Dalla passione giullaresca per le bestemmie e le poppe dei tempi di “Berlinguer, ti voglio bene” (1977) all’esegesi biblica (2014). Dal comunismo al renzismo. Il percorso artistico di Roberto Benigni è una cartografia di come la cultura borghese ha gradualmente sostituito il “popolare” con il “pop”. Come ogni spettacolo del circo mediatico italiano, la discussione sulla lettura dei Dieci Comandamenti del comico toscano si è trasformata nella frusta diatriba tra sostenitori e detrattori, tra entusiasti e annoiati, tra apologeti e critici, trasformando le pagine dei quotidiani e delle principali riviste in mere liste di aggettivi: “poeta”, “noioso”, “meraviglioso”, “retorico” e così via.

L’opinione pubblica diventa salotto mondano. Eppure, il fenomeno Benigni degli ultimi anni è l’indicatore di un problema ideologico più ampio. L’idolatria o il gioco al massacro per aver “semplificato” i classici sono i due atteggiamenti speculari di un’analisi che non scalfisce minimamente il cuore del problema, ma anzi distrae e confonde il potenziale ideologico di queste operazioni mediatiche. In gioco, vi è il senso stesso della fruizione culturale e del valore pedagogico della divulgazione. In altri termini, la questione, qui, non è tanto se Benigni riesca a restituire la bellezza di un classico come la Commedia di Dante o il fascino delle pagine bibliche; non è se sia stato bravo nella sua prova attoriale; se sappia “tenere il palco”; ma è il paradigma di uso della cultura che veicola. Una cultura prettamente piccolo-borghese che trasforma i prodotti artistici in merce, articoli usa e getta buoni per quel citazionismo esibizionistico – vero indicatore di povertà intellettuale e di superficialità della conoscenza – da sfoggiare nei bar, nei luoghi di lavoro, nei salotti, per cercare di nobilitarsi di fronte al prossimo, per sentirsi in regola con la mediocrità della buona coscienza. La logica di questi fenomeni mediatici è la banalizzazione (cosa diversa dalla semplificazione) di un contenuto, la sua riduzione a qualcosa di assimilabile nella maniera più veloce e meno dispendiosa possibile, qualcosa che rimanga in superficie, qualcosa che possa essere rovesciato dall’alto dello schermo verso lo spettatore-consumatore passivo, con l’impronta dell’auctoritas di turno (Benigni o chi per lui) che assurge al ruolo di organizzatore turistico della cultura. Perché, se “il turismo si riduce fondamentalmente alla facoltà di andare a vedere ciò che è diventato banale” (Guy Debord), allora qui siamo in presenza di mero turismo culturale. La Costituzione più bella del mondo; l’opera più bella del mondo (La Divina Commedia); le pagine più belle del mondo (I Dieci Comandamenti), il tutto martellato da una pletora di espressioni caricaturali e miseramente enfatiche: “ma è meraviglioso!”, “ma vi rendete conto!”.

La banalizzazione è precisamente il fenomeno per cui un prodotto culturale viene adattato alla circolazione di consumo, spogliato di qualsiasi valore formativo; smussato e impacchettato per il mercato. Si accuserà questa analisi di elitismo. Si dirà che questi spettacoli avvicinano il popolo a prodotti culturali che gli erano prima distanti; eppure l’equivoco – se non l’ipocrisia – sorge esattamente nel momento in cui il pop viene scambiato per popolare. La complessità del campo della divulgazione culturale – in cui rientra il servizio pubblico – è esattamente l’opposto di queste logiche: ovvero, quella di innalzare il popolo ad un livello culturale più alto, e non quello di abbassare la cultura ad un livello più basso. Per Antonio Gramsci, la cultura significava principalmente “organizzazione, disciplina del proprio io interiore; […] presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”. In questo brano riecheggia la concezione tedesca di cultura come Bildung (formazione). Se qui abbiamo un paradigma di cultura incentrato sull’interiorità, quello borghese, invece, è incentrato inversamente sull’esterno. L’esempio più chiaro è quello del marketing delle mostre sugli autobus nelle città. Prendiamo un’ipotetica mostra di Jan Vermeer: ovunque vedremo cartelloni e manifesti con La ragazza col turbante (più conosciuta come La ragazza con l’orecchino di perla) a sponsorizzare la mostra. Lo spettacolo culturale organizza le coscienze in questo modo. Vermeer diventa unicamente quell’opera; così come Edvard Munch è L’urlo. Al cittadino medio non devono interessare le altre opere, il contesto storico, il pensiero del pittore, le motivazioni, il significato o quant’altro. Non deve sviluppare nessun momento di riflessione. La calca bestiale nel museo è finalizzata unicamente a poter dire: ho visto La ragazza col turbante, (quindi sono acculturato). Non avviene nessuna esperienza estetica, poiché tutto è relegato al momento della fruizione esteriore, spendibile nella banalità delle chiacchiere quotidiane.

Negli spettacoli come quelli di Benigni, inoltre, giace al fondo persino un celato disprezzo verso le potenzialità delle fasce meno acculturate della popolazione. Un controesempio su tutti: nella dirigenza RAI tra il 1954 e il 1956, subentrò Filiberto Guala, il quale, tramite una serie di concorsi, portò a collaborare con i programmi televisivi intellettuali di punta come Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Emilio Garroni e molti altri; alcuni di loro ancora giovanissimi, ma che negli anni seguenti costruirono, sotto poi la dirigenza di Ettore Bernabei, la centralità del servizio pubblico nel sistema culturale italiano fino agli anni settanta. E, va da sé, erano programmi seguiti, e non relegati a chi sa quale nicchia snob e autorefenziale di pubblico. La divulgazione e la fruibilità, ancora una volta, non significano banalizzazione e riduzione al pop. Quest’ultimo trasforma ogni opera in merce finalizzata alla distrazione momentanea. È il meccanismo di quella che Theodor Adorno e Max Horkheimer definirono “industria culturale”, fruizione “easy listening” che mantiene gli individui in uno stato di passività, di minimo sforzo da parte del consumatore. Nessun processo di formazione, ma, anzi, riduzione capillare di ogni possibilità di sviluppo di coscienza critica, momento fondamentale per l’esercizio della cittadinanza attiva come strumento chiave dei processi democratici.

Allo stesso modo, abbiamo il privilegio di vedere Alessandro Baricco che trasforma Walter Benjamin in un autore fico (leggi qui). Se vogliamo, per amore delle definizioni, chiamare renzismo questo ormai pervasivo sistema culturale, bisogna pur essere onesti e non porlo come continuazione del berlusconismo: lì, servizio pubblico e cultura avevano preso con “coerenza”, per così dire, due strade diverse. La tv non aveva orgogliosamente nessuna funzione educativa, ma era la filosofia del “tette e culi” dopo una giornata di lavoro. Qui, invece, pesa quel fastidioso e ipocrita volto borghese-progressista che, apparentemente, si rivolge al popolo, ma soltanto per relegarlo in eterno allo status di massa.