Continua a soffiare il vento dei capitali qatarioti sull’Italia, e molto probabilmente anche sul Mezzogiorno. A livello nazionale, infatti, sono sempre di più, e sempre maggiormente influenti, i fondi di investimento che fanno riferimento proprio all’Emirato. Per quanto riguarda le regioni meridionali il copione sembra, ancora una volta, già scritto: infatti, in questi giorni, viene costantemente ripetuto il mantra che vede nel turismo e nell’investimento straniero la via d’uscita dalle difficoltà meridionali. La stessa sorta di capitali, che alcuni decenni fa trasformò le coste sarde in un polo turistico di alto livello, contribuendo a preservare le contraddizioni socio-economiche della regione, potrebbe riaffacciarsi nel Mediterraneo ancora una volta, alla ricerca di profitti. Inutile ripetere le critiche già mosse al dogma della bontà dell’investimento estero nel sistema turistico.

Un Mezzogiorno capace di essere un parco giochi per i ceti medio-alti provenienti da tutto il mondo è un Mezzogiorno nella sostanza non dissimile da quello attuale, e cioè ancora incatenato alle strutture del sottosviluppo. Così scrive Gaetano Chianura sul Corriere del Mezzogiorno: quella tra Qatar e Italia è una relazione preziosa e che va coltivata con un’operazione di sistema, anzitutto attraverso una task force che consenta ai contractors nazionali l’accesso agli appalti per le grandi infrastrutture dei Mondiali 2022 e che sia orientata altresì all’attrazione degli investimenti esteri, che specialmente nel comparto del turismo potrebbero apportare grande slancio al sistema Italia (in questo senso molto positivo è l’accordo di Joint Venture fatto da Qatar Holding con il Fondo Strategico della Cdp). Tutto ciò non solo perché ci serve o perché pecunia non olet, ma anche perché l’Emirato di Doha ha un tale senso del bello, della cultura, dell’arte, del sostenibile, da farne il partner perfetto dell’Italia, ricca di bellezze turistiche e culturali da valorizzare, ma anche, nonostante tutto, ancora il regno dello stile e della tradizione manifatturiera e agroalimentare continentale. Le potenzialità di questo incontro tra Paesi così diversi ma così complementari sono semplicemente straordinarie e tali da generare enormi sinergie che restituirebbero finalmente a noi Italiani una dimensione e un rispetto planetario.

Al di là della retorica, ecco che si viene delineando chiaramente la linea di fondo su cui potrebbero inserirsi gli investimenti qatarioti: l’investimento di capitali nelle regioni meridionali, nei loro settori più in vista, potrebbe essere la carta di scambio che permetterebbe a imprenditori italiani una maggiore partecipazione agli affari dell’Emirato arabo. Ma, ancora una volta, pur nella sfiducia che l’analisi dei fattori in campo fa emergere, non tutti i giochi sembrano già definitivamente conclusi. Se i capitali qatarioti potrebbero significare un contributo al mantenimento delle strutture del sottosviluppo nel Mezzogiorno, i fondi di investimento cinesi potrebbero rappresentare, al contrario, la mossa giusta per tentare proprio di ribaltare la situazione esistente. Capitali cinesi si sono già inseriti nelle reti economiche mediterranee, e stanno contribuendo alla ripresa di sviluppo di alcuni strutture portuali di una certa rilevanza, come sta succedendo per il Pireo in Grecia. E’ giusto, quindi, differenziare tra loro le varie tipologie di investimento estero di capitali: non tutte sono destinate a rinforzare la posizione di subordinazione del Mezzogiorno nel contesto del sistema economico mondiale.

Parla chiaro un editoriale pubblicato a inizio marzo sulla stampa ufficiale cinese, che descrive le forme in cui si sta attuando la creazione di una “Nuova via della Seta”, favorita proprio dagli investimenti della Repubblica Popolare: la Cina non intende costruire un proprio vantaggio da queste iniziative con la formazione di un alleanza contro un qualsiasi Paese o gruppo di Paesi; né intende, attraverso di esse, giungere ad una fase di supremazia in Asia e oltre. Grazie ad esse la Cina aspira a sostenere l’avvio di una fase di sviluppo comune invece dell’intensificazione di atteggiamenti e sentimenti antagonistici. Come ha specificato il presidente cinese Xi Jinping, le iniziative rappresentano “una enorme piattaforma che ha come obiettivo quello di estendere a tutte le parti coinvolte il beneficio della rapida espansione economica cinese”. Mentre il Piano Marshall escludeva i Paesi comunisti e alimentava l’escalation del confronto fra Unione Sovietica e Occidente, la cinese “One Belt, One Road” è aperta a tutti i Paesi che desiderano pace e sviluppo e priva di qualsiasi altra supplementare condizione. E’ necessario, allora, che le classi subordinate meridionali rifiutino le false promesse che mirano a mantenere in atto lo stato di cose esistente, ed è necessario che le stesse classi subordinate meridionali sappiano guardare alla realtà mondiale, nel tentativo di trovare i giusti alleati per la propria lotta di liberazione.