È sabato mattina e proprio non sai cosa fare, magari la sera prima hai fatto un po’ tardi, qualche sintomo influenzale, che di questi tempi gira un’influenza che è sempre peggio di quella dell’anno prima, e decidi di restare a letto a fare un po’ di zapping su Facebook. Alla fine è bello saper trattare l’attualità anche con una certa leggerezza. Diciamocelo, noi de L’Intellettuale Dissidente st’etichetta di essere un po’ bacchettoni ce l’abbiamo e forse un po’ ce la meritiamo pure. La fissazione per l’approfondimento, la fuga dalla banalità a tutti i costi, la verifica delle informazioni: ovvio che poi la gente pensa che non abbiamo una vita sessuale soddisfacente! Dovremmo farcelo questo bagno di umiltà una volta per tutte e saper prendere esempio da altre realtà giornalistiche che, tutto sommato e in linea di massima, questa capacità di vivere la vita con una certa leggerezza ce l’hanno: prendi TPI NEWS.

Entri nella loro pagina e trovi un sacco di notizie simpatiche, leggere, fresche, divertenti: nuove chiavi di lettura in materia di politica estera, “700 psichiatri temono l’instabilità mentale di Trump, lettera al Congresso: «Può diventare pericolo per gli Usa»”; buone notizie che ti riempiono il cuore, “L’annuncio di Zingaretti: «Dopo le Regionali sciolgo il Pd e lancio un partito nuovo»; spunti per rinnovare un po’ il proprio outfit, “Il nuovo look di Justin Trudeau”; il festival e i suoi originalissimi retroscena, “Sanremo 2020, tutti i cantanti esclusi da Amadeus”; notizie inedite di cui mai nessuno ha letto, “Luca Barbareschi confessa: «Violentato da un prete quando ero bambino»”; piccole delusioni che non riescono tuttavia a ridurre alla rassegnazione, “Aida Yespica: «Sono stata con una donna per un anno: un amore folle. La conoscete tutti»”; incredibili e tutto sommato emblematici avvistamenti, “Migliaia di pesci pene invadono la spiaggia della California”; disillusioni astrologiche, leggendo gli oroscopi di Branko e Fox.

Imprescindibili notizie di politica estera

La vetta più alta, che a provarne a vedere la cima a trentanni rischi il colpo della strega, la raggiungono con “l’opinione” di Elisa Serafini in materia di lavoro: “Il Jobs Act ha fatto bene a tutti. Ora si introduca anche nel pubblico impiego”. Elisa Serafini, anno 1988 – si legge sul sito di TPI -, scrive di economia, politica e innovazione. È laureata in Relazioni Internazionali e specializzata in Economia Internazionale: praticamente pare saperne di tutto un po’ (o magari tanto). La curiosità però ci divora, vogliamo sapere tutto di lei e andiamo a leggere come si presenta questa opinionista sulla sua pagina Facebook:

Credo nella libertà, nell’innovazione e nel merito (…) Il mio impegno è quello di promuovere politiche pubbliche orientate al merito, all’innovazione, alla libertà.

Come sono belle le parole di Elisa: scrivere di lavoro e metterlo in relazione al tema della libertà, della democrazia, significa davvero aver centrato il punto. Quando la Costituzione, all’art. 1, fonda la repubblica sul lavoro vuole esprimere esattamente questo concetto: il rapporto di lavoro è un rapporto di forza, laddove la parte forte non può che essere rappresentata dal datore di lavoro, e in virtù di ciò è assolutamente necessario promuovere, ai sensi di quanto disciplina il secondo comma dell’art. 3 della costituzione (che parla di partecipazione dei lavoratori alla organizzazione politica del paese), tutele effettive in capo ai lavoratori stessi, al fine di evitare che possano essere assoggettati al ricatto dell’eventuale datore di lavoro malintenzionato. Un lavoratore ricattato, evidentemente, rinuncerebbe all’esercizio dei presidi sindacali e politici individuati in costituzione e inficerebbe notevolmente il buon funzionamento individuato dalle scelte di ingegneria costituzionale dei Padri costituenti.

Elisa Serafini in un momento di alta televisione

Elisa è una libertaria e questo è commovente, tuttavia qualcosa non torna nel suo pezzo di opinione soprattutto quando scrive che

la flessibilizzazione del mercato del lavoro aveva l’obiettivo di ridurre la disoccupazione e stimolare le imprese ad assumere. Il risultato, ad oggi, è positivo. I licenziamenti sono diminuiti di circa il 25 per cento (INPS, rielaborazione Pagella Politica) e la disoccupazione è scesa del 4 per cento (Eurostat). E quindi, no, oggi il Paese non può permettersi di tornare indietro e abolire il Jobs Act, ma, se mai, di ampliarne la portata. Un solo settore è stato infatti escluso da questa misura, un settore che conta il 14 per cento di tutti gli occupati in Italia: quello dei dipendenti pubblici.

