Partiamo dal titolo, chi è il podestà forestiero?

Abbiamo preso in prestito le parole di un massimo esperto di queste situazioni, a quanto si narra personaggio di altissimo valore tecnico, di certo al di sopra di ogni sospetto “cospirazionista”… Mario Monti in un articolo dell’agosto 2011 intitolato Il podestà forestiero – in un’epoca in cui era ancora un “privato” cittadino, seppur già in odore di presidenza del Consiglio – indicava sul Corriere della Sera i primi segnali di quella crisi che, in capo a qualche mese, avrebbero portato al rovesciamento dell’esecutivo scelto dagli elettori. Tutto era cominciato, ricorda Monti, ai primi di luglio del 2011 con l’allarme delle agenzie di rating e la reazione negativa dei mercati che avevano costretto l’allora presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia «a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo […] e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa».

L’autore dell’articolo proseguiva senza imbarazzi: «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”. Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York».

Curiosamente, poche settimane dopo, il 18 novembre 2011, il neo premier Monti nell’aula di Montecitorio, dov’era in corso la discussione per il voto di fiducia della Camera sul governo tecnico da lui presieduto sosteneva, tra gli scroscianti applausi di Pdl e Pd, l’inesistenza di qualsiasi vero o presunto podestà forestiero: «di poteri forti in Italia non ne conosco…», affermava a ciglio fermo. Si tratta di «espressioni di pura fantasia e che considero offensive». Oscar Wilde sosteneva che a volte è meglio tacere e passare per stupidi piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio.

Perché ha scelto Giorgio Galli per la prefazione del libro?

Si tratta di uno dei più grandi esperti della politica italiana le cui convinzioni ideologiche, proprio perché profondamente radicate e motivate, gli permettono uno sguardo il più possibile oggettivo nei confronti delle realtà “altre”. Il nostro “sodalizio” risale alla Prefazione che ebbe la cortesia di preparare per il primo volume di uno studio sulla guerra d’Algeria (1954-1962) in cui proponevo una tesi a dir poco eretica, rispetto al punto di vista consolidato dalla storiografia di “sinistra” e di “destra”, e che ebbe la gentilezza di apprezzare. A ciò si aggiunga che è rimasto un molto apprezzabile socialista d’antan, curioso e non fazioso del cosiddetto anticapitalismo di “destra”.

L’Euro come principio dello svolgimento narrativo. Perché? Il sovvertimento dell’ordine costituito inizia da lì?

In realtà, si tratta di un decorso complesso, strutturato e che parte da lontano. Come Bergoglio, per esempio, che non avrebbe mai potuto esistere senza il salto di paradigma del Concilio Vaticano II. Ma è certo che la neurozona costituisce la pietra d’inciampo più formidabile con la quale l’Europa deve oggi fare i conti. Per questo è stato necessario scomporre lo studio in tre parti, alla luce di un’analisi geopolitica, economica e psico-sociale. Una lunga cavalcata che segue un filo rosso che cuce l’attualità contemporanea allo sbarco in Sicilia del 1943, facilitato dall’appoggio della mafia a seguito dei primi accordi con i servizi segreti della marina statunitense per porre fine alle azioni di sabotaggio nel porto di New York, passando per il memoriale di Aldo Moro, il divorzio tra ministero del Tesoro e la Banca d’Italia e un quiet coup d’état. Tutto nel segno di un’erosione progressiva dello Stato, italiano e non solo, e della sua sovranità, a cominciare da quella monetaria.

Quindi non siamo, come Italia, l’unica nazione a sovranità limitata…

L’euro, come concetto ideale, nasce già verso la fine della Seconda guerra mondiale quando comincia ad albeggiare la divisione del mondo in due blocchi nel segno della Guerra fredda. E tutte le contingenze che si sono prodotte poi sono frutto dell’evoluzione di questo ricatto planetario all’ombra della catastrofe nucleare. In una prima fase, i promotori ufficiali furono gli Stati Uniti che avevano la necessità strategica di ricostruire l’Europa, secondo una doppia esigenza. Da una parte, ricostruire il più importante mercato di sbocco di una sovrapproduzione industriale che marciava a mille grazie alla militarizzazione dell’economia e al fatto di non avere subìto, a differenza di tutti gli altri belligeranti, distruzioni catastrofiche dell’apparato produttivo. Lo European Recovery Program, più conosciuto come Piano Marshall, aveva questo scopo: prestiti e finanziamenti che dovevano tornare nelle casse delle aziende statunitensi, a cominciare da quelle petrolifere.

