di Cristiano Puglisi

Quello politico non è l’unico elemento da considerare nell’ambito della crisi che sta colpendo il cosidetto centrodestra nel Veneto. La rottura tra la porzione di Lega a trazione Salvini (e quindi il governatore uscente Luca Zaia) e il sindaco di Verona Flavio Tosi sulle alleanze in vista delle prossime regionali, pur apparentemente una questione interna al partito di via Bellerio, cela infatti risvolti di importanza strategica che valicano i confini nazionali. Sebbene la questione stia passando quasi inosservata, è bene ricordare che nel Veneto di Luca Zaia si sta facendo strada, con evidente scetticismo ma comunque con correttezza formale, l’iter per un referendum sull’indipendenza della Regione. Dopo un lungo percorso, fatto di numerose iniziative e rivendicazioni popolari e da parte di movimenti indipendentisti, il 1 aprile del 2014 la commissione Affari istituzionali del Consiglio Regionale del Veneto, ha approvato il progetto per la legge 342 sul referendum per l’indipendenza, promosso soprattutto dall’associazione “Indipendenza Veneta”, e lo ha inoltrato al Consiglio che ne ha votato l’approvazione il 12 giugno 2014. Il referendum a quel punto è divenuto legge regionale, con l’apertura di un conto corrente per le donazioni volte alla sua attuazione.

Zaia ha probabilmente appoggiato l’iniziativa come elemento negoziale per portare avanti la sua battaglia verso il riconoscimento al Veneto dello “Statuto speciale”, privilegio per ora concesso alle sole Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. Tuttavia la sua battaglia ha incassato un duro colpo quando, lo scorso gennaio, la Camera dei Deputati ha bocciato gli emendamenti proposti dalla Lega Nord a favore appunto del riconoscimento di una maggiore forma di autonomia.

Rimane però il referendum, che il Governo ha impugnato di fronte alla Consulta Costituzionale, dove la questione sarà discussa il prossimo 28 aprile 2015. Ma perché tanta preoccupazione dalle alte sfere, peraltro per un’iniziativa formalmente seria, ma comunque velleitaria? Probabilmente, appunto, vi sono considerazioni di carattere diverso da quello esclusivamente politico. Sul territorio veneto sono presenti ben 19 centri e basi militari della Nato e degli Stati Uniti, tra cui il quartier generale e comando della Setaf Us Army, che controlla le forze americane stanziate in Italia, in Turchia e in Grecia di Camp Ederle e la base Nato per le forze di terra di tutto il Sud Europa, proprio a Verona, casa del sindaco Tosi. Il quale, neppure a dirlo, non hai mai fatto mistero delle proprie tendenze atlantiste, come quando invocò l’intervento armato contro la Siria di Assad. Fatto che lo pone in decisa contrapposizione al resto del suo (ormai quasi ex) partito, oggi attestato decisamente verso un orientamento filorusso. Basti citare il fatto che lo stesso Zaia di recente ha scelto di ignorare un parere negativo della prefettura per accompagnare a Mosca un gruppo di imprenditori  veneti, in barba alle sanzioni decise dall’Unione Europea contro il Governo di Putin. Ci sono capi di Stato dell’area di influenza atlantica che hanno pagato per molto meno.

Pur se al momento velleitaria, un’indipendenza del Veneto significherebbe anche la messa in discussione dei trattati internazionali cui aderisce l’Italia, tra cui anche quello sulle basi Nato. Certo, raccontata oggi la vicenda può anche sembrare un semplice elemento di folklore. Tuttavia allo stesso modo solo due anni fa sarebbe stato impensabile immaginarsi una possibile uscita della Grecia dalla Nato. Oggi invece se ne parla tranquillamente. Il contesto geopolitico europeo e in particolar modo del Mediterraneo è al centro di un fermento continuo, alimentato dalla crisi dell’eurozona. E’ chiaro allora che, in un’ottica prospettica una vittoria di Zaia e della Lega non può che preoccupare chi sta oltreoceano. Viceversa lo strappo di Tosi, che potrebbe consegnare la Regione a un partito notoriamente amico di Washington, come il Partito Democratico, non può che far piacere. Alla Nato, s’intende. Ai veneti magari un po’ meno.