Nella giornata di ieri è stato finalmente pubblicato il testo del Decreto Legge n. 18 del 2020 dal titolo: Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Si tratta di un insieme di norme davvero corposo, circa 70 pagine di documento, che evidentemente non è nostra intenzione analizzare nel dettaglio: fidatevi, non serve. Questo decreto era particolarmente atteso, da giorni denunciavamo lo stato drammatico nel quale versavano i lavoratori italiani e quanto indispensabile fosse un intervento deciso e fortissimo per salvare il mondo del lavoro, per salvare il fondamento stesso della democrazia italiana.

Il dispositivo segue di pochi giorni il Protocollo del 14 marzo, siglato dal Governo con CGIL, CISL e UIL: un protocollo contenente tutta una serie di misure per tutelare la sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro a seguito dell’epidemia, ma più simile ad un racconto di buoni propositi che a un vero e proprio intervento concreto. Delle misure previste per la sicurezza dei lavoratori (a partire dalla misurazione della temperatura in ingresso nelle aziende) non è possibile in concreto verificarne l’applicazione e le aziende (soprattutto sei si pensa alla piccola e media imprenditoria italiana) sono assolutamente impreparate e sprovviste di infrastrutture tali da rispondere attivamente alle norme contenute nel protocollo.

La verità è che siamo alle solite: i lavoratori si recano quotidianamente, ancora in queste ore di dramma nazionale, sui luoghi di lavoro senza che venga concretamente garantita loro sicurezza e adeguata protezione da questo maledetto nemico invisibile: spesso niente mascherine, guanti, gel igienizzanti, distanze di sicurezza e chi più ne ha più ne metta. Le aziende non erano pronte e l’aiuto dello Stato è certamente mancato.

A tutto questo si aggiunga la totale assenza, fino all’entrata in vigore di questo decreto, nel merito del quale entriamo a breve, di concrete misure economiche a sostegno della quarantena: abbiamo assistito alla celebrazione dell’eroico sforzo delle aziende nel mettere a disposizione dei propri lavoratori la possibilità di smart working e l’evocazione, persino nel protocollo siglato dalle organizzazioni sindacali citate, del ricorso alle ferie e alle spettanze dei lavoratori per far fronte all’emergenza e per garantire la quarantena dei soggetti a rischio.

Certamente è apprezzabile il fatto che le aziende abbiano spinto per il lavoro agile, va bene, ma non spingiamoci oltre: la prestazione lavorativa è la medesima, spesso si allunga e diventa necessario persino lottare per garantire diritto di disconnessione, la produttività statisticamente aumenta, si riducono i costi di gestione degli spazi a carico delle aziende, le infrastrutture energetiche e di comunicazione sono in gran parte a carico del lavoratore, si riducono notevolmente le incombenze in materia di sicurezza sul lavoro, spesso viene meno il diritto al buono pasto per il lavoratore (e sono parecchi soldini). Insomma, tutto sommato al datore di lavoro non va malissimo. Pertanto questa iper celebrazione della generosità datoriale che riconosce lo smart working ai lavoratori deve necessariamente essere ridimensionata e ricondotta a realtà.

Poi c’è il tema delle spettanze: nessuno dice che la quarantena debba essere a carico del datore di lavoro, tutto sommato non sarebbe giustissimo, ma a questo punto tantomeno possiamo metterla a carico di un soggetto ancora più debole e subordinato quale il lavoratore. Sarebbe il colmo! Eppure abbiamo assistito all’esortazione del ricorso alle ferie o ad altre spettanze previste dalla legge e dai contratti per garantire la permanenza a casa dei lavoratori e questa esortazione la troviamo espressa a chiare lettere nel protocollo del 14 marzo siglato dai sindacati citati: anche in questa circostanza, appare davvero desolante registrare come certe organizzazioni abbiano una concezione assai autonoma e arbitraria della rappresentanza degli interessi dei lavoratori.

Questo è il contesto nel quale si è inserito il decreto che abbiamo avuto modo di leggere ieri, un contesto caratterizzato da una pagina nobile e bella, scritta dai lavoratori, e una pagina meno nobile, quella scritta da qualche azienda furbacchiona che non si è limitata all’erogazione del servizio pubblico essenziale, bensì ha persino provato a speculare da questa parentesi, esercitando forti pressioni commerciali sui lavoratori. L’attenzione è giustamente assorbita dalla conta dei contagiati, dei morti e dei guariti, tuttavia arriverà il momento in cui qualcuno sarà chiamato a rispondere dell’indegna condotta assunta, quantomeno nella parte iniziale della crisi: ci sono esempi certificabili di aziende che vietavano, nei primi giorni di emergenza, ai propri dipendenti di indossare la mascherina dal momento che tale pratica avrebbe svilito l’immagine aziendale e posto il cliente in una condizione di disagio. È accaduto anche questo.

Il “Cura Italia” è arrivato in questo contesto qui e non è neanche lontanamente paragonabile alla misura che servirebbe al Paese per uscire da questa situazione: per carità, se una nave affonda e con un secchiello buttate fuori l’acqua, nessuno vi dirà che state facendo male o che sia del tutto inutile, magari di qualche secondo riuscite anche ad allungare l’agonia, ma di nulla cambierà il risultato finale e se i soldi sono pochi, e i soldi sono necessari, viene necessariamente da domandarsi chi sarà a dover mettere mano al portafogli.

