L’esperienza di Governo giallo-verde è ormai conclusa e archiviata, così come conclusa e archiviata si può considerare anche la parentesi populista in Italia. L’Esecutivo nato dall’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle, infatti, è stato solo l’ultimo capitolo di un fenomeno, quello populista, che nel nostro Paese si presentò con almeno un anno di anticipo rispetto al resto del mondo e in breve tempo assunse le dimensioni di un vero e proprio terremoto politico. Ma intendiamoci, non è stato il populismo a mandare in crisi il nostro sistema partitico, sono piuttosto le contraddizioni interne al sistema stesso ad averne fatto emergere tutte le criticità e il populismo ne è stato solo una conseguenza. Le piazze che nel 2007 iniziavano a riempirsi attorno alla figura di Beppe Grillo, si sarebbero presto svuotate se ad alimentare il malcontento, di cui il comico si faceva portavoce, non si fossero aggiunti la crisi economica e i ripetuti fallimenti dei successivi Governi «tecnici» e di «larghe intese». La concomitanza di un crescente sentimento di sfiducia, tanto verso la classe politica quanto verso il sistema economico, ha fatto sì che gli elettori si allontanassero sempre più dai partiti tradizionali e si creassero spazi per nuove forze politiche.

Il decennio che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato un momento politico potenzialmente rivoluzionario, senza precedenti nel secondo dopoguerra, eppure tutt’oggi sono in pochi ad essersene accorti.

Una crisi non è soltanto il manifestarsi di un malfunzionamento del sistema, una crisi è soprattutto uno shock per chi è privo degli strumenti necessari a comprendere ciò che accade e si sente minacciato dall’eccezionale instabilità. In situazioni come queste anche i cittadini più moderati sono disposti a rimettere in discussione tutti quei presupposti che avevano sempre accettato acriticamente e sentono il naturale bisogno di nuovi punti di riferimento. Nel dibattito politico hanno quindi potuto fare finalmente irruzione quei grandi temi che fino ad allora erano rimasti confinati ai “blog dissidenti” e alle sezioni dei partiti più estremisti. Si potevano contestare apertamente l’appartenenza all’Unione Europea, all’Euro e alla NATO, le politiche economiche liberiste, il sistema di produzione e di consumo capitalista, l’imperialismo statunitense e la sua occupazione militare dell’Italia e dell’Europa. Tutto ciò era possibile perché la crisi dell’ordine liberale ci stava dimostrando che avevamo sempre avuto ragione.

Con tali premesse una forza rivoluzionaria sarebbe potuta diventare in brevissimo tempo un movimento di massa e arrivare al potere senza usare violenza. Ma in Italia non esistono forze rivoluzionarie e questa occasione è stata sfruttata dalla Lega, per cambiare volto, e dal Movimento 5 Stelle, che con un vaffanculo e poco più, in pochi anni è diventato il primo partito in Parlamento. Le elezioni del 2018 hanno infatti premiato i due partiti che, cavalcando l’onda populista, hanno dato vita all’autoproclamato «Governo del Cambiamento», ma la sua repentina caduta è stata solo l’ultima scossa di questo terremoto politico, la scossa di assestamento che ha riallineato l’asse della competizione elettorale lungo le direttrici di destra e sinistra. La Lega si è così potuta ricongiungere alla destra liberal-conservatrice della Meloni e di quel che resta di Forza Italia, mentre i 5 Stelle sono scivolati verso la sinistra liberal-progressista di Renzi e del PD.

È l’eterno ritorno dell’uguale.

Destra e sinistra dovevano essere categorie politiche superate, ma puntualmente ritornano perché non è stato superato il sistema liberale, che ha bisogno di questa falsa dicotomia per condizionare l’offerta elettorale e tenere in ostaggio la democrazia, escludendo di fatto qualsiasi reale alternativa. Ed ora, tutto ciò che possiamo aspettarci è che ricominci il valzer dell’alternanza di Governo: sinistra e destra, destra e sinistra, in attesa che questo nuovo bipolarismo si sfaldi da solo. Lega e Movimento 5 Stelle hanno agitato la bandiera del cambiamento per raccogliere il voto di protesta. Hanno assorbito la dissidenza, impedendo che si organizzasse altrimenti e dopo averla depotenziata, l’hanno in parte tradita. A conti fatti il populismo è stata soltanto una parentesi che è servita al sistema per rinnovare se stesso. Volti nuovi sono subentrati per sostituire una classe politica che aveva perso la fiducia degli elettori. È la fisiologica circolazione delle élite, ma sembra scritta da Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

E non cadiamo nell’errore di credere che il Governo sia caduto a causa delle pressioni internazionali. Lega e Movimento 5 Stelle non hanno mai rappresentato una concreta minaccia geopolitica, perché non hanno mai realmente preso in considerazione la possibilità di modificare le coordinate della nostra politica estera. Le grandi potenze hanno lasciato che Conte, Salvini e Di Maio giocassero la loro partita, senza interferire, sapendo che qualunque fosse stato l’esito della crisi di Governo, non avrebbe in alcun modo alterato gli equilibri continentali e internazionali. In nessun caso l’Italia sarebbe uscita dall’Euro o dall’Unione Europea, ma soprattutto avrebbe continuato ad essere un fedele vassallo degli Stati Uniti. Sostenere che il cambiamento che ci era stato promesso non si sia realizzato a causa delle ingerenze esterne, significa archiviare frettolosamente la faccenda, prendendo per buona una versione che in fin dei conti non scontenta nessuno, quando invece la realtà è che il Governo è inciampato da solo.

Noi non possiamo adeguarci alle narrazioni che ci vengono suggerite, dobbiamo elaborarne di nostre.

L’aver considerato l’Esecutivo giallo-verde un laboratorio populista ne è un altro esempio. Lega e Movimento 5 Stelle erano sì le due forze politiche che più di ogni altro promettevano discontinuità rispetto al recente passato, ma subito dopo aver siglato il contratto hanno iniziato a spingere in direzioni opposte. L’esperienza di Governo è stata una campagna elettorale permanente e alla fine hanno prevalso i calcoli di partito. Salvini, forte dei sondaggi, ha rotto credendo di poter andare a elezioni. Di Maio ha provato fino all’ultimo a ricucire lo strappo senza riuscirci, perché Conte e Grillo pensavano già all’alleanza con Renzi e Zingaretti per arginare la Lega ed evitare le urne. Il «Governo del Cambiamento» è stata solo una scappatella e questa nuova geografia parlamentare ha riassegnato a ciascuno la sua naturale collocazione politica. Ora che si è riaffermato il bipolarismo, la competizione tornerà a convergere verso il centro per intercettare il voto dei moderati, così chi continuerà ad inseguire quei pifferai che si sono appropriati delle parole d’ordine del sovranismo e della post-ideologia si ritroverà fianco a fianco con Berlusconi e Renzi.  Per qualcuno la politica è soltanto chiacchiera e intrattenimento, anche per chi a parole si avvicina alla nostra visione del mondo, ma tutta la sua dissidenza è confinata al suo alter ego virtuale. A costoro quest’articolo andrà sicuramente di traverso e così sia. La rivoluzione non è un pranzo di gala. Qui si vuole elaborare analisi il più possibile aderenti alla realtà per avere precise coordinate d’azione.