Il nuovo giornalismo “post-moderno” si caratterizza per una tendenza a inondare di notizie, vere, false, più o meno attendibili, tutti i mezzi di comunicazione. Molte notizie, in articoli di poche righe, con scarso approfondimento. Il lettore non ha tempo per leggere articoli di intere pagine. Deve essere catturato con poche parole chiave. Quest’ultima tendenza si sta diffondendo in particolare sulla rete, dove i “notizifici” sorgono ogni giorno e trovano su portali, blog e social network fecondi canali di amplificazione. La verifica delle fonti è qualcosa che spesso è totalmente assente. Manca del tutto qualsiasi “filtro” che anticipi e selezioni i fatti veri e degni di essere pubblicati. Il web ha la proprietà di diffondere qualsiasi contenuto. Nel momento in cui una notizia compare essa rimbalza da una pagina all’altra, da un blog a una testata, da una lingua all’altra. La stampa cartacea tradizionale non si differenzia da questa nuova tendenza e anzi si inserisce a pieno in questo circuito, diventando soltanto un anello della catena di trasmissione di un’informazione non verificata e in certi casi impossibile da verificare.

La rispondenza alla realtà, il metodo euristico di ricerca del vero, non è più il metro con cui misurare la validità delle fonti. Ad interessare non è più la realtà, ma l’iper-realtà dei media, che segue una logica del tutto diversa dal meccanismo di validazione vero/falso. Ciò che conta è la proprietà di rifrazione di ogni singola pubblicazione. Quanto più essa rimbalza da pagina a pagina, da media a media, quanto più rimanda ad altri contenuti e a se stessa, tanto più ha successo e riesce a imporsi nell’oceano informativo. Esula dal meccanismo vero/falso che presuppone processi logici di tipo induttivo e deduttivo e quindi dal pensiero complesso e dal ragionamento. Il lettore, come l’articolista, non ha più tempo per questo. Sommerso com’è dalla marea di informazioni, egli non può più vagliare con un processo di selezione razionale ogni singolo evento mediatico. La notizia deve avere subito un impatto emotivo. Se essa riuscirà a sollecitare l’apparato nervoso del destinatario, sarà illimitatamente replicata, clonata, trasposta da una canale all’altro nell’arco di poche ore. Tutti ricorderanno il caso delle ragazze italiane rapite in Siria, sulle quali si è creata una sorta di mitologia telematica. Tacciate di rapporti sessuali con i loro rapitori, la leggenda è stata ripresa da un noto politico italiano. Il fruitore della notizia-leggenda, non sembra essere interessato alla verifica di ciò che gli viene proposto. Egli non dubita di quanto i media gli offrono, non per una ingenua credulità, ma perché semplicemente non è interessato a conoscere la verità, bensì soltanto a una immediata gratificazione emozionale.

La carta stampata si è del tutto adattata a questa nuova conformazione del giornalismo. La notizia deve impattare subito con la sfera emozionale, suscitando rabbia, curiosità, ilarità, compassione, indignazione. Quella di qualche giorno fa, diffusa da importanti organi nazionali, dalla Nazione al Giornale, e prontamente ripresa dalla rete, serviva a sfruttare un certo risentimento “popolare”. Il titolo, d’impatto, è stato “Tabaccheria vietata agli italiani”. Il Monopolio di Stato avrebbe diffuso il bando per il diritto all’esercizio rivolto ai soli “profughi”. E quindi, di conseguenza, fa balenare subito l’idea della “discriminazione” contro gli italiani a vantaggio di immigrati privilegiati. Ma se solo questi giornalisti si fossero premuniti di approfondire minimamente, avrebbero scoperto che in realtà il bando è un’applicazione di una legge del ’58, riguardante i coloni della Libia, i quali, con la fine della guerra, si trovavano ad essere degli esuli in terra straniera. Lo stato prevedeva, così, delle speciali prerogative per il rientro di questi cittadini italiani. Il meccanismo psichico è quello associativo. Da un evento, emozione, notizia a un altro evento, emozione, notizia, senza nessuna continuità di tipo causale.

Ma dove si scatena maggiormente questo dispositivo anti-euristico è sulle notizie estere. Di pochi giorni fa è la raccapricciante narrazione diffusa ampiamente in rete su siti italiani della madre che sarebbe stata costretta a mangiare il cadavere del proprio figlio dai miliziani dell’Isis. Orrore, raccapriccio, terrorismo, paura. La carica associativo-emotiva innesca subito la solita reazione a catena e la notizia viaggia di pagina in pagina. Pochi, pare, si sono preoccupati di capire se si tratta di un fatto vero o di una leggenda. Pare che tutto si basi sul racconto di un combattente curdo, un certo Yasir Abdula, e sulla sola base di questo racconto (forse di seconda o di terza mano) si è innescata l’amplificazione mediatica. E cosa dire della presunta proposta di una deputata di Mosca di distribuire lo sperma di Putin a tutte le donne russe? Riportata dal New York Observer, il quale l’avrebbe ripresa da un sito ucraino (e forse tutt’altro che disinteressato) la leggenda si è presto diffusa su vari organi di informazione del web.

L’oggetto del nuovo giornalismo non è più il reale, il vero, cioè quello che è al di fuori e indipendente dalla narrazione mediatica. La narrazione dell’evento (non si deve parlare più di “fatti” ma di “eventi” ovvero fenomeni che non esisterebbero al di fuori dell’universo mediatico) può essere accostata alla circolazione del mito nelle civiltà pre-moderne; si tratta di racconti il cui contenuto non è il reale e per questo differisce dalla cronaca storica, che si fonda sul metodico accertamento dei fatti: il mito riproduce un universo che ha valore in se stesso; ma il mito, pur sempre, racconta una verità, non la verità storica ma quella della natura umana, delle civiltà, delle culture, dell’etica e della società, trasfigurata nella narrazione immaginifica.

Il giornalismo odierno, invece, post-moderno e iper-reale non ha alcun “messaggio” da comunicare. L’evento, al contrario del mito, non deve essere interpretato, ma fruito nella sua immediatezza ed emozionalità compulsiva per poi essere subito dimenticato e sostituito da un nuovo. La sua vera essenza è quella pubblicitaria, che abolisce il dualismo vero/falso e si istituisce sulla potenza associativa, rimandando da un titolo a una sequenza video dell’evento “sensazionale” e costruisce un mondo virtuale che si sovrappone, fino a fagocitare, quello reale.