Di Francesco Locatelli

Cosa resterà del centrodestra? È questa la domanda che sorge spontanea porsi, a distanza di qualche mese dall’insuccesso delle elezioni europee, temporalmente distanti, ma dagli effetti non ancora esauriti soprattutto da questa parte della barricata. Sono suggestioni di questi giorni quelle che vedono come possibilità concreta la nascita di un nuovo soggetto politico composto dall’area renziana del PD, Forza Italia, NCD e quel che rimane del centro, solo una suggestione, fantapolitica? Probabile, ma mai come oggi è chiara la sensazione di trovarci in un periodo di standby destinato a sfociare in grandi cambiamenti. Il centrodestra, così come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi vent’anni è stato un invenzione di Silvio Berlusconi, che scendendo in campo nel ’94 ha portato la creazione di quel grande polo fortemente eterogeneo, composto da un mix di anime: quella prettamente liberale di FI, l’area indipendentista e comunitaria della Lega Nord, l’ex Dc di Casini e quella nazionale e sociale di Alleanza Nazionale, già sdoganata da Berlusconi nel 1993 con l’endossement per Fini nella corsa per il comune di Roma contro Rutelli; a distanza di vent’anni questo modello non è più proponibile, semplicemente perché basato esclusivamente su quella leadership che per ragioni giudiziarie, anagrafiche e principalmente politiche non può più essere riproposta.

Il Nuovo centrodestra di Alfano sopravissuto alle scorse elezioni grazie al bottino di voti scudocrociati portati in consegna dall’alleato UDC, porta avanti una politica governativa appiattita sul PD curante delle poltrone, esperienza che verrà ricordata per la sola posizione passiva in ambito immigratorio con l’ex Mare Nostrum, ora Frontex Plus. Difficile commentare la situazione in Forza Italia, fin dal principio pronta a far da sponda al governo Renzi, si trova a vivere un momento complesso e confusionario al suo interno con una più o meno sottaciuta corsa alla leadership fratricida, si può dire, per assurdo, che gli unici successi siano quelli relativi al Patto del Nazareno che hanno riportato in auge l’ex Cavaliere dopo la decadenza da senatore dello scorso novembre. L’area liberal del centrodestra resta comunque in forte difficoltà, non a caso continuano a presentarsi nuovi soggetti politici come Italia Unica di Passera, che provano a proporsi, senza al momento ottenere alcun riscontro e visibilità, come nuovi interlocutori per l’elettorato moderato. Non resta che fare un plauso ai ragazzi di “Sveglia il centrodestra”, ogni forma di rinnovamento all’interno di quest’area, non può che esser visto di buon occhio, soprattutto se spinto dal basso.

Dopo la delusione elettorale, prova a ridarsi slancio con la festa di Atreju, il movimento di Giorgia Meloni – Fratelli d’Italia, dalla sua costituzione antecedente alle elezioni politiche del 2013, è mancato il coraggio di dare un taglio netto alla vecchia politica, la presenza degli ex colonnelli aennini La Russa e Alemanno, certo non aiuta la pur volenterosa Meloni. La Lega di Salvini, capace di resuscitare il movimento che con Bossi e Maroni sembrava destinato all’implosione, è sicuramente il partito in maggior fermento e destinato a sconvolgere, con le sue politiche No euro, tradizionaliste e anti-immigrazione, il panorama nazionale. La capacità di Salvini è stata innanzitutto quella di sapersi inserire in un ambiente desolato e privo di contenuti, con la più grande arma a disposizione della politica odierna: il populismo, parlare il linguaggio della gente, dimenticandosi delle prose democristiane d’altri tempi; spostando momentaneamente il nemico comune dallo Stato centrale all’Europa. Il populismo come condizione indispensabile per il successo di un partito, lo troviamo più di piazza in Salvini e Grillo, mediatico nelle figura di Renzi. Un centrodestra comunque confuso, slegato, incolore, privo di forze e di intenti; un centrodestra spento e politicamente debole, non pronto alle sfide venture e impreparato a dare una qualche parvenza di risposta al proprio elettorato.