Torino, febbraio 2020, festa per i 110 anni di fondazione del sindacato degli industriali italiani. Tra gli invitati c’è l’ex presidente del consiglio, esperto in sedute spiritiche e pesciolini in scatola, Romano Prodi. L’esimio professore durante il colloquio con Paolo Mieli ha dichiarato:

Se il paese avesse un solo sindacato sarebbe meglio. Il sistema industriale è uno solo, al suo interno ci sono diverse proprietà. Sarebbe meraviglioso che succedesse la stessa cosa con i sindacati.

Bene, evitando di strapparci i capelli come delle isteriche, proviamo a fare qualche ragionamento. Partiamo dal presupposto che la Carta Costituzionale, piaccia o meno, afferma una cosa diversa. Essendo noi altri cocciuti lo ripetiamo, vuoi vedere che qualcuno tra una cosa e l’altra se ne fosse dimenticato?! Potrebbe capitare che ci butti un occhio su quella carta che vale a giorni alterni. In modo particolare non vale mai nei giorni in cui l’argomento è il lavoro e non i diritti dell’ultima minoranza sbarcata ieri. Ebbene, cosa dice la legge fondamentale della Repubblica Italiana in merito alla libertà sindacale: 

Art. 39: 

L’organizzazione sindacale è libera. 

Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. 

È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. 

I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Non andremo ad analizzare nel dettaglio l’articolo 39, non è questo il contesto, considerando tra l’altro che i commi successivi al primo, nel nostro paese, non sono stati mai attuati per mancata volontà politica. Ad ogni modo, la legge fondamentale dello Stato, su cui si fonda il nostro sistema, è chiara. Basterebbe questo, dunque, per chiudere la questione del sindacato unico, ma giova aggiungere altre riflessioni. La prima: quando il Prof. Prodi parla di sindacato unico a chi si riferisce nello specifico? Ad una sola sigla costituita dalla triade di CGIL, CISL e UIL? 

Perché qui la questione non è solo la libertà, ma anche la qualità. La triade, nonostante al suo interno ci siano persone estremamente qualificate, negli ultimi vent’anni è stata molto poco incisiva su questioni importanti, dal Jobs Act alla legge sulle pensioni. Quindi la domanda sorge spontanea, il sindacato unico per chi? Per i lavoratori? O per gli industriali e la classe dirigente sindacale?

Secondo punto importante, su cui vale la pena riflettere, è il seguente: ma se creassimo un sindacato unico, tutti gli altri sindacati, che ormai sono rappresentativi in molti contesti produttivi, cosa dovrebbero fare? Dovrebbero chiudere? Essere obbligati a far sindacato con l’unica sigla esistente? O peggio ancora esistere, per volontà del maledetto articolo 39, ma essere esclusi a priori dai tavoli decisionali? Ovviamente non è dato saperlo, anche se riteniamo la risposta superflua, poiché molto probabilmente la scelta degli altri sindacati o dei lavoratori è un dato a cui certa politica ha smesso di dare importanza. L’obiettivo della creazione di un sindacato unico di “regime” serve sostanzialmente a silenziare qualunque opposizione interna al mondo sindacale, che esse provengano da sigle esterne alla triade o interne, perché il punto sarà “o fai sindacato con noi o la legge non ti dà nessun potere”.

L’idea del sindacato unico è un sogno di Confindustria e delle dirigenze dei grandi sindacati. Inoltre è opportuno sottolineare che la pluralità sindacale non è solo una questione di libertà associativa dei lavoratori, ma è sinonimo di diversità anche ideologica. La straordinaria storia del mondo sindacale italiano ha una sua peculiarità, dal sindacalismo nazionale dell’attuale Ugl al sindacalismo cattolico della Cisl, arrivando ai sindacati di base come Usb o tutto il mondo delle sigle autonome del mondo bancario come la Unisin. Le diverse sigle sono portatrici anche di diverse scuole di pensiero, alcune hanno sempre dato spazio ad un sindacalismo “duro”, altre invece si sono strutturate basando la loro azione su una forte contrattazione. Naturalmente la lotta al dumping contrattuale è sacrosanta, ma non può essere affrontata azzerando, tramite decreto, la capacità e la volontà organizzativa dei lavoratori.