Dal dibattito sull’attuazione prossima della riforma del mercato del lavoro portata avanti dal governo Renzi è possibile cogliere alcune sfumature che, per vari motivi, fino ad ora non sono state adeguatamente messe in luce. Un’interpretazione realistica del Jobs Act non può che considerare questo strumento legislativo come un tentativo all’interno del disegno più grande del cosiddetto “imperialismo verso i salari” che a livello europeo, da alcuni anni, è stato messo in atto. Il Jobs Act, ora come ora, è una tipica riforma legata alle ristrutturazioni in atto nel sistema economico europeo. Alle trasformazioni produttive in atto in Lombardia, in Veneto, in Emilia, in Piemonte (come in molte altre aree dell’Europa mitteleuropea) è necessario, dal punto di vista delle classi dominanti, che si accompagni un ridimensionamento delle assicurazioni che erano state concesse alle classi subordinate nel ventennio 1950-1970. La socialdemocratizzazione del proletariato occidentale era stata infatti ottenuta con strumenti di una certa rilevanza. Alle classi subordinate statunitensi era stato concesso un alto livello di consumi individuali, accompagnato da una forte possibilità di accesso al credito; alle classi subordinate europee era stato concesso l’accesso al welfare state, allo stato sociale.

Questa situazione, nel continente europeo, ha dimostrato di non poter reggere più dagli anni Settanta in poi, ed il Jobs Act rappresenta oggi uno dei tentativi di influire sullo stato di cose che si era creato, e che era possibile mantenere soltanto sulla base di una forte crescita dell’economia. Ora, però, è necessario porsi dal punto di vista della formazione sociale del Mezzogiorno, e capire quali effetti avrà su di essa la renziana riforma del lavoro. Se ci si pone dal punto di vista della classi dominanti, la speranza non può che scontrarsi con un giudizio negativo. Se nel Nord Italia è possibile che, insieme ad altre misure già messe in atto, il Jobs Act contribuisca al rilancio della crescita economica, a Sud questo giudizio va nettamente invertito. Fin dal secondo dopoguerra, infatti, il sottosviluppo meridionale ha avuto una delle sue caratteristiche più evidenti proprio nella stagnazione produttiva e negli altissimi tassi di disoccupazione. Se il Jobs Act mira effettivamente all’indebolimento delle classi subordinate, è necessario anche dire che esso potrebbe rivelarsi effettivamente uno strumento capace di rimettere in moto la spinta agli investimenti, e di questo il proletariato dell’Italia settentrionale potrebbe guadagnarci.

Nel declino della situazione meridionale, ciò non sembra possibile. Ancora una volta è necessario quindi sottolineare l’alterità del proletariato meridionale, rispetto alle altre classi sociali del Paese. Le speranze delle classi dominanti meridionali, quindi, rispetto all’azione del Jobs Act nel Mezzogiorno, non potranno che essere disattese; ed ecco come si esprime Nicola Rossi: il tasso di disoccupazione meridionale è poco meno che doppio rispetto a quello nazionale. E se ci si limita ai giovani e alle donne, il quadro è ancora più fosco. È difficile immaginare che in un contesto così deteriorato le pur meritorie innovazioni del Jobs Act possano fare una qualche significativa differenza. Sotto il profilo culturale, l’idea che il posto fisso appartenga al passato non può fare che bene ai meridionali (i quali, peraltro, sembrerebbero averlo capito da tempo). Ma è bene non farsi eccessive illusioni: i guasti dell’economia e della società meridionale sono molto profondi e l’ultimo ventennio non ha fatto che approfondirli. E la sua riflessione, continuando, mette effettivamente a nudo uno degli aspetti fondamentali del problema: al centro-nord del paese gli strumenti di una moderna economia di mercato di cui il Jobs Act fa indubbiamente parte, pur con le sue ambiguità. Al sud del paese, invece, il buon vecchio intervento pubblico nella forma di una tetragona tutela dell’impiego pubblico (come si evince dal dibattito di questi giorni), per un verso, e nella forma dell’intervento diretto come nel caso della siderurgia e di Taranto, per altro verso. Non è stato sempre così negli ultimi decenni? Non è così che si è arrivati al Mezzogiorno di oggi: un Mezzogiorno in cui le imprese non investono, i giovani se ne vanno e le risorse pubbliche per investimenti non si riescono a utilizzare? Non è così che, passo dopo passo, si è arrivati a un prodotto interno lordo pro-capite di poco superiore alla metà del prodotto pro-capite centro-settentrionale?

La parte finale dell’intervento non può che essere sottoposta a critica. Naturalmente, non è l’intervento statale ad essere la causa dell’emarginazione meridionale. La vera causa è il sottosviluppo capitalistico, di cui l’azione statale è uno strumento operativo. Allo stesso tempo, però, le parole sopra citate hanno un forte valore. L’intervento statale ha consentito nel Mezzogiorno la creazione di un mercato di consumo tale da poter sostenere la crescita economica delle regioni settentrionali. Oggi che la ristrutturazione produttiva sta portando le imprese del Nord Italia sempre più verso la creazione di merci per l’esportazione, anche il ruolo di mercato interno delle regioni meridionali potrebbe subire dei mutamenti. E questi mutamenti avranno anche sicuramente delle conseguenze nel rapporto tra le classi subordinate meridionali e quelle settentrionali. Non resta che vedere il Jobs Act all’opera.