Nel travaglio politico che coinvolse il residuale fascismo italiano alla fine della guerra civile del 1945, è difficile trovare un filone che potesse permettere a certe caratteristiche ideologiche di sopravvivere, è difficile soprattutto muovere un rimprovero politico ad una classe dirigenziale postfascista trovata a muoversi su di un terreno difficilissimo, pieno di ostilità, diffidenza e ostracismo. La guerra, coi suoi orrori, era appena terminata. Vigeva ancora un sano e condivisibile spirito antifascista, non funzionale come gran parte di quello odierno, bensì dettato dalle urgenze del tempo e dall’effettiva necessità di voltare una pagina che si era dimostrata negativa per il paese. Una svolta nella residuale estrema destra era necessaria, se non altro per inserirsi in un solco di lotta politica minimamente praticabile. E la svolta è un punto nodale nella storia del Movimento Sociale, una svolta che riguarda uno dei suoi principali fondatori nonché più importante leader, Giorgio Almirante.

Fin dall’inizio le difficoltà d’azione nel Movimento sono fortissime, pure con denunce e una effettiva crisi di inserimento nella politica. Si nota già tuttavia un percorso che diverrà determinante e caratterizzerà la storia del partito nei decenni a venire, ovvero un progressivo distanziarsi da quelle che sono le logiche fasciste più rivoluzionarie, popolari e pure socialiste, con una netta prevalenza di un fascismo di destra, cui la stessa segreteria di Almirante va ascritta. Una prevalenza che diverrà sempre più forte, in cui il messaggio del fascismo viene sì modificato e adattato, ma nei suoi lati più deteriori e reazionari, spesso conservatori e bigotti, borghesi e di governo. Se il fascismo del Ventennio, nei suoi aspetti politici più determinanti, segna una sconfitta del fascismo di provincia rivoluzionario, antiborghese ed estraneo a logiche di pacificazione con la classe borghese e liberale di comando, l’MSI non si preoccupa di tornare alle origini e ripensare ad un partito popolare, ispirato a quei valori: Si occupa invece di approfondirne ancor più l’anima destrorsa e conservatrice, che verrà acuita sempre più col passare degli anni, mitigando quasi tutte le posizioni di un fascismo coerente e ideologicamente ortodosso, sacrificato all’altare di una destra centralista e pure capace di strizzare spesso l’occhio agli Stati Uniti e alla NATO.

Se un’opera di profonda revisione del fascismo era necessaria, e pure un’opera di pulizia nei confronti del culto della violenza, questa poteva essere fatta sotto un’egida politica differente, con il perfezionamento di una ideologia di tipo popolare, strapaesano, capace di ispirarsi ai più valevoli pensieri di un Maccari, di un Bilenchi, di un Bombacci, pure di un rivoluzionario Bottai, di un D’Annunzio con la sua Fiume e di un primo Longanesi e un primo Malaparte, sul solco di un nazionalismo radicale alla Alfredo Oriani. Rinunciare alla violenza e al deleterio squadrismo in funzione di una rivoluzione ideologica, da trasporre sul piano politico, in favore di una revisione pendente molto più a sinistra che a destra. Non serviva una destra in doppiopetto, anzi, serviva costruire un movimento brillante, originale, capace di stimolare e criticare pure da sinistra un PCI sempre più vicino a logiche di governo e ammansito al potere. Un Movimento Sociale che sociale poteva esserlo davvero e non solo nel nome, e nel suo più ampio carattere popolare, capace di superare un centralismo sterile e abietto e di proporre anch’esso un federalismo e una logica di governo locale foriera di senso d’appartenenza, e in ultima istanza di spirito patriottico.

Il prodotto uscito dall’MSI, pur riconoscendo dei meriti pure politici a Giorgio Almirante, alla sua eleganza e al suo portamento, è una pietra tombale sull’ideologia anticonformista prodotta dal fascismo, un colpo assestato a ciò che rimaneva della sua vena più socialista ed innovatrice, che dopo il Ventennio mussoliniano poteva essere ripresa, nel solco di un rinnovamento inevitabile e necessario. Ciò che resta oggi dell’MSI non fa onore nemmeno alle scelte che furono effettivamente prese, così come la scelta di Fiuggi non è uno spartiacque improvviso, come non lo fu dall’altra parte la Bolognina. E’ invece l’effettiva presa di coscienza di un cambiamento che già era intercorso nei decenni precedenti, di cui Fiuggi è solamente un suggello, pure triste. La vera pietra tombale sull’ideologia fascista fu posta molti decenni addietro, con errori strategici e scelte errate, che oggi si ripercuotono in un messaggio che resta appannaggio di pochi. Fascismo e Comunismo italiani sono uniti nella stessa sventura, quella del sacrificio progressivo della propria origine, in favore di svolte mitigatrici e filo-governative sempre più forti. Il risultato, se analizzato oggi, non pare lusinghiero.