Non Natale in India, né sul Nilo, né a Miami, né a New York, né a Rio, né in Sudafrica; no, molto di più: Natale in Italia è IL cinepanettone, con l’articolo determinativo; il cinepanettone per antonomasia, il modello da cui derivano le copie prima citate, è il comico, l’assurdo di cui quotidianamente possiamo fare esperienza, perché non viene proiettato attraverso la pellicola, ma direttamente vissuto sulla pelle, il grottesco e variopinto spettacolo che, come nel Truman Show, fa di semplici, inconsapevoli e ingenui uomini, povere vittime degne di pietà: Natale in Italia, o ancora meglio, Natale a Roma, no, Natale-capitale parafrasando il titolo dell’ultimo, più famoso scandalo che satura, ormai da settimane, le pagine dei giornali. Il 2014 dunque volge al termine, rivendicando giustamente il titolo annus horribilis, l’ennesimo della tragedia italiana. Nato sotto i peggiori auspici, quest’anno ha infatti assistito alla più celebre congiura dopo quella cesariana, il voltagabbana con cui Renzi ha pugnalato Letta, due episodi la cui unica differenza la rileviamo là dove nel primo caso, quello cioè coincidente con le idi di marzo, v’era assai più solennità e gravità, coerentemente con i tempi, v’era la storia di un tragedia, a tratti anche commuovente, se si è disposti a credere alla leggenda, tragedia nata appunto dalla necessità dell’irrefutabile, dell’incontrovertibile, consumatasi all’interno, ci piace credere, del perfetto scontro tra ideali, la libertà contro il potere, e culminata, in rapida ascensione, nelle accorate parole del padre che rantola: “Quoque tu, fili mii”, nel secondo caso, assistiamo al tanto più miserabile, quanto più ironico e sornione, quindi disprezzante motto che recita: #staisereno e che precede di poco il tradimento.

Quale più alta e perfetta sintesi si poteva richiedere alla vita, di questa scena che esprime plasticamente il succo dell’Italietta di oggi? Stai sereno, non è quello che si sono sentiti dire gli abitanti dell’Aquila prima che crollasse loro in testa il soffitto? Stai sereno, non è forse il mantra con cui per anni si è negata la crisi, la nenia con cui, più tardi, nei talk show si è sostenuta e si sostiene l’imminente ripresa, la prossima uscita dalla crisi stessa, che è sempre lì, alle porte dell’anno avvenire? Ma, sotto l’albero, questo Natale, avremo, fra i tanti bei regali offertici dall’attualità, il biglietto della lotteria per il nuovo presidente della Repubblica. Bisogna però essere sinceri: quella che era una poltrona, l’attuale presidente uscente, l’abbandona, contravvenendo allo spirito costituzionale di cui avrebbe dovuto essere garante e scontrandosi con le parole dell’illustre, esemplare predecessore, Luigi Einaudi, convinto di dover “lasciare integra la sua funzione al successore”, l’abbandona, si diceva, nella forma del trono, una metamorfosi avvenuta non senza degenerazioni, ombre e macchie. I possibili pretendenti alla corona, non lasciano però purtroppo sperare in meglio, e ciò si spiega facilmente se si pensa a chi sarà affidata la scelta, a quali figure probabilmente spetterà il compito di decidere: stiamo parlando del distico delle meraviglie, dei benedetti dal nazareno, di coloro dei quali ripetere il nome, sarebbe un’inutile pleonasmo.

Fassino, Grasso, Padoan, Severino, Veltroni, Prodi, sono solo alcuni dei possibili candidati sparati dai giornali, nomi che, com’è evidente, confermano le precedenti deprimenti parole sulle poche speranze, pressoché inesistenti, che ancora conserviamo sul futuro morto di questa penisola. I cinque stelle, comunque, propongono, almeno loro, delle figure di cambiamento, quasi rivoluzionarie se si pensa al sempre cauto immobilismo italiota, personaggi come Cantone, Gratteri e Davigo. Chiaramente, le possibilità di un loro successo, considerati gli aventi diritto al voto, cioè i nostri parlamentari, sono ben vicine allo zero. Sotto l’albero però, il 2014 ci ha riservato uno specialissimo dono, un magnifico regalo, uno scandalo come non ce n’erano dai tempi di Tangentopoli: mafia-capitale. Vent’anni dopo, l’Italia si sentiva in obbligo di ricordare al mondo, sopratutto in seguito alla perdita del suo vero rappresentante, il Berlu, che la palma del paese più corrotto, almeno in Europa, è sua, che in fatto di illegalità, disonestà, criminalità, non esiste nessuno che possa competere, che l’economia qui è fatta dalle tangenti e dalle mazzette, e che la Mafia è la prima sua azienda. Insomma, anche nel 2014 l’Italia è riuscita nell’impresa di scrivere pagine di storia, storia da dimenticare. L’anno che verrà, con l’Expo in ritardo, tangenti e corrotti, sembra promettere ancora meglio: Buon Natale.