L’articolo 18 stabilisce che se un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato fosse licenziato ingiustamente, avrebbe il diritto di essere reintegrato. Al datore di lavoro, comunque, è data la possibilità di licenziare a condizione che dimostri di avere sufficienti ragioni per farlo, seri e validi motivi che giustifichino un’azione che, nel bene e nel male, coinvolge interamente e con drammatica serietà la vita del licenziato, di quell’uomo o donna che non saprebbe probabilmente come sopravvivere, né tanto meno garantire ad altri (la propria famiglia) il minimo indispensabile per esistere. Come si può aggredire o pensare di criticare una tutela che difende i lavoratori licenziati, preso atto che il licenziamento è espressamente ingiusto?

Se è ingiusto, è giusto che il lavoratore, il dipendente o l’operaio, non siano soltanto indennizzati, cioè risarciti, ma che siano riassunti in pieno. Con l’indennizzo infatti non si può campare in eterno ma giusto pochi mesi. Dopo, si deve ritrovare un lavoro, cosa che, con la disoccupazione al 9% e quella giovanile al 40, è ormai purtroppo diventata un’impresa impossibile. Invece le forze politiche, più in particolare, quelle di area moderata-conservatrice, considerando l’art. 18 non per quello che è, un necessario diritto di uno stato democratico evoluto, ma come un surrogato, un succedaneo dell’avversario, della falce e del martello, un simbolo delle schiere rosse, vi si scagliarono violentemente con l’obiettivo di smantellarlo e demolirlo, poco curandosi in realtà della vera questione, cioè dei lavoratori in ballo e dando vita a una sfida unicamente imperniata sullo scontro ideologico, l’estetica della contrapposizione faziosa e partigiana, alimentata e sorretta da coloro che assumono una posizione, sposano un’idea, giungono a delle conclusioni non attraverso un procedimento logico e personale, intessuto cioè della propria coscienza critica, ma inglobando e fagocitando dei prodotti già confezionati, il pensiero già cotto emanato dall’autorità, dalla élite al potere, sia essa rossa o nera. Perciò, quando l’unico schieramento che difendeva quell’articolo, magari per partito preso, è crollato, gli argini hanno iniziato a cedere. Si è proceduto quindi con il primo indebolimento dell’art. 18 con la riforma Fornero che ha allargato la possibilità del risarcimento a scapito del reintegro. Oggi, la sinistra (si fa per dire) di Renzi lo vuole praticamente abolire, mantenendo il reintegro solo per i licenziamenti discriminatori (il licenziamento discriminatorio è un licenziamento ingiusto, ma un licenziamento ingiusto non è per forza discriminatorio), con la differenza, sostanziale, che è il lavoratore discriminato, adesso, a dover dimostrare di essere tale. E dimostrarlo è incredibilmente complicato, tanto che nel 2000 l’unione europea ha alleviato l’onere probatorio del lavoratore. Morto così l’art. 18, avrebbe inizio per il lavoratore un periodo di infinita instabilità e incertezza, minacciato incessantemente da un possibile ricatto a cui egli non potrebbe opporre nulla, lasciato impotente e indifeso dalla legge.

I sostenitori di questa iniziativa promettono però che, in questo modo, ripartirebbe l’economia, aumenterebbero le assunzioni. Balle. Semmai avremmo più licenziamenti, quindi più precari, quindi più disoccupati e si otterrebbe infine il risultato di aggravare la già malferma e incerta situazione. Perché allora Renzi non soltanto permette, ma promuove lui stesso un’azione del genere? Forse perché così avrebbe la possibilità di accattivarsi ancor più le simpatie dell’elettorato forzista. O forse perché così metterebbe a segno l’ennesimo colpo mediatico, confermando la sua immagine di rottamatore, di rivoluzionario, di giovane fresco e energico, di uomo capace finalmente di sconfiggere i tabù, di pacificare e risolvere i ventennali conflitti che ammorbano il paese, le dispute e le diatribe; il nuovo, il santo e il messia, il salvatore, l’ultima speranza, l’ultima salvezza, l’ultima possibilità, l’ultima spiaggia. O forse perché gli è imposto, ingiunto e intimato da altri poteri, come la Troika. Più probabilmente solo collegandole insieme, le spiegazioni sono in grado di fornire una valida motivazione. L’unica certezza: è giusto licenziare ingiustamente.