Il virus Ebola è stato scoperto nel 1976 e si è manifestato per la prima volta nella Repubblica Democratica del Congo ed in Sudan. Si tratta di un virus estremamente aggressivo che provoca una serie complessa e rapidissima di sintomi, dalle febbri emorragiche al dolore muscolare e agli arti, oltre a numerosi problemi al sistema nervoso centrale. Il virus si diffonde con estrema rapidità ed ha una percentuale di fatalità del 68% tra le persone colpite. Si presume che l’Ebola provenga dalle cosiddette volpi volanti, grossi chirotteri che mangiano frutta e abitano le foreste tropicali; si pensa che il virus “viva” all’interno di questi animali da moltissimo tempo perché non si manifesta in essi alcun sintomo. La scoperta del virus è molto recente; risale al periodo in cui ebbero luogo le prime spedizioni delle compagnie del legname e minerarie all’interno delle foreste, che hanno spinto gli abitanti dei villaggi vicini a nutrirsi di selvaggina.

Nel 2014 si è diffusa quella che, a parere di medici e studiosi, può essere considerata la peggior epidemia dell’Ebola. Ma era davvero necessario tutto questo allarmismo? Si tratta davvero di un fenomeno realmente pericoloso per il nostro Paese? Il virus rappresenta un pericolo imminente per la nostra penisola? E, se così non fosse, qual è il fine di questa campagna mediatica? Bisogna fare alcune precisazioni. Dal 1976 fino ad oggi, il virus si è manifestato sempre all’interno degli stessi Paesi del continente africano: Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Gabon e Uganda. Non si tratta dunque di un’epidemia diffusasi in tutto il continente africano. L’allarme ebola è stato lanciato ad arte a seguito del fallimento parziale dell’operazione Mare Nostrum, un piano di soccorso umanitario a beneficio dei migranti giunti in Italia a bordo di gommoni o barconi. Accanto alle solite posizioni pseudo umanitarie e buoniste, era necessario creare un clima di paura. E come sempre, dalla paura sarebbe scaturita la diffidenza, nel migliore dei casi, l’odio sociale, e non solo, nel peggiore. L’immagine del barcone carico di immigrati, dunque, suscita una seconda immagine e cioè quella del barcone carico di ebola, carico di malattie ed epidemie, oltre che dei soliti ladri e stupratori. E così, incastonato questo procedimento mentale nella coscienza della massa, è sufficiente il colore della pelle, unito ad un sonoro colpo di tosse, a generare il panico al mercato, alla stazione, o in metropolitana.

Recentemente una bambina africana, tornata dalle vacanze in Uganda, ha provocato lo sdegno e la reazione da parte delle mamme in un asilo di Roma, le quali si sarebbero rifiutate di lasciare i proprio figli a scuola in compagnia della bambina, considerata un potenziale pericolo. La bambina, tuttavia, non presentava alcun sintomo né aveva accusato alcun malessere fisico o altra forma influenzale. L’Uganda, inoltre, non è considerato un Paese ad altro rischio di contagio. Questo episodio testimonia, tuttavia, che il procedimento mentale per cui l’appartenenza al popolo africano rimanda al rischio del contagio, si è radicato con successo.

Al momento il focolaio ebola è presente i Guinea, Liberia e Sierra Leone. Tuttavia l’ECDC (Europe Centre for Disease Prevention and Control) ha ribadito che il rischio di esposizione al virus Ebola è estremamente basso, sia per i viaggiatori in arrivo in Guinea e Liberia, sia per i viaggiatori provenienti dagli stessi Paesi. Infatti, pur non essendo stato ancora scoperto un vaccino in grado di neutralizzare gli effetti del virus, in base ai criteri indicati da OMS ed ECDC, è sufficiente rispettare i consigli e le misure preventive per eliminare il rischio del contagio. Inoltre, gli stessi organismi hanno affermato che, per le misure messe in atto da mesi e rafforzate nell’ultimo periodo, il nostro Paese è attrezzato per valutare e individuare ogni eventuale rischio di importazione della malattia da virus Ebola e contenerne la diffusione.