Tempi di crisi e grande caos caratterizzano la crescita delle future generazioni. I giovani d’oggi, ritrovandosi nell’attuale situazione, finiscono per porsi una domanda: perché siamo arrivati a tanto, così in basso? Risulta quindi suggestivo osservarne anzitutto le cause e i possibili effetti. Le generazioni precedenti, intendendo quelle che vanno dagli anni del dopo guerra ai settanta, sono quelle vissute in coincidenza del beato limbo, il c.d. miracolo economico italiano.

Reduce sconfitta dalla seconda guerra mondiale l’Italia era un paese ridotto a brandelli, psicologicamente provato, fortemente spaccato tra Nord e Sud con percentuali d’analfabetismo che variavano dal’1% del Trentino al 32% della Calabria (ISTAT). Il sistema dei collegamenti ferroviari era distrutto all’80%, quelli stradali lo erano al 60%, flotta mercantile quasi scomparsa, e i mezzi di trasporto pubblico o erano stati requisiti o distrutti. La grande guerra aveva così arrestato il processo di modernizzazione avviatosi nei decenni precedenti. Era insomma l’ora della ricostruzione, come anche in buona parte d’Europa, devastata dalle grandi battaglie. E quale miglior occasione per la nascita del capitalismo di massa?

Le volontà elitarie del dopo guerra si apparecchiarono a Bretton Woods, come in tanti altri salotti, per organizzare e propugnare la nuova Cultura Unica. La nascita della struttura europea, l’integrazione economica favorita dal Mercato comune europeo, la progressiva affermazione del settore industriale e terziario, il grande mercato capitalistico del “commerciale”, dagli elettrodomestici agli autoveicoli – si pensi che dalla metà degli anni cinquanta alla fine dei settanta in Italia gli autoveicoli, i frigoriferi e i televisori aumentarono rispettivamente da 148.000 a 760.000, da 370.000 a 1.000.000, e da 88.000 a 634.000, continuando progressivamente sino al crollo per saturazione del dopo2000 – rallegrò diffondendo speranza ed euforia nella popolazione, entusiasta del proprio contribuire alla ricostruzione del paese. In verità ciò a cui si è contribuito è la degenerazione attuale.

Le generazioni delle guerre lasciano spazio ai “figli delle stelle”; l’avanscoperta di nuove tecnologie, lo sbarco sulla Luna, la pubblicità Carosello, il mercato dei dischi e dei giradischi, il jukebox e il flipper, i jeans, gli hippy, il “benessere” che avanzava e l’esplosione del consumismo, la vigorosa cultura musicale susseguitasi nei decenni, alterarono fortemente la cultura italiana, trasformandola da tradizionale, agricola e cattolica ad eccentrica, industriale, atea. A riprendere il processo di modernizzazione, iniziato a cavallo tra ottocento e novecento, pensa principalmente la nuova cultura dell’informazione; la televisione, esplosa nel ’54, la radio e la continua affermazione del cinema – per il 60% i film proiettati erano americani – rappresentano i forti segnali dell’avvenire cosmopolita e sfacciato.

Il progressivo americanismo non viene contrastato pressoché da nessuno (si ricordi il manifesto della DC per le elezioni del 1948), anche se, la stessa DC, spinta dalle paure cattoliche dell’immoralità mediatica, tentò di limitarne il sopravvento esercitando il controllo politico dai vertici. Come scrive Simona Colarizi in Storia del Novecento italiano la resistenza risultò vana, anzi, finì col inglobare la stessa tradizione cattolica, avviando il processo di scristianizzazione avvenuto nei successivi decenni sino ad oggi: “Eppure, nonostante questa cura quasi ossessiva di conservare attraverso i nuovi media la vecchia Italia di Dio, patria e famiglia, il passato si allontana e il nuovo esplode incontenibile”.  Il giovane si ritrova oggi nel bel mezzo del disfacimento assoluto, in un mondo da lui non desiderato o voluto, in un mondo cui il forte sovrasta il debole, in cui la comunità e la Natura stessa si sono assolutizzate nel dio quattrino. Egli rimane dunque costretto dal compromesso, per cui quelle che dovrebbero essere sue scelte divengono imposte o dalla famiglia o dalla società,  consapevolmente o meno. Oggi addirittura il nascituro è appesantito dal debito. Quel debito che va risanato, sempre, ovunque, all’infinito, e quanto prima possibile! Tutti devono produrre per consumare, e per produrre si deve lavorare o studiare per poi lavorare. Ma se il lavoro è oggi il più grande tra i ricatti della storia, ed è anzi proprio lo strumento attraverso il quale il Potere tiene in pugno l’uomo, e l’università, svilita dal proprio scopo, è ridotta a mero laboratorio anestetizzatore che stampa automi nozionistici, perchè noi-Tutti dobbiamo sottostare al compromesso?