di conoscenza delle cause a monte delle migrazioni. Avete presente la globalizzazione distruttrice di sovranità, così cara al compassionevole liberal-democratico? Ecco, proprio quella.

Le sardine sono nient’altro che l’ultimo epifenomeno dell’ignoranza ideologica di certi giovani penosamente conservatori. Vogliono conservare, questi venti-trentenni vecchi dentro: a loro va benissimo questa esistenza fatta di delega a chi ci piscia in testa e dice che piove. Decidano pure lorsignori politici, purché abbassino i toni e non spaventino i più sensibili. Devono essere posseduti dallo spirito di Mattarella, questi pseudo-giovani. Se democrazia è partecipazione, partecipare è farsi una bella piazzata e morta lì. Sempre meglio di niente. Ma sempre peggio, molto peggio, di mettere in discussione il potere in quanto tale.

Possono pure avere due o tre lauree, i sapientini, ma sono imbevuti di pensiero unico fino alla punta dei capelli. Giocano alla politica, viaggiando beatamente sul binario morto del moralismo spicciolo, che giudica i fatti collettivi con il metro della morale individuale: questo è bene, questo è male, abbasso i malvagi, viva l’amore che berlusconianamente vince sempre sull’odio. La politica, anzi il Politico, si nutre invece di conflitto, tutt’altro che perbenino e a modino.

Matteo Salvini, il leader della Lega è tra gli “antagonisti” delle sardine

Ha ben chiaro, chi ha un po’ di sale in zucca, che se una forza gode di largo consenso è perché evidentemente risponde a un bisogno, non ha la presunzione settaria di sentirsi depositario unico del Bene. E ancora, cerca di costruirsi solide fondamenta su idee che vadano oltre i luoghi comuni – in questo senso il primo grillismo, quello del blog di Beppe Grillo, ospitava pensatori e punti di vista non scontati e riccamente eterogenei, anche se ormai il Movimento 5 Stelle è finito come sappiamo – non si compiace dell’inconsistenza di ritrovi senza capi né obiettivi, a lungo e neppure a breve termine. Si pone il dubbio di sbagliare qualcosa nel momento in cui riceve endorsement dai peggiori figuri messi a guardia dello status quo, gente poco raccomandabile come Mario Monti.

Le sardine sono la versione speculare dei risentiti permanenti a cui piace l’uomo forte: anche loro, come questi, sono vittime della Grande Rimozione, quell’operazione psicologica di rifiuto dei motivi del cronico disagio sociale in cui siamo impantanati. Motivi che hanno a che fare con la strisciante e occulta distruzione del diritto-dovere di cambiare il corso già scritto della storia, appaltato a centri di potere fuori dal controllo dei cittadini: i mercati, che ci condizionano la vita tramite il debito pubblico; le banche, che vengono sempre salvate a discapito degli Stati, fra cui il nostro; i reggitori delle potenze Germania e Stati Uniti, che ci hanno imprigionato nelle gabbie Ue e Nato. In una parola: il capitalismo, liberale e globale. E’ questo l’unico vero nemico, di cui Salvini è solo un sottoprodotto di seconda mano che ha il solo pregio di dar malamente voce alla ribellione anti-tecnocratica.

Dalla loro boccuccia a pesce proferiscono una sillaba, le sardine, contro quello che una volta si chiamava il sistema? No, e pour cause: loro sono a favore del sistema, loro sono parte del sistema. Lo pseudo-sovranista e altrettanto liberale Salvini lo maschera di più, mentre loro sono tutti contenti di difendere le magnifiche sorti progressive della democrazia di mercato, provando l’ebbrezza di qualche ora all’aperto, giusto prima di concedersi l’aperitivo. D’altronde, il livello della loro coscienza politica è il leaderino Santori, che rivela di essere rimasto deluso da Matteo Renzi non per quanto predicava o per come agiva, ma perché dal vivo non trasmetteva empatia (sic). Attendiamo con fiducia il festoso raduno nazionale delle sardine contro il drammatico problema dell’assenza di empatia.