Bene le misure a sostegno del sistema sanitario e anche è certamente positivo il ricorso e il potenziamento degli ammortizzatori sociali, tuttavia parlare di sconti, rinvii o congelamenti della contribuzione o di alcune imposte pare quasi una beffa: qui ci sono milioni di persone che aspettano risorse e proporre un rinvio dei pagamenti, che probabilmente non sarà possibile comunque onorare, potrebbe davvero essere percepito come una presa in giro.

Bene l’estensione del congedo parentale per i genitori (con figli però di età non superiore a 12 anni), seppure retribuito solo al 50% e anche positiva la misura dei 600 euro per la babysitter (che però è alternativa al congedo citato). Insomma, una goccia nel mare se si considera che ad essere chiuse sono tutte le scuole di ogni ordine e grado e il carico di lavoro per i genitori è sovraumano. Ai 3 giorni mensili di permesso retribuito previsti dalla nota legge 104 del 1992 (per chi soffre di gravi patologie o per chi assiste un congiunto affetto dalle stesse) se ne aggiungono altri 12 giorni: sul punto il decreto è scritto male e ancora non si comprende se i 12 giorni siano sia per marzo che per aprile (totale 24) o se si considerano complessivi. Capirete che le due ipotesi sono assai diverse, seppure sarebbe certamente stato più equo una astensione totale dal lavoro per i “portatori di 104” e per chi è chiamato ad assistere un familiare fragile in un contesto così compromesso per la salute pubblica.

Finalmente il decreto interviene nei casi di contatto (stretto!) con soggetti positivi al virus e la quarantena sarà equiparata alla malattia e retribuita dall’Inps: la norma è sacrosanta e l’invocavamo da giorni ma mai come in questo caso pesano negativamente i tempi di emanazione. Era necessario, al fine di contenere il propagarsi della malattia, chiarire sin da subito che il lavoratore a rischio avrebbe potuto restare a casa a carico dello Stato: il rischio di rimetterci (economicamente o mediante il ricorso alla propria dotazione di ferie) ha spinto milioni di lavoratori a sottovalutare i primi sintomi del contagio o il rischio conseguente al contatto con soggetti positivi. Questo ha aiutato certamente il Covid a diffondersi negli scorsi giorni. Inoltre nessuna previsione del genere è prevista per gli autonomi: se il panettiere viene in contatto con un soggetto positivo o percepisce qualche lieve sintomo, deve essere tranquillo di potersi astenere dall’andare in bottega dal momento che lo Stato è pronto a intervenire per sostenere la sua perdita di reddito e così non è, ancora oggi, e questo sta mettendo a rischio il paese dinanzi all’incedere dei contagi.

Al netto di tali considerazioni, inoltre, a mancare è ciò che più di tutto fa la differenza tra la vita e la morte per il nostro paese e per la tenuta dell’architrave economica e produttiva del nostro futuro: il sostegno al reddito vero e proprio.

La misura dei 600 euro ai professionisti per il mese di marzo è una tantum, assolutamente irrisoria e attenzione alle eccezioni: non viene riconosciuta a chiunque sia iscritto ad altre casse previdenziali che non siano l’INPS e pertanto nulla ai giornalisti, agli architetti, agli avvocati, agli ingegneri, ai geologi e chi più ne ha più ne metta. Un disastro.

La misura tuttavia che davvero si fatica a comprendere è quella che riserva 100 euro ai lavoratori dipendenti che abbiano però dovuto recarsi in azienda a lavoro e non abbiano potuto usufruire del lavoro agile. Prima di tutto prevedere questa marchetta per chi non rischia lo stipendio a fine mese non ha molto senso, in questa fase le priorità erano certamente altre, ma è proprio la ratio della norma ad essere opinabile (a dir poco!): se andare a lavoro non è rischioso (e l’altisonante protocollo sottoscritto con CGIL, CISL e UIL dovrebbe aver risolto il problema: si fa per ridere!) allora non si comprende l’erogazione; se, viceversa, recarsi in azienda è pericoloso per la propria salute e conseguentemente per quella dei propri cari, allora prevedere una compensazione indennitaria di 100 euro appare offensivo e inaccettabile. Insomma, quel che c’è male non può fare ma di certo, e si perdonerà l’immagine truculenta necessaria a rendere l’idea, stiamo somministrando una tachipirina a un malato di cancro.

Il Decreto “Cura Italia” contiene misure che non possono essere considerate negative, ma di certo non sono nemmeno lontanamente e pallidamente sufficienti a far fronte alla gravissima crisi in corso. Manca il sostegno al reddito, manca ciò di cui maggiormente ha bisogno il Paese e manca perché l’Italia è schiava dell’elemosina di qualcun altro. «L’Italia è sola!», qualcuno ha affermato per provare a dare una risposta a chi si interrogava sull’esiguità delle misure adottate, ma la risposta è sbagliata. L’Italia è male accompagnata: si accompagna a chi chiude le frontiere, a chi sequestra beni indispensabili per far fronte alla crisi, a chi – che Dio non voglia! – forse nutre l’intimo desiderio di comprare all’asta le nostre macerie.