E la miseria, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Pare filare tutto liscio come l’olio. Pare.

È proprio il ragionamento, a volercisi prestare nonostante l’orticaria, a non reggere: non si riesce davvero a comprendere in che modo l’abolizione della reintegra in caso di licenziamento illegittimo abbia creato nuova occupazione (ammesso che sia vero!). Elisa, proviamoci insieme: la contrazione dei diritti dei lavoratori in materia di licenziamenti serviva per rendere più semplice mandare a casa i lavoratori fannulloni che non potevi licenziare in quanto troppo protetti dalla legge. Tanto è vero che lo proponi per il settore pubblico, laddove fai notare che i licenziamenti sono necessari per intaccare le sacche di inefficienza produttiva. E ci siamo, ma se tu stessa fai notare che i licenziamenti sono diminuiti di un quarto nel privato (mentre l’obiettivo era far fuori chi leggeva il giornale), potremmo dire che la misura non ha funzionato? Il tuo acume ci disarma, ma davvero non riusciamo a cogliere l’illuminatissima ratio del tuo ragionamento.

L’occupazione non è aumentata: i tassi sono sfalsati e le ore lavorate non sono in linea con i dati pre crisi. La scorsa estate leggevo un pezzo del Sole 24 Ore a firma di Giorgio Pogliotti (“Occupati in crescita ma siamo ancora lontani dai livelli precrisi per le ore lavorate”, 3 luglio 2019) che giustamente faceva notare come:

In termini di monte ore lavorate siamo sotto del 4,8% rispetto alla fine del 2007, anche per l’aumento di peso di comparti con una maggiore incidenza di lavoro a tempo parziale (alberghi e ristorazione, sanità e servizi alle famiglie) a scapito di settori con più occupati a tempo pieno (industria e costruzioni).


La banalità del male

Come diceva l’amato Richard Benson: “c’ha pure ragione questo, o no?”. Ragioniamoci. Un’intellettuale raffinata come te potrebbe proporre il tema della produttività oraria: magari si potrebbe provare ad affermare che le ore sono diminuite perché la produttività delle singole ore lavorate in Italia è aumentata. Ti sembra questo il caso? Lasciamo perdere và.

Lo sappiamo entrambi cosa succede con i tassi di occupazione nel sistema eurostat: basta che lavori poche ore a settimana e risulti occupato. Il gioco è fatto: non prendiamoci per il culo.

Spesso l’opinione pubblica viene dolosamente ingannata con le stime sull’occupazione: ingannata perché gli indici adoperati non sono davvero attendibili o perché calibrati male di proposito. Alcuni esempi: nel numero degli occupati (utile a calcolare il tasso di occupazione in tutto il sistema UE), rientrano anche lavoratori che abbiano prestato solo poche ore di lavoro in un mese e il risultato è conseguentemente gonfiato; nel tasso di disoccupazione non si conteggiano tutti quegli individui rassegnati che hanno deciso di smettere di cercare un lavoro, sottodimensionando il dato “ufficiale” rispetto al fenomeno reale; i trimestri di riferimento utilizzati per i confronti tra i tassi spesso non sono compatibili dal punto di vista statistico (affermare per esempio a ottobre che nel trimestre appena trascorso si sia registrato un picco rispetto al trimestre precedente di assunzioni nel settore turistico, magari riconducendo tale presunto successo all’intervento le- gislativo in materia di flessibilità, ha evidentemente del ridicolo e del disonesto). – S. Balzano, Pretendi il Lavoro!, GOG Edizioni.

Elisa però poi va al sodo e qua per i nostalgici dell’art. 18 sono guai. Elegantemente, col fioretto in mano più pungente che mai, scrive

A fronte di un grande numero di eccellenti lavoratori pubblici, ad oggi comuni, regioni ed enti pubblici si trovano nella difficile condizione di dover continuare a mantenere migliaia di dipendenti improduttivi, spesso sanzionati per comportamenti inadeguati, relegati in uffici creati ad hoc per provare a nascondere il problema, del tutto inutili all’interesse generale. (…) devono essere licenziati, così come accade nel settore privato. Un dipendente improduttivo o dannoso per la PA rappresenta un costo milionario per il Paese. Non solo, se un dipendente non si sente gratificato e felice nel suo posto di lavoro, può trovare altri spazi, settori, industrie dove poter esprimere al meglio le proprie potenzialità.

