“La società mi ha vinto. E odio. Odio forsennatamente questa umanità bruta che mi ha ucciso, che ha fatto di me una scorza d’uomo. Vorrei potermi mutare in lupo, per affondare denti e artigli, in un’orgia di distruzione, nel ventre putrido della società”
(Bruno Filippi, da Iconoclasta!, n. 4 del 2 luglio 1919)

Le dichiarazioni del sindacato di polizia (SAP) in merito alla vicenda di Stefano Cucchi sono già diventate, in pochi giorni, macabro patrimonio della nostra memoria collettiva. «In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze». Dichiarazioni che dicono molto più di quanto vorrebbero (dovrebbero) dire. In essa giace tutto lo iato che in Italia sussiste tra diritto e legalità. Tutte le ombre in cui fluttua anestetizzato il pensiero dell’italietta piccolo-borghese. Tutto l’odio e la violenza di cui è intrisa nelle sue radici la società. E allora ti viene quasi voglia di ringraziare della morte di Cucchi, perché è come un lampo che, nella sua violenza e nella sua brutalità, ti desta dal tuo dormiveglia e getta una luce su ciò che parole come “stato di diritto” e “legalità” attualmente significhino. La formale uguaglianza si accompagna specularmente alla sostanziale ingiustizia, ecco tutto.

Quando con la divisa puoi pestare impunemente, quando con il camice bianco puoi falsare referti, omettere soccorso, quando con la toga puoi avallare questo stato di cose, allora ridiventa chiaro il più antico e banale dei paradossi: che la legge, spesso, serve e protegge chi ne è già al di sopra. E come c’è qualcuno che ne è al di sopra, qualcuno ne è automaticamente al di sotto. La legalità si disegna arbitrariamente i suoi limiti. Sei un tossico? Allora per te non vale lo stato di diritto. Non c’è nulla di cui meravigliarsi: stai solo pagando le conseguenze della tua vita da pezzente. La logica della dichiarazione del Sap è chiara. I miserabili della terra sono un attentato all’ordine del cittadino medio e vanno nascosti o fatti fuori. Perché l’imperativo della società odierna è il divieto di sbagliare. Stessa logica a tutti i livelli: se spendi qualche anno di troppo nel capire la tua strada, allora sei un fallito ed è giusto che tu non riesca a trovare un lavoro; se abusi di droghe e alcool, allora per te non c’è tutela della legge, vali meno di zero. Quel “ne paga le conseguenze” è l’inquietante sintesi di un modo autoimmunitario con cui la società si normalizza ed espelle i corpi indesiderati. E non si sta parlando di entità impalpabili e retoricamente maiuscole come il Potere. È la forma mentis dell’uomo comune: come le signore intervistate dal tg4 mentre vanno dal parrucchiere, che affermano convinte che Davide Bifolco la pistolettata alle spalle se l’è meritata, tanto era un disgraziato che ha forzato un posto di blocco. Aldrovandi era un tossico di merda, e quindi è giusto che sia stato pestato da quattro agenti che hanno affermato di essersi difesi da “un invasato violento in stato di agitazione” che li ha aggrediti “a colpi di karate”.

Insomma, parafrasando Aristotele, chi vive al limite della legge o è un Dio o è una bestia; e per la bestia, si sa, non esiste giustizia. Di queste cose se ne parla, ma è come illuminare per qualche secondo un abisso che abbiamo bisogno di non vedere. La violenza intrinseca del nostro vivere in comune ci scorre addosso come pioggia d’autunno, perché, del resto, la nostra nozione di sicurezza è interamente incentrata non sull’integrazione e sull’educazione, ma sull’organizzazione dei corpi e sull’occultamento delle storture sociali. Delirio estetico di un corpo che nasconde le sue deformità e le sue cicatrici. DEVI essere perfetto, altrimenti subentra l’amputazione. E come pane quotidiano, un umanitarismo di superficie, che piange in tv e manganella con il favore della notte. La miseria deve essere sempre filtrata dal medium di massa, dal talk-show, dal telegiornale. Deve essere trasformata in immagine-spettacolo per eliminarla quanto più possibile dal quotidiano concreto. Attraverso lo schermo il cittadino-spettatore può piangere il miserabile, entrare in empatia, come al cinema, in una sorta di rituale, ma nella realtà deve avere paura e non vedere, per non intaccare il mantra della perfezione. Nella realtà, diventata essa stessa immagine, stiamo tutti bene. Dobbiamo stare tutti bene. Un discorso, questo, che raggiunge tutti gli anfratti più marci della società. Si pensi alle immigrate violentate nei campi di lavoro (in nero), dove la legge non vede e il cuore non duole. Lo stato di diritto è proporzionale al valore di scambio del tuo corpo-merce. Sorridi, produci, adempi i tuoi doveri, ostenta successo, frequenta le persone giuste, mantieniti in forma; altrimenti sei scarto, materiale inorganico dell’industria della civiltà. E ricorda sempre, la tua vita non t’appartiene.