È davvero allucinante quanto letto ieri sulle colonne del Corriere della Sera, a firma di Enrico Marro. “L’Analisi”, così hanno il coraggio di definire un pezzo di poche battute di opinione a sostegno del più grave crimine politico orchestrato e perpetrato ai danni dei lavoratori italiani, carsicamente prova a disinnescare sul nascere il dibattito attorno al ripristino dell’art. 18.

Scrive l’eminente editorialista del Corriere:

l’articolo 18 introduceva il diritto al reintegro nel posto di lavoro per gli addetti delle aziende con almeno 15 dipendenti licenziati senza giusta causa. (…) se ne torna a parlare perché il tema del ripristino dell’articolo 18, cancellato definitivamente quattro anni fa con il Jobs act (ma solo per gli assunti dal 7 marzo 2015), è stato rilanciato in questi giorni da un vasto fronte, che va dai 5 Stelle a Leu alla Cgil.

È incredibile il numero di gravi inesattezze contenute in tale affermazione: prima di tutto l’articolo 18 non tutelava solo nel caso di licenziamento privo di giusta causa (il collega si confonde con la legge 604 del 1966, che muoveva i suoi passi da una importante sentenza della Corte costituzionale del 1965, la quale invitava il legislatore a limitare il “potere illimitato” dei datori di lavoro). L’articolo 18 infatti interveniva in caso di illegittimità del licenziamento per tutta una serie di casi (tra i quali ad esempio l’assenza di giustificato motivo soggettivo, di natura disciplinare, e di giustificato motivo oggettivo, di natura economica); in secondo luogo è intellettualmente disonesto limitarsi a tirare in ballo Renzi e le scelte del Jobs Act, senza ricordare il drammatico ruolo rivestito dalla Fornero nel 2012, che ha drasticamente depotenziato il ruolo dell’art. 18 anche per coloro i quali siano stati assunti prima del 7 marzo 2015.

L’argomentazione circa l’inutilità di un dibattito sul tema, nella sua banale malignità, è pressappoco la seguente: a seguito dell’abolizione dell’articolo 18 non sono aumentati i licenziamenti ed è persino diminuito il contenzioso sui licenziamenti illegittimi.

Partiamo dal contenzioso, dal momento che la risposta da dare al Corriere della Sera è quasi puerile e ci spiace sia necessaria: a fronte di una normativa che non riconosce più la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, ma al massimo un indennizzo (che non è il risarcimento previsto dal vecchio articolo 18 e che Marro ovviamente non cita!), con quale spirito un lavoratore dovrebbe avventurarsi a chiedere giustizia? Se non ho alcuna speranza di tornare a lavoro, perché dovrei correre il rischio di perdere una causa e di dovermi persino trovare a rimetterci, dovendo compensare le spese legali e non disponendo nemmeno più di uno stipendio per poterlo fare? È quasi imbarazzante controbattere ad argomentazioni tanto sprovvedute.

Veniamo al primo punto: i licenziamenti non sono aumentati. Chi sostiene una posizione del genere, dimostra di non aver compreso assolutamente nulla circa le ragioni che hanno spinto i Governi Monti e Renzi a demolire le tutele dei lavoratori italiani: lo scopo non era quello di incrementare i licenziamenti (e se così fosse, mi verrebbe da domandare alla prestigiosa testata giornalistica, a fronte del mancato aumento dei licenziamenti, perché tanto accanimento nel difendere la normativa vigente), bensì quello di porre i lavoratori in una condizione di ricattabilità e fragilità dinanzi a padroni malintenzionati.

La normativa sull’abolizione della reintegra fa scopa con la liberalizzazione del controllo a distanza e del demansionamento: serve a porre il lavoratore nella condizione di dover rinunciare alla sua funzione collettiva, sociale e politica. Lo scopo è quello di ridurre il lavoratore ad uno stato di supina ed impotente inerzia a fronte dell’aggressione del capitale: esattamente l’opposto rispetto a quanto prevede l’art.1 della Costituzione che mette in relazione il lavoro con la democrazia nella nostra Repubblica.

Un lavoratore, consapevole di essere sottoposto all’eventualità del controllo a distanza, inconsapevole del momento esatto in cui tale controllo sarà esercitato, conscio dell’eventuale demansionamento derivabile da quanto desunto, conscio dell’ulteriore possibilità riservata al datore di lavoro di licenziarlo pretestuosamente senza possibilità di reintegra: quanto sarà naturalmente propenso a denunciare un’ingiustizia, a reagire a un sopruso, a rivendicare per sé e per i suoi colleghi una migliore condizione di lavoro, a protestare in solidarietà di altri lavoratori sfruttati nel settore e in altri settori? E quanto questo lavoratore sarà invece più propenso a chiudere un occhio sul mancato pagamento degli straordinari, sul mancato rispetto della normativa in materia di sicurezza sul lavoro, su eventuali abusi e discriminazioni legate al sesso o all’etnia, su indebite pressioni commerciali e su lesioni di diritto in generale?”

Savino Balzano “Pretendi il Lavoro!” – GOG edizioni

“Pretendi il lavoro!”, di Savino Balzano, Gog edizioni, 2019

Il Corriere della Sera propone una citazione del leader della Cisl, Annamaria Furlan, che avrebbe dichiarato:

la discussione sull’articolo 18 ci riporta al secolo scorso. Abbiamo 300mila lavoratori coinvolti in crisi aziendali, con l’articolo 18 non ne salviamo uno.

Prima di tutto è necessario ricordare alla Cisl che la Riforma Fornero ha notevolmente ridotto le tutele previste dall’art. 18 in caso di licenziamenti di natura economica, ma anche che il Jobs Act ha cancellato tout court la reintegra in caso di licenziamento collettivo.

L’art. 18 non interveniva in caso di licenziamenti legittimi: in tali casi era possibile licenziare prima ed è possibile farlo oggi. La normativa ad opera di Fornero e Renzi consente il licenziamento illegittimo perché ne abolisce l’annullabilità: ha legittimato il furto di lavoro, il furto del pane che ne deriva e ha reso legittimo mettere intere famiglia in mezzo alla strada senza una motivazione reale. Se questo per la Cisl è un tema “del secolo scorso”, poveri noi! E ci pensino bene i lavoratori prima di sostenere certe organizzazioni.


Immagine di copertina: Guilherme Cunha