E se il Lecce, alla fine di questo campionato, arrivasse al secondo posto? La stampa e i tifosi rimprovererebbero ai salentini di non avere vinto lo scudetto, o sottolineerebbero piuttosto la grande impresa di una squadra capace di andare oltre i propri limiti di budget e di superare ogni pronostico? Se la risposta è scontata in campo calcistico, lo è molto meno per quanto riguarda le competizioni elettorali. Non appena sono stati resi noti i risultati delle elezioni europee del maggio scorso, sulla grande stampa è infatti partito un peana di ringraziamento per lo scampato pericolo dell’affermazione dei populisti-sovranisti, che risulterebbero sconfitti poiché si trovano in minoranza nel nuovo Parlamento dell’Unione europea. Sui giornaloni, gli editorialisti non smettono di congratularsi per la vittoria dei partiti più devoti a Bruxelles, sottolineando come i loro avversari siano confinati in una posizione di minoranza isolata, senza capacità di incidere in alcun modo sulle scelte della politica continentale.

A guardare bene i risultati e parafrasando Mark Twain, si potrebbe però dire che la notizia della morte dell’alternativa all’ordoliberismo europeista è, quantomeno, fortemente esagerata. E’ una strana débacle, infatti, quella che vede i presunti sconfitti risultare come primo partito in quattro dei sei più grandi Paesi dell’Unione: Francia, Gran Bretagna, Italia e Polonia. Non importa, in questa sede, analizzare le differenze, anche di rilievo, tra il Rassemblement National, il Brexit Party, la Lega e il polacco Diritto e Giustizia, ma occorre riconoscere che si tratta di quattro partiti molto lontani dall’ortodossia di Bruxelles. E infatti sono da sempre stigmatizzati da quegli stessi commentatori che oggi esultano per la “sconfitta” dei populisti.

Se a questo aggiungiamo il recente risultato delle elezioni regionali in Brandeburgo e Sassonia, nelle quali Alternative fur Deutschland, ha rispettivamente raddoppiato (23,5%) e triplicato (27%) i voti ottenuti, è difficile dedurre che, almeno a livello elettorale, i partiti che si oppongono all’attuale modello europeo siano in cattiva salute. Certo, anche in questo caso, si obietta che AfD rimane comunque all’opposizione, ma qui fa gioco la metafora calcistica del Lecce: era pensabile che un partito con soli sei anni di vita, osteggiato -come ogni altro movimento europeo almeno in parte simile – da tutti i poteri, media e istituzioni economiche in primis, potesse, già in questa occasione, raggiungere la maggioranza assoluta?

I liberali di tutte le confessioni, però, preferiscono non porsi la domanda, anche perché la caduta del governo giallo-verde li ha ulteriormente ringalluzziti. La fine di quell’esperimento, nei loro auspici, segnerebbe anche la fine di ogni possibilità che, in Italia e in Europa, la “insorgenza populista” possa dare vita a una credibile proposta di governo. Il precedente esecutivo, tuttavia, non è crollato per la mancanza di sostegno popolare – tutti i sondaggi, fino all’ultimo, ne hanno evidenziato il consenso maggioritario – ma per l’immaturità politica dei due firmatari del “contratto”. Lega e 5 Stelle, in definitiva, non hanno saputo comprendere la carica di dirompente novità che la loro tormentata alleanza conteneva in nuce.

l posto di cogliere l’occasione, arrivata in modo del tutto inaspettato e con modalità improvvisate, per provare a sgomberare il campo dalle vecchie e usurate categorie politiche e sostituirle con i cleavage (le fratture) reali che oggi dovrebbero ridefinire gli schieramenti contrapposti, hanno interpretato come occasionale il loro patto, enfatizzando al contrario, in una competizione continua, le proprie sfumature di destra e di sinistra per accentuare le reciproche differenze. Hanno rinnegato così la loro comune ispirazione populista che, pur nell’ambigua complessità di tale concetto, a tutto rimanda tranne che a una contrapposizione tra le due vetuste categorie di cui sopra, oggi incapaci di spiegare nulla o quasi.

Probabilmente non poteva finire che in questo modo – anche se il susseguente accordo dei 5 Stelle con il Partito Democratico, che rappresenta l’architrave del sistema di potere, lascia ugualmente sorpresi – perché l’occasione è arrivata troppo presto e senza alcun lavoro di preparazione ideologica.

Non si tratta però solo di tempi, ma anche e soprattutto, come ha scritto Marco Tarchi:

Dell’assoluta indifferenza dei populisti verso l’azione metapolitica. La convinzione che, per consolidare le posizioni acquisite sul piano elettorale, si debba predisporre il consenso verso le proprie opinioni operando sul piano culturale è a loro estranea.

Come sottolinea lo stesso Tarchi, i populisti hanno saputo riconoscere alcuni dei punti di conflitto fondamentali dei nostri tempi, dalla difesa delle identità popolari minacciate dalla globalizzazione capitalista a quella dei ceti più colpiti dalle manovre delle oligarchie finanziarie, ma non sono stati in grado di elaborare una visione d’insieme delle varie tematiche in campo, che fungesse da bussola per orientarli in una strategia di lungo periodo. In definitiva, potremmo dire che i movimenti populisti sanno bene ciò che detestano, ma non sanno chi essi siano veramente e quale modello di società vogliano opporre a quello attuale.

Un’alternativa politica non può essere costruita solo sui risentimenti e le idiosincrasie, pur giustificati; questo può bastare per un effimero successo elettorale. Il popolo del populismo non è ancora un possibile fattore di radicale cambiamento sociale, perché, come ha scritto Adriano Scianca, nel suo “La nazione fatidica”:

Un popolo è una popolazione che si riscopre in una comunità organica di destino, ma questa scoperta è frutto di un lavoro incessante sulla coscienza collettiva. Ora, paradossalmente, al populismo è proprio l’elemento popolo a fare difetto.

Lo stesso vale per il concetto di sovranismo, che non può ridursi a un nazionalismo fuori dal tempo né tantomeno a una volgare xenofobia. Per essere vitale questa categoria deve fondarsi su quanto, in tutt’altro contesto storico, sosteneva Jean Bodin:

E’ la sovranità il vero fondamento, il cardine su cui si poggia tutta la struttura dello Stato, e da cui dipendono i magistrati, le leggi, le ordinanze; è essa il solo legame e la sola unione che fa di famiglie, corpi, collegi, privati un unico corpo perfetto.

Jean Bodin

Senza sovranità, insomma, non si dà politica ma solo cattiva amministrazione. Occorrerebbe dunque individuare in che modo la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia sottraggano sovranità ai cittadini ed elaborare una critica e un’alternativa che non siano solo la polemica occasionale contro la Commissione europea, ma investano tutte le dinamiche politiche, sociali ed economiche in corso.

I sostenitori del pensiero egemone fanno male a cantare prematuramente vittoria per la scomparsa della “bestia populista-sovranista”, perché l’ostilità verso il loro modello sociale continua a crescere, come confermano tutti recenti test elettorali, ma dovranno incominciare a temere davvero solo se i dirigenti e i seguaci dei movimenti alternativi capiranno che gli occorre dotarsi di una cultura politica all’altezza della sfida. E’ un obiettivo che, però, non appare né semplice né molto probabile, considerando il radicato anti-intellettualismo che contraddistingue la mentalità populista. In ogni caso, chi volesse intraprendere un’opera metapolitica di cambiamento delle mentalità collettive, oggi può guardare con qualche speranza solo verso questo grande serbatoio di disillusi.