di Matteo Volpe

La caratteristica saliente del linguaggio di Renzi è il suo essere perfettamente inserito nel sistema simbolico mediatico. Il medium non è soltanto uno strumento di cui si avvale, ma egli è parte di esso abolendo qualsiasi distinzione tra la politica e la comunicazione. La comunicazione non è più veicolo della politica, ma si sostituisce alla politica. Quest’ultima, così, finisce per perdere il suo proprio contenuto avvitandosi in un circuito chiuso e autoreferenziale. Essa smarrisce del tutto la propria natura, ovvero la ricerca di un’organizzazione comunitaria razionale e socialmente accettabile, per divenire l’iterazione di serie infinite di messaggi – rimbalzate da un medium all’altro, dalla televisione, ai giornali, alla rete – che non conducono a nulla di diverso dalla forma referenziale. Ovvero la comunicazione politica non conduce al concreto, alla realtà fisica e materiale, ma rimane all’interno di se stessa, rinviando sempre e solo a se stessa. In tal modo la differenza tra significato e significante è abolita.

Questa caratteristica non riguarda soltanto Renzi. Dai tempi di Berlusconi la politica è diventata sempre più linguaggio, è stata sempre più assorbita dalla comunicazione e dal medium. Tuttavia Renzi sembra aver realizzato la fusione perfetta al punto che la sua politica non può essere espressa se non in forma pubblicitaria. “Medium is message”, così riassumeva Jean Baudrillard, citando McLuhan, questa peculiarità della comunicazione nella nostra società. Il messaggio è il medium stesso. Quel che conta non è il contenuto specifico dell’informazione di uno spot, del programma di un’emittente televisiva o radiofonica, ma “la funzione di rinviare a un altro messaggio, il Vietnam alla pubblicità, questa al giornale radio, ecc. – essendo proprio la loro giustapposizione sistematica la modalità discorsiva del medium, il suo messaggio, il suo senso” (La società dei consumi).

Nelle enunciazioni di Renzi vi sono continue allusioni, rimandi, citazioni, riferimenti alla cultura di massa, alla rete, al cinema e allo spettacolo. Nel 2009 dichiarava in una intervista “La politica deve essere conquista, deve essere senza rete. Bisogna sudare e combattere, essere pronti a rimettersi in gioco. Come diceva Clint Eastwood: ‘Se vuoi una garanzia, allora comprati un tostapane’”. In una simile frase da “epica pop” traspare quella che è la natura della lingua renziana, quel che conta non è tanto il significato letterale, ma il suo inserirsi nella simbologia mediatica, rimandando, in questo caso, al cinema hollywoodiano: il suo intrecciarsi al sistema comunicativo dell’industria culturale.

“Mi sento come Al Pacino in Ogni maledetta domenica che cerca di dire ai suoi che ce la possiamo fare” dice alla conferenza stampa di fine anno. Il gergo renziano si inscrive in quello pop della televisione e del cinema e richiama sovente la figura dell’eroe solitario, dell’atleta, dell’allenatore di una squadra, perché la politica viene ridotta a metafora sportiva.

“La funzione di comunicazione di massa della pubblicità” scrive sempre Baudrillard “non le deriva dunque dai suoi contenuti, dai suoi modi di diffusione, dai suoi contenuti manifesti […] ma dalla sua logica stessa di medium automatizzato, vale a dire non rinviante a degli oggetti reali, a un mondo reale, a un referenziale, bensì da un segno all’altro, da un oggetto all’altro da un consumatore all’altro”; è proprio ciò che fa la strategia comunicativa renziana, non aderisce alla realtà, alle cose, agli oggetti, ma a un sistema di rappresentazione scenica, cinematografica. I destinatari non sono quelli politici: i cittadini, il popolo, la classe sociale, ecc., ma quelli chiamati a decifrare il codice dei media, i consumatori culturali dei giornali, dei tweet e dei talk-show.

La pubblicità, ci spiega il sociologo francese, “non invita a comprendere o ad apprendere, ma a sperare”. E la comunicazione di Renzi non è fatta per essere “compresa”, interpretata, ma per indurre un impatto e una reazione emozionale nel pubblico. “Se avete sogni, provateci”, dice durante un discorso al Senato. “Arriva un momento in cui il coraggio deve essere più forte della comodità e la speranza deve prendere il posto della rassegnazione” dichiara in occasione della campagna elettorale per le primarie del 2012. La parola è svuotata del suo significato. È strappata dall’universo semantico letterario per essere posta in una rete simbolica che non è più dotata di senso e di inferenze logiche. Vale quello che Baudrillard ravvisa nella pubblicità, di essere cioè “al di là del vero e del falso”; di non essere decifrabile con un metodo euristico, perché la categoria della verità non le pertiene.

Il lessico politico perde la propria specificità. Esso non solo viene contaminato ma si fonde e si confonde con altri lessici. Ogni singolo lemma perde la chiarezza del significato per essere usabile e fruibile a piacimento di chiunque. Come scriveva Marcuse nell’Uomo a una dimensione “La struttura analitica isola il sostantivo dominante da quei contenuti che potrebbero invalidare o quantomeno disturbare l’uso accettato del sostantivo stesso nei programmi politici e nell’opinione pubblica”. Così ci si può dire tranquillamente “democratici” e delegare il potere delle istituzioni statali a soggetti autocratici sovranazionali, “socialisti” ed essere a favore del capitalismo. Queste parola diventano semplici flatus vocis, per essere universalmente consumabili e fruibili, disponibili illimitatamente per la comunicazione. In questo senso il linguaggio renziano è “post-ideologico”, non perché non sia ideologico, ma perché l’ideologia non è più circoscritta dal lessico politico e della sua struttura di senso.

Venendo meno l’oggetto reale, riducendosi, il messaggio, a mera ripetizione di altri messaggi, slogan, notizie, viene meno il significato della politica. SalvaItalia, Italiariparte, Italiacambiaverso, senza nessuna cesura, i termini vengono fusi insieme e preceduti, magari, dai vari hashtag, come esige l’ubiqua e indiscreta presenza dei social network. La politica viene sussunta sotto altre categorie, che siano quelle della tecnica e dell’economia totalitaria o della pubblicità e del medium. Il senso, si potrebbe sintetizzare con un paradosso di efficacia pubblicitaria, non ha più alcun senso. In un discorso tenuto a New York non importava che quello che dicesse il Presidente italiano in un inglese pessimo fosse comprensibile alla platea. L’importante era comunicare che egli parlasse in inglese, che egli parlasse, ovvero comunicare la presenza stessa e l’egemonia della comunicazione, in un circuito autoreferenziale che dissolve il significato, e con esso la politica.