Una notizia, ultimamente, ha rilanciato le condizioni drammatiche del mercato del lavoro meridionale: Napoli è l’epicentro del dramma lavoro in Italia. Nella sola provincia partenopea, infatti, si concentrano ben 258mila disoccupati, il 24,6% della popolazione attiva (in Italia la media è il 12,7); un dato che rappresenta, da solo, circa l’8% di quello nazionale. Praticamente, il numero totale dei disoccupati in questione si avvicina al numero dei cittadini di Venezia. Ma l’analisi rischia di farsi anche più drammatica: se nell’intero Mezzogiorno il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni sfiora il 60%, in aree come Scampia si sale ancora. Secondo alcuni rapporti anche ben oltre il 70%. Segnali evidenti, questi, che mostrano come il sistema del mercato del lavoro, nelle regioni del Mezzogiorno, sia praticamente in una situazione fortemente  precaria.

Nonostante le dichiarazioni di Delrio, che ha profetizzato la prossima grande ondata di sviluppo per le realtà del Sud Italia, infatti, lo stato di cose attuale è tutt’altro che ottimistico. In effetti, se la condizione napoletana è già evidentemente negativa, sicuramente non migliori sono le situazioni che possono essere rintracciate in altre aree del Mezzogiorno, dove la congiuntura negativa si è mostrata con il proprio volto più duro. E, soprattutto, non sono concessi ottimistici giudizi sul futuro anche perché le riforme messe in campo negli ultimi tempi sembrano indirizzare l’analisi in direzione opposta. Il Jobs Act è, ormai, ad esempio, una realtà di fatto. Ed effettivamente ha già mostrato di poter costituire un mezzo importante per la ripresa dell’occupazione, a costo di portare avanti la durissima campagna di imperialismo contro i salari da parte delle classi dominanti nazionali ed europee. Evidentemente, però, gli effetti del Jobs Act a Sud potrebbero essere anche più gravi di quanto si pensi. Una riforma del lavoro tanto determinante sembra cucita su misura ad un sistema produttivo in seppur leggera ripresa, come quello di alcune aree del Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna).

La situazione del sistema produttivo meridionale, invece, si è dimostrata praticamente incapace di reagire a qualsiasi tipo di stimolo, tanto è stata grave la distruzione di capitali e risorse negli ultimi anni. Quali effetti, quindi, potrebbe avere una misura legislativa come il Jobs Act in un sistema economico tanto disastrato, incapace di ripartire, ridotto all’osso nelle sue funzioni essenziali? Il mercato del lavoro meridionale si va caratterizzando per la ripresa di alcuni fenomeni di rilevante importanza: la ripresa dei flussi migratori sta aprendo scenari che non erano previsti; la forbice di disuguaglianza tra lavoratori e non-lavoratori sembra crescere. E tutto ciò è calato in un contesto ben particolare, potenzialmente sintetizzabile in poche parole: i punti di forza e di eccellenza già presenti nell’economia reale del Mezzogiorno dimostrano la sua innovatività, ma non sono sufficienti per un’area con 26 milioni di abitanti. Ecco, quindi, che emerge chiaramente l’impossibilità di poter garantire una ripresa nei tassi di occupazione in un sistema produttivo, come quello meridionale, che funziona praticamente “ad isole”. Inoltre, se, come è probabile, il Jobs Act e altre riforme del genere non potranno garantire una ripresa dei tassi di occupazione, queste stesse misure stanno andando nella direzione di minare alla base il mondo del lavoro, rafforzando uno stato di cose di già accentuata precarietà. Così che, come in un circolo vizioso interminabile, le costanti e ripetute diminuzioni salariali e la mancanza di sicurezze sul posto di lavoro non faranno altro che influire negativamente sul livello dei consumi, indebolendo sempre più la possibilità che emergano apparati produttivi nelle regioni meridionali in grado di operare sui mercati locali, e non, come ora, solo sui mercati internazionali, con merci destinate all’esportazione.