Lo vedete quanto è buona Elisa? Poi uno dice che non ci si deve commuovere: lei vuole che si licenzi la gente perché questa possa trovare una migliore collocazione nel mondo del lavoro. Una roba del genere, mi ricorda una recente citazione di Calenda che ha detto:

i liberaldemocratici, i liberisti ideologici, rispondevano (…) con una delle più grandi cazzate che si siano sentite nella storia, cioè che non si devono salvaguardare i posti di lavoro, ma si deve salvaguardare il lavoro. La cosa sarebbe in questi termini: «caro operaio (…), tu perdi il posto di lavoro, c’hai cinquant’anni, io non te lo salvo il tuo posto di lavoro però, tenendo le tasse basse si svilupperà per esempio l’economia delle app, dove tu potrai andare a lavorare». Un operaio che fabbrica compressori va a lavorare in questa roba qua. Queste cose noi le abbiamo scritte, io le ho sostenute, e noi liberali le abbiamo scritte sui giornali per trent’anni! E poi vi chiedete perché quelli votano i sovranisti? Ma viene voglia a me di votare i sovranisti!.

“Pretendi il lavoro!”, di Savino Balzano, Gog edizioni, 2019

Sembra l’imitazione che ne fa Crozza, ma queste cose le ha dette proprio lui e dopotutto lo scrive anche Elisa chiaramente sul suo profilo Facebook: “Sono un’attivista politica liberale” e tra le citazioni che riporta ve n’è una davvero emblematica: “Lo stato è la grande finzione attraverso la quale tutti si sforzano di vivere sulle spalle degli altri”. (Frédéric Bastiat).

Il fatto è che anche questa storia a noi non convince: la riforma dell’art. 18 voluta da Monti e Renzi (lo scriviamo da anni, ma nonostante la nausea insistiamo), come pure la novazione normativa in caso di licenziamenti collettivi, non è intervenuta in caso di licenziamento legittimo. Sono recenti infatti alcune notizie di cronaca che raccontano come giustamente (sic!) diversi dipendenti pubblici siano stati licenziati a seguito di comportamenti scorretti e inottemperanti alle norme e agli obblighi contrattuali. Le nuove norme, infatti, incidono solo nel caso in cui le ragioni a sostegno del licenziamento vengano qualificate come insufficienti a giustificarlo: prima tornavi a lavoro (civiltà); oggi, nonostante l’accertata ragione certificata da un giudice, resti di massima a casa (furto di pane).

Il paradosso consiste nel fatto che l’estensione della normativa in materia di reintegra del Jobs Act (e della legge Fornero) al settore pubblico renda possibile la licenziabilità per tutti quei lavoratori retoricamente incensati da Elisa, quelli per i quali non sussiste una reale motivazione giustificativa dell’allontanamento dal posto di lavoro: quelli virtuosi e produttivi. E chi racconta certe storie queste logiche le conosce molto bene. Non esiste alcuna correlazione tra politiche in materia di occupabilità e occupazione: per creare lavoro servono investimenti, soldi. Semplice: serve lo Stato che tanto Elisa pare disprezzare (stando alle citazioni cui ricorre).

Anche qualora così non fosse, ammesso che legittimando i licenziamenti illegali si crei occupazione (ed è una stronzata), a te piace un mondo così? Perché non proponete di legalizzare il furto in appartamento per diminuire il contenzioso in questo ambito e magari provare a redistribuire ricchezza?

La verità, e ne siete consapevolissimi, è che queste riforme avevano un solo e unico obiettivo: esso è politico e intrinsecamente connesso a dinamiche di potere. Lo scopo era e permane quello di disinnescare la funzione costituzionale del lavoro, del popolo italiano, al fine di perfezionare la dittatura del capitale. Queste sono considerazioni ovvie, comprensibili a chiunque ragioni con onestà intellettuale: il fatto è che siete terrorizzati all’idea che un dibattito in merito alla reintegra possa tornare di attualità; siete terrorizzati nel constatare come certi libri, pensiamo a quello di Marta e Simone Fana (“Basta salari da fame!” – Laterza), stiano avendo successo e riescano a sensibilizzare l’animo delle persone; siete terrorizzati all’idea che il mostro si risvegli e vi chieda finalmente di fare i conti, magari come in Francia.