Se mi lasci non vale. La valigia sul letto per un lungo viaggio era pronta ormai da tempo. Parafrasando la celebre canzone di Julio Iglesias, si potrebbe affermare che i due principali Frontmen della musica e della politica italiana finalmente – e senza dir niente – abbiano trovato il coraggio di dire addio alla vecchia strada per lanciarsi con malizia ed entusiasmo lungo il nuovo percorso da solisti.

Esistono diverse tipologie di separazione. Alcune relazioni si trascinano smorte fino allo sfinimento di emozioni e sentimenti, lasciandosi dietro recriminazioni e perpetui rancori. Entrambi gli amanti si trasformano in contendenti pronti a continue schermaglie pur di avere il diritto ad avere l’ultima parola. Altre storie muoiono attraverso un assordante silenzio destinato prima o poi a generare rumore e clamore.

Le storie nella maggior parte dei casi non sono eterne.

Con queste parole Tommaso Paradiso, voce e volto dei Thegiornalisti, ha dichiarato addio alla propria band. Nel 1994 lo scrittore Enrico Brizzi esordì con il romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo: l’abbandono del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers rappresenta una metafora della necessità di uscire dalla consuetudine della collettività per affermare la propria individualità. La particolarità dell’Io che soppianta la complessità del collettivo.

I personalismi affiorano proprio quando il gruppo è all’apice del successo ma ogni componente cerca di intestarsi i meriti per il raggiungimento di quell’obiettivo comune. Per Tommaso Paradiso quell’apice e punto di non ritorno risiede nel concerto dei Thegiornalisti al Circo Massimo di Roma durante una sera settembrina di fine estate 2019.

Per Matteo Renzi il picco del proprio progetto politico egocentrico si concretizza con il 41% delle elezioni europee del 25 maggio 2014. Il mito dell’autosufficienza craxiana comincia così a farsi strada a largo del Nazareno. Quella tracotanza risulterà però illusoria e solo due anni più tardi, il 4 dicembre 2016, si tramuterà in una invocazione gollista pienamente bocciata dall’elettorato in occasione del referendum costituzionale. Matteo Renzi raccolse così un ulteriore 40% con un risvolto ben più amaro.

L’ex sindaco di Firenze che aveva pianificato con dedizione la propria ascesa indossando un giubbotto di pelle e attraversato l’Italia su di un camper in compagnia del proprio «Giglio Magico», si ritrova isolato con una segreteria politica in frantumi. In quel preciso istante Matteo Renzi comincia a covare il proprio sentimento di rivalsa e la propria personale rivincita. Dopo aver lasciato la premiership, riesce a riconfermare la propria leadership all’interno del Partito Democratico e a dare il proprio benestare per la nomina di Paolo Gentiloni nelle vesti di Presidente del Consiglio. Nel PD targato Matteo Renzi però non c’è posto per due tenori. La campagna per le elezioni politiche del 2018 vede ancora il leader democratico di Rignano sull’Arno in prima fila.

L’affermazione della Lega Nord di Matteo Salvini e la strategia dei due forni, elaborata dal Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, costringono Renzi a vestire i panni del semplice «senatore di Scandicci» deciso a far saltare ogni preventivo accordo tra PD e M5S, inaugurando la stagione dei pop-corn. «Primum vivere», seguendo la prassi del Vangelo socialista craxiano.

Un animale feroce ma ferito che, chiuso in un angolo, attende il momento giusto per contrattaccare.

Siamo come tori a Pamplona. Ma tu vuoi correre, c’è l’Apocalisse in centro.

Le parole profetiche, cantate da Tommaso Paradiso, prefigurano l’obiettivo politico a medio termine di Matteo Renzi: abbandonare ogni pretesa sulla segreteria del PD, conquistata attraverso le primarie da Nicola Zingaretti, dichiarare infine guerra al correntismo dem e alla «Ditta» dalemiana (responsabile di aver da sempre ritenuto Matteo Renzi intruso ed estraneo alla storia politica post-comunista) per poi occupare un affollato centro politico forzista, moderato e liberale, orfano di Silvio Berlusconi.

Dopo un solo anno di veti e insulti, nell’estate 2019 Matteo Renzi compie un triplo salto mortale carpiato, abbandona l’attendismo dei pop-corn e apre paradossalmente ad una alleanza con il Movimento 5 Stelle in funzione anti-leghista. Con l’inserimento di Teresa Bellanova al Ministero dell’Agricoltura, di Elena Bonetti al Dicastero per la Famiglia e con Anna Ascani nel ruolo di Vice-Ministro all’Istruzione, Matteo Renzi si trasforma nel principale azionista-artefice del Governo Conte Bis e nel suo probabile futuro giustiziere.

Prendi tutto e te ne vai per vedere se è vero che poi ti vengo a cercare. E ritorni solo se cambia tutto tranne te.

Sulle note di Paradiso, Elisa e di Takagi & Ketra, anche Matteo Renzi decide così di ballare da solo In the Night. Dall’ennesima scissione a Sinistra nasce Italia Viva: non un semplice partitino cespuglio ma una vera e propria galassia renziana dominata da Boschi.

Il sogno del rottamatore fiorentino ha subìto infatti diversi ridimensionamenti. Come ricordato dal politologo Pietro Ignazi, l’inventiva progressista di tante proposte delle prime Leopolde ha lasciato il passo allo stucchevole neoliberismo antisindacale del suo governo:

Renzi incarnava il desiderio di cambiamento e svecchiamento, anche generazionale, che attraversava il partito. Ma lo ha interpretato male.

In una estate dominata da sbandamenti «sotto il Sole di Riccione», la scelta di Matteo Renzi sembra riportare ordine in seguito alla sbronze vacanziere: ognuno per la propria strada in attesa di conoscere il proprio destino tra proporzionale e maggioritario.

Come evidenziato da Romano Prodi, l’ennesimo partito personale potrebbe rivelarsi uno yogurt con scadenza a breve termine. Una scissione parlamentare priva di popolo ed elettori. In fin dei conti il potere politico risulta essere simile alla felicità decantata da Tommaso Paradiso:

Dura un minuto ma che botta ci dà.

E Matteo Renzi dovrebbe aver imparato la lezione in un panorama politico dove non si intravvedono all’orizzonte Maradona y Pelé.