«La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Così si espresse Gerardo D’Ambrosio, pubblico ministero del pool di “Mani pulite”, la squadra di giudici della procura di Milano che, svelando il sistema di finanziamento illecito ai partiti dell’epoca noto come “Tangentopoli”, fece crollare la Prima Repubblica, e con lei quasi tutti i partiti simbolo del Novecento: Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano ecc.

Bettino Craxi, Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987 e Segretario del Psi dal 1976 al 1993, fu uno dei simboli di quella classe politica. A livello di partito furono indiscutibili i risultati raggiunti: fu il primo Presidente del Consiglio socialista della storia italiana (il secondo se si considera Mussolini, che non era però più socialista quando divenne capo del governo). Triplicò i consensi al partito durante la sua segreteria. Pose fine a lunghe discussioni e ad una storia fatta di scissioni.

Nenni e Craxi nel 1979

A livello di governo i risultati furono più controversi. Seppe accompagnare l’Italia a diventare la quinta potenza industriale al mondo, garantendo un’estensione generalizzata del benessere per i cittadini italiani. Non impedì tuttavia l’esplosione del debito pubblico, che sostanzialmente raddoppiò durante gli anni ’80.

Rafforzò i poteri della Presidenza del Consiglio, puntando molto sulla sua personalizzazione e dando avvio a quel processo noto come “presidenzializzazione” della politica italiana che porterà a governi più longevi e stabili durante la Seconda Repubblica. Craxi, quattro anni a capo del governo, sarà il secondo Presidente del Consiglio più longevo senza interruzioni a Palazzo Chigi della storia repubblicana dopo Silvio Berlusconi.

Tuttavia, i suoi successi più importanti sono ricordati – sia da sinistra che da destra – in politica estera. Aiutato dal diffuso network internazionale socialista, da lui sapientemente coltivato fin dalla gioventù (è noto il coraggioso episodio in cui, negli anni ’70, andò a Santiago del Cile a rendere omaggio alla tomba di Salvador Allende, nonostante la forte contrarietà del regime di Pinochet), riuscì a rilanciare una stagione di patriottismo mediterraneo che era andata perduta dai tempi del Neo-atlantismo anni ‘50 di Gronchi, Moro e del geniale fondatore dell’ENI, Enrico Mattei.

Fedele alleato degli Stati Uniti d’America (nel 1979 il Psi fu decisivo nel permettere l’installazione degli euro-missili in Europa occidentale su richiesta della Nato), non rinunciò a ritagliarsi un’importante fetta di autonomia tutta italiana nella politica mediterranea: informò Gheddafi di un imminente bombardamento statunitense sul palazzo presidenziale di Tripoli, permettendogli di fuggire all’ultimo istante e ingannò i francesi in Tunisia, favorendo tramite i servizi segreti italiani il colpo di stato di Ben Alì, anticipando di settimane un’operazione simile di Parigi nel paese magrebino.

Folkloristicamente verrà ricordato per l’episodio di Sigonella, più caro, paradossalmente, alla destra italiana (che ha più volte celebrato la sua figura storica come quella di un precursore del moderno sovranismo, nonostante i dubbi di molti) che alla sinistra. In breve: individui arabo-palestinesi che avevano sequestrato e commesso reati su una nave da crociera italiana, in volo su un aereo egiziano, furono fatti atterrare di forza dall’aeronautica militare statunitense presso la base aerea siciliana di Sigonella.

I marines di Washington intervennero, ma furono accerchiati e costretti alla resa dai Carabinieri mandati dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

“Chi commette crimini su territorio italiano, deve essere consegnato alle autorità italiane”.

Fu questa la risposta di Craxi di fronte alle proteste del Presidente Reagan, in quella che verrà ricordata come la più grave crisi diplomatica tra Italia e USA dal secondo dopoguerra ad oggi.

Risultato: a poche settimane dall’episodio, fu lo stesso Reagan ad invitare Craxi alla Casa Bianca e a far installare nello Studio Ovale una linea telefonica diretta con Roma, sullo stesso tavolo della “Linea rossa” (il collegamento diretto tra Presidente degli Stati Uniti e leader dell’Unione Sovietica da utilizzare solo in caso di gravi crisi internazionali). L’Italia divenne un peso massimo della politica internazionale del tempo, affermano i craxiani più convinti.

Finita l’esperienza del Pentapartito (la formula di governo che guidò la Prima Repubblica durante gli anni ’80) e caduto il Muro di Berlino, per il sistema politico italiano la grammatica strategica cambiò in fretta. Con la svolta della Bolognina, 1989, il Partito Comunista cambia nome. È la grande opportunità per Craxi, da vero professionista della politica, di mettere in campo un vasto progetto di Unità Socialista: potenziare il PSI conquistando elettori – sempre più volatili – provenienti dalla incipiente diaspora comunista, nonché fare lo stesso con i sostenitori più progressisti della Democrazia Cristiana, anch’essa colpita da una crisi di consensi dopo una breve stagione di veleni tra correnti che ha visto Ciriaco De Mita ricoprire contemporaneamente l’incarico di Segretario del partito e Presidente del Consiglio.

I disegni di Craxi furono però spazzati via da Tangentopoli, e dalla fine della Prima Repubblica che ne conseguì. Un intero sistema di finanziamento ai partiti cadde sotto le inchieste della magistratura. Condannato in via definitiva al carcere, il Segretario del Psi preferì fuggire in Tunisia, dall’amico Ben Alì, dove riparò ad Hammamet. Dall’esilio, Craxi non smise di ricordare come, durante il secondo dopoguerra, il finanziamento dei due principali partiti italiani (Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano), era così gonfiato da due blocchi internazionali (Nato e Patto di Varsavia) e dalle due potenze dominanti (USA e URSS), che le opportunità politiche per i più piccoli partiti – come quello socialista – erano congelate dalla Guerra Fredda. Per il Psi non ci fu scelta. Sopravvivere o perire. Il suo leader più controverso, Craxi, scelse la prima, concludendo però la sua esperienza politica con la seconda.