Evito personalmente di accodarmi al coro di voci e frasi fatte udite in questi giorni sul potere delle matite, sulla democrazia, la tolleranza e altre questioni che lascio volentieri ai discorsi di Renzi e Boschi. Evito l’hashtag facile semplicemente perché conosco Charlie Hebdo da prima di questo attentato, e non posso definirmi un suo fan, sia per diverso orientamento politico e sia perché, semplicemente, preferivo altri fogli satirici. Non ce l’ho con l’Islam in generale, non credo nella definizione di Eurabia, così come nel laicismo a tutti i costi e spesso declinato in forma modaiola. Credo semplicemente in un diritto fondamentale, quello della libertà di poter esprimere idee, di fare satira, di criticare colui che si ritiene essere il più forte, o il degno bersaglio di una critica politica. Per questo non posso che esprimere, in via preliminare, un netto rifiuto delle logiche che hanno portato all’attacco della redazione parigina, condannandone le motivazioni, il compimento e il tragico esito.

Oltre a questo (a dir il vero facile) esercizio di solidarietà tuttavia vorrei esprimere una critica ed una analisi un po’ più profonda, pure a livello nazionale. Una analisi che non può che cominciare dalla reazione che molte forze politiche hanno avuto rispetto all’attentato, e alle soluzioni offerte per la sua interpretazione e collocazione. Un filone interessante pare essere quello dell’accoglimento e della valorizzazione del messaggio di Oriana Fallaci, con l’attentato di ieri a dimostrarne la validità delle tesi e la correttezza dell’ideale. Personalmente non sono affatto di questo avviso, per diverse ragioni. La prima senz’altro può essere identificata con la quasi assoluta assenza, all’interno del messaggio di Oriana, del ruolo ricoperto da quei governi laici di area mediterranea e mediorientale, precisamente di paesi islamici, spesso contrari all’indirizzo politico a guida statunitense. Un esempio contemporaneo che spicca su tutti può essere quello della Siria di Assad, e di tutto ciò che si è fatto per tentare di defenestrarlo. Tra Eurabie e lodi al lifestyle americano pare facile dimenticarsi il ruolo di quello stesso terrorismo fondamentalista che più volte è diventato la sciabola di scellerate politiche americane ed europee in suoli sovrani, e spesso laici. Ci si dimentica delle fazioni di ribelli islamisti via via foraggiate, dalla più vetusta invasione sovietica dell’Afghanistan passando attraverso Libia, Siria e molte altre ancora. Una storia fatta di trattative sottobanco, finanziamenti collaterali, accordi, rovesciamenti. Ovviamente Oriana non può oggi esprimersi su fatti accaduti dopo la sua morte. Tuttavia il messaggio della Fallaci, pur apprezzabile in alcuni suoi frangenti per coraggio e pragmatismo, cade di fronte ad un mondo che non è né granitico né diviso in blocchi compatti, bensì composto da numerosissime fonti di intreccio, interesse e contatto. Scansando da un lato la bolsa e irricevibile retorica dell’accoglienza cachemirata, del “ma anche i cristiani sanno essere fondamentalisti”, e pure la facile, troppo facile ideologia fallaciana, sarebbe più giusto dire che l’occidente ha sempre avuto rapporti con il mondo arabo, spesso con la sua parte più estremista, pericolosa ma, al tempo stesso, funzionale. Si può pure dire che il messaggio di Oriana, più che aiutare ad aprire una vera “questione laica” nel Medio Oriente, pare aver contribuito a fornire quelle basi ideologiche e di consenso utili a demolire a colpi di maglio quei pochi governi che un approccio alla laicità l’hanno avuto.

Altro mito da sfatare, assieme all’Islam come blocco granitico, quello degli “islamici che devono manifestare”. Qui nessuno “deve” manifestare nulla, al massimo “può” manifestare, ma trascinare qualcuno in piazza per forza è un qualcosa la cui idiozia si manifesta già alla pronunzia della frase. Io, italiano ed agnostico, se emigrassi in Svizzera non mi sentirei responsabile di un ipotetico attentato dinamitardo di un mio connazionale fondamentalista. Non so nemmeno se parteciperei alle facili (e sempre seguenti) manifestazioni di condanna, con cotanto di fiaccolata. Non ci parteciperei perché tanta sarebbe la distanza da un gesto di quel tipo che non sentirei il bisogno nemmeno di rimarcarla con una passeggiata per il centro storico. Così come, questa lontananza, credo la sentano moltissimi islamici che vivono in Italia da anni, che vi sono arrivati regolarmente, che si sono integrati e che non costringerei mai a fare qualcosa contro la loro volontà. Dirò di più; se il sistema di controllo alle frontiere fosse sicuro e affidabile, a vantaggio pure della popolazione straniera residente, non si sentirebbe il bisogno di coinvolgere chi già vive qui in simili teatrini. Il problema è proprio che c’è la necessità di una conferma palpabile, c’è bisogno di vedere la sfilata degli islamici, di tutti gli islamici, per convincersi che si può stare tranquilli. Personalmente credo che con una immigrazione gestita nella maniera attuale non si possa stare tranquilli, e qui la Lega e Salvini, per esempio, hanno perfettamente ragione. Dall’altro credo che il problema vada (o forse andasse) risolto alla radice, con una immigrazione più tollerabile, più controllata e meno strumentale. Sinceramente tra la cooperativa dell’accoglienza matitata e una ideologia che vuole l’Islam come un blocco unico senza distinzione, vedo tanta ipocrisia da una parte quanta approssimazione dall’altra. Ancora una volta, la politica nostrana l’accuratezza l’ha espressa in un solo senso: evitando chirurgicamente di rappresentare i miei ideali.