Vincenzo De Luca ha vinto le primarie del centrosinistra in Campania. Sarà lui a partecipare alle elezioni regionali della regione nella prossima primavera. Cresciuto nel PCI, sindaco per quattro volte di Salerno (il primo di questi incarichi nel 1993), esperienza parlamentare, una tentata scalata alla Regione Campania, viceministro alle Infrastrutture nel governo Letta (2013). Negli anni Novanta il suo potere si fece tentacolare, e i suoi fedelissimi entrarono a far parte delle stanze dei bottoni delle società partecipate della città di Salerno. Nel ventennio passato ha saputo gestire in maniera attenta i propri rapporti, sapendo coniugare le relazioni con le famiglie imprenditoriali più potenti della Campania con la ricerca del consenso presso i ceti più bassi. Una figura sempre stata sul carro dei vincitori, quella di De Luca, il cui successo in questa competizione è stato una sorpresa soltanto per coloro i quali non sono stati in grado di elaborare una analisi delle logiche politiche che muovono il sistema socio-economico meridionale.

Innanzitutto, è da capire il comportamento del Partito Democratico, che ha dovuto abbandonare i propri propositi sulla questione morale: De Luca è stato già condannato per abuso d’ufficio ed è legato a vicende giudiziarie che ne potrebbero decretare la sospensione dalle pubbliche cariche. Ma questo sembra il meno. Le logiche di fondo del sistema politico meridionale sembrano infatti poter essere riassunte, nella propria interezza, in questa vicenda. Come ha scritto Polito, il Partito Democratico che si è imposto in Campania non ha il volto della rottamazione renziana, ma ha il volto del passato, ha il volto della tradizione, del sistema clientelare. I circoli viziosi, insomma, che hanno caratterizzato il versante politico del sottosviluppo meridionale non sono scomparsi: il Mezzogiorno si è dimostrato impermeabile alla rottamazione. Le primarie del Partito Democratico si sono svolte come un puro duello personalistico, dove lo scambio di favori e di voti prevale sul momento politico; la loro stessa precaria organizzazione non ha contribuito ad avvicinare l’elettorato a programmi e candidati, ma tutto si è giocato sulla capacità di mobilitazione, da parte dei membri delle classi dominanti e dirigenti, delle risorse elettorali organizzate sul territorio. E il fatto è proprio che, nonostante i cambi di guardia a livello nazionale, a Sud una nuova classe dirigente non è ancora venuta fuori, e il sistema attuale di potere ruota ancora attorno a figure e realtà che nel tempo hanno saputo accumulare esperienze e rinsaldare la propria posizione.

I segnali della vittoria del passato sono evidenti: personalismo, voto di scambio, reciprocità di favori con finalità elettorali sono fenomeni che hanno aleggiato anche in questi giorni; gli stessi De Luca e Cozzolino, secondo arrivato e braccio destro di Bassolino, sono i tipici esponenti di un terribile sfasamento rispetto ai tempi della politica nazionale. E De Luca, oltre al solito successo bulgaro nella sua Salerno, ha saputo anche spingersi oltre i suoi limiti storici. I successi insperati di Napoli e Caserta sono stati prodotti proprio dall’efficienza della macchina organizzativa messa in moto dai meccanismi tipici di regolamentazione del sistema politico meridionale. Ha saputo conquistare la borghesia napoletana di Chiaia, di Posillipo, del Vomero (le stesse zone dove Renzi aveva vinto contro Bersani); ha vinto tramite rapporti influenti: a Capri, grazie ad Antonello De Nicola, legato agli ambienti imprenditoriali isolani; a Fuorigrotta, grazie a Umberto Frenna e Mario Raffa; a Chiaia, attraverso il commercialista Umberto De Gregorio; al Vomero, grazie a Igino della Volpe. Tutti nomi, questi citati, saldamente legati alla rete di potere napoletana. E’ questa la realtà attuale, quindi, del sistema politico meridionale. E sembrano estremamente adeguate al contesto esaminato anche le parole di Giuseppe Galasso, che proprio in questi giorni ha scritto che, al Sud, Regioni e Comuni non sono sentiti come più vicini rispetto allo Stato.

Il Mezzogiorno affronterà le prossime tornate elettorali primaverili in una situazione ben particolare: avendo poca voce politica nel contesto nazionale, essendo subordinato anche dal punto di vista politico nell’evidente dualismo italiano. E se le elezioni regionali e comunali nelle province meridionali sono ormai prossime, scadenti sono i tratti tipici che stanno caratterizzando il sistema politico legato a queste aree: nessuna delle amministrazioni in scadenza ha saputo far bene, scrive Galasso; e molto debole appare anche il legame tra i maggiori esponenti politici e partitici locali e i rispettivi centri nazionali. Come si è detto all’inizio, è assurdo sorprendersi che questo stato di cose si perpetui ancora una volta. E’ la realtà del sottosviluppo meridionale ad essere all’origine di questi fenomeni. Tuttavia, resta da dire che, viste le condizioni oggettive, non è possibile sperare in un ricambio delle classi dirigenti che porti ad un generico miglioramento dello stato di cose attuale; né bisogna moralisticamente sperare che un cambiamento verso un modo di agire maggiormente positivo avvenga nelle figure che già compongono la classe dirigente. Una svolta è possibile soltanto rimuovendo le cause primarie dei fenomeni attuali: soltanto l’abbandono della situazione del sottosviluppo può assicurare al Mezzogiorno una classe dirigente diversa da questa e da quelle passate. E condizione per l’abbandono del sottosviluppo e dei suoi tratti tipici è l’abbandono del sistema capitalistico.