Lo Stato Sociale, per come lo conosciamo, nasce nel dopoguerra in Inghilterra, con i provvedimenti del 46-48, e poi nei decenni successivi si estese alle altre potenze industriali. La volontà era quella di rimettere in piedi una nazione devastata dal conflitto mondiale creando un sistema di protezione sociale per le classi più deboli, ma ben presto la per niente neutra e galoppante economia capitalistica ne mutò il significato: nello scontro ideologico-politico con l’URSS il cosiddetto welfare state funse da contentino per i lavoratori occidentali, affinché si stabilisse la superiorità nei confronti della potenza comunista. Una sorta di elemosina per rimediare alle inevitabili disuguaglianze, tanto in termini economici quanto sociali, che l’economia capitalista generava. Non si vuole certo negare i benefici che molto hanno giovato ai meno abbienti, ma un simile apparato istituzionalizzato di carità era, ed è, un rimedio a posteriori di un errore di principio nel metodo di produzione e nel suo controllo, è evidente. Un sistema equilibrato e sedicente autoregolantesi (dalla mano invisibile di Smith, al laissez faire neoliberale) non dovrebbe necessitare di correttivi. La scomparsa di un vero e proprio nemico geopolitico dell’Occidente e lo svuotamento valoriale dell’economico, tuttavia, stanno gradualmente permettendo lo smantellamento progressivo anche dello Stato Sociale. Posto che un nuovo sistema di produzione che abbia sostegno popolare non si profila all’orizzonte, resta solo da aggrapparci a questi rimedi correttivi che stanno scomparendo, lasciandoci in balia delle fluttuazioni economiche. Ciò che accomuna questo problema a quello ambientale, per fare un esempio, è l’irresponsabilità totale con cui viene affrontato.

Secondo una ricerca Censis, il 40% dei lavoratori dipendenti fra i 25 e i 34 anni percepisce uno stipendio inferiore ai 1000 euro e di questi, il 65% avrà una pensione inferiore a tale cifra pur tenendo conto degli avanzamenti di carriera. Questi dati riguardano solo i lavoratori in tale fascia d’età con contratti standard, quindi non i circa 900.000 con contratto di collaborazione o i 2,3 milioni che non cercano un lavoro e non studiano, per i quali le sorti potrebbero essere ancora meno rosee. Il sistema contributivo, se da un lato introduce un criterio più o meno meritocratico (se venisse applicato più equamente), dall’altro colpisce coloro i quali devono vivere di contratti saltuari, che proliferano in questo clima di incertezza, e non hanno cominciato il prima possibile a versare i contributi. Ora le istituzioni sono al corrente del disastro futuro che potrebbe determinare il tracollo generale dell’Italia, ma qualcuno si aspetta veramente che la cosa sortirà un qualche effetto? Per capire veramente un processo politico contemporaneo è fondamentale tenere conto del fattore “irresponsabilità”. Da un lato si assiste al disinteresse totale verso i problemi futuri, figlio dell’eterna dilazione propria del sistema finanziario e di quella che si potrebbe definire “ansia da rielezione”, per cui tutto ha come fine il prossimo termine di voto (non uno più lontano) e per tale scopo viene strumentalizzato, dall’altro l’errare ingenuamente (si pensi agli esodati) nel pieno della sedicente era dell’informazione. C’è anche da dire che lo svuotamento di sovranità effettivo non aiuta certo la possibilità di riformare, non nel senso di obbedire ai diktat europei, come lo intende Renzi. È importante ribadire che si sta parlando di quasi un’intera generazione destinata alla povertà. Toccherà discutere su come gestire una simile massa di anziani indigenti, una decisione fra l’abbandono oppure degli investimenti enormi per mantenerli. Ma, alla fine, non sarà certo l’attuale classe politica a gravarsi di una simile scelta.