“In Italia fu il potere temporale a soffocare negli italiani la voce della coscienza e a spegnere in loro ogni senso di responsabilità”. Indro Montanelli è stato la dimostrazione sostanziale di come si possa sindacare aspramente la professionalità di un giornalista, soltanto perché questo denuncia fatti e struttura pensieri. In pratica, la più edificante ed utile dottrina dell’informazione per conoscere, per comprendere ed infine per discernere. Per conoscere in che forme la contemporaneità politico-istituzionale si mostri, per comprendere quali siano i sincronismi che le permettano di essere così incidente, per discerne dove risieda la costruttiva etica – da perseguire – e dove covi il malsano opportunismo. Malgrado durante il suo percorso abbia dovuto tener testa ad un’acerrima selva di detrattori, Montanelli viene oggi meritevolmente accostato all’iconografia del corrispondente della verità e dell’opposizione della menzogna. Il solo, in settant’anni di Repubblica parlamentare, a capire la natura stessa dell’italiano medio. Ossia, una frastornata concezione del proprio ruolo e della propria influenza nella dialettica politica, in cui il governativamente ammissibile ha scavalcato il vincolo del moralmente accettabile, nella sfrontatezza generale dell’opinione pubblica e di una consistente fetta di base elettorale. Sin dagli albori della collusione per tornaconto, della corruzione per guadagno, dei mentecatti da salotto.

Qui, i vari Lupi e Incalza – in ordine di tempo – traggono linfa per garantirsi lunga vita politica e, soprattutto, per alimentare la metafisica del ciarpame, nella quale le congreghe del potere si sollazzano tra danari, poltrone ed incarichi. Insomma, la parafrasi approfondita e dettagliata – nella fattispecie – del ruolo di Comunione e Liberazione all’interno delle stanze tecno-burocratiche di Roma, che vede lo scongiuro della spiritualità carismatica di un movimento per anteporre logiche palazzinare alla professione di Cristo. A fronte di quanto si possa divergere da tale presupposto, Don Giussani non approverebbe la condotta esecrabile di alcuni suoi discepoli. Da Formigoni e le vicissitudini delle sue ricevute, a Lupi e le lezioni impartitagli da Incalza. Più in generale, Giussani avrebbe il dente particolarmente avvelenato con questi lobbisti che hanno scalcinato la credibilità intellettuale e formativa di un’importante realtà laico-religiosa, per accaparrarsi consensi politici e, quindi, per tutelarsi interessi clientelari, arroccandosi meschinamente nell’artificioso (ma nobile) pretesto della testimonianza evangelica della Parola di Dio.

Non è per il Rolex dorato da decine di migliaia di euro. Non è per le corsie preferenziali necessarie a formare e successivamente ad occupare il figlio del politicante ministro di turno. Non è per le frequenti e sin troppo assidue consulenze fornite dal principale referente operativo, con precedenti curricolari e trascorsi professionali più affaristici che istituzionali. Non è nemmeno per la cadenza sconcertante di certi accadimenti di cronaca. È che delle manovre clientelari – celate da appositi e fittizi presupposti di rappresentatività -, veicolate da un lobbismo spietato e lucrativo, a misura di profitto e a discapito del cittadino, ci siamo veramente rotti!