Il secondo obiettivo era quello di realizzare una realtà socio-economica appetibile e concorrenziale nei confronti dei paesi rimasti oltre la Cortina di ferro. I progetti di unione europea e di moneta unica nascono allora. Mettendo tutta l’Europa occidentale sotto tutela americana, versione a stelle e strisce della sovranità limitata sovietica. Finita la Guerra fredda, le cose sono radicalmente cambiate. In Italia Mani pulite avrebbe sconvolto il quadro politico nazionale, mentre a livello europeo il progressivo trasferimento dei principali interessi strategici di Washington sull’area gravitazionale del Pacifico avrebbe reso l’Europa, soprattutto la Germania, un’antagonista a cui tagliare gli artigli. Da cui la guerra dei dazi attuale.

Nel libro viene affrontata “la questione tedesca”. Ma la Germania è davvero uno Stato nemico come dicono molti sovranisti dell’ultima ora, oppure anch’essa è vittima del sistema euro-atlantico?

È l’uno e l’altra. La Germania ha saputo sfruttare al meglio, paradossalmente applicando il senso più deteriore del sovranismo, le occasioni che lo stellone teutonico le ha offerto. Scampata grazie a una tempestiva resa incondizionata all’olocausto nucleare che gli era stato promesso dal Manhattan Project, il piano di costruzione della bomba atomica statunitense, dopo avere sfiorato un destino da «Stato agricolo e pastorale» a cui avrebbe voluto ridurla il piano del ministro del Tesoro di Washington Henry Morgenthau, divenne, come il Giappone in oriente, l’antemurale e il bastione occidentale di prima linea della Guerra fredda. Per questo le venne consentita una ripresa economica accelerata grazie ad aiuti, prestiti, condoni, dazi doganali e quote privilegiate di export. Il mercantilismo tedesco, l’ossessione bulimica delle esportazioni a danno di tutti gli altri partner commerciali, nasce allora.

Per avere un’idea del sostegno alla Germania, paese distrutto e gravato dal peso di accuse inespiabili, basti solo pensare al London Debt Agreement, l’accordo sui debiti esteri della Germania, ratificato a Londra il 24 agosto 1953. Tra i cui generosi firmatari c’erano anche Grecia e Italia. Grazie a quell’accordo, un vero e proprio miracolo salvavita per la Germania, veniva normato il rimborso dei debiti esterni contratti dal governo tedesco tra il 1919 e il 1945. L’importo da rimborsare fu ridotto del 50% e per di più dilazionato nell’arco di oltre 30 anni, una manna dal cielo vista la rapida crescita dell’economia tedesca. Senza contare i debiti relativi alle riparazioni del secondo conflitto mondiale, messi in quarantena legandoli a una futura riunificazione tedesca, possibilità che nel 1953 appariva a dire il meno quanto mai remota, se non del tutto improbabile. Fu stabilito infatti che quei debiti sarebbero stati congelati fino alla, eventuale e assai dubbia, riunificazione tedesca.

La firma dell’accordo di Londra sul debito tedesco (1953)

L’accordo contribuì in maniera decisiva alla crescita prepotente dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra e al riemergere della Germania come potenza economica mondiale, consentendo a Berlino di rientrare a pieno titolo nelle organizzazioni economiche internazionali: Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio e Fondo monetario internazionale. Questo grazie anche al voto di Italia e Grecia…

Poi, nel 1990, dopo il crollo del Muro di Berlino, avvenne l’impensabile. La riunificazione tedesca, tuttavia, avrebbe fatto scattare la quanto mai deprecabile clausola di pagamento dei debiti residui, prevista dall’accordo-miracolo del 1953. Ma ancora una volta, a favore della Germania, si attivò il meccanismo della grazia sovrana, per consentire al nuovo Stato di gestire la complessa e onerosa integrazione dell’ex Germania comunista, senza provocarne il default. Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro. Senza l’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per altri 50 anni. Eppure nei confronti della Grecia e degli paesi europei messi in difficoltà dall’Eurozona, Berlino ha sempre sostenuto che nessuno deve vivere al di sopra dei propri mezzi e deve onorare i propri debiti. Se necessario, a prezzo di grandi sacrifici.

Ci può spiegare meglio che cos’è “il piano Solo” e come questo sia uno strumento replicabile in futuro per organizzare “regime change” nelle cosiddette democrazie liberali?

Dobbiamo tornare all’estate italiana del 1964 e ai gravi contrasti suscitati dalle prospettive aperte con la nomina del primo governo di centrosinistra organico, con l’entrata cioè dei socialisti nell’esecutivo. La politica economica del gabinetto doveva essere rigorosamente limitata a un riformismo senza avventure e per fare questo si mobilitò tutto l’apparato dell’establishment, dal ministero del Tesoro, alla Banca d’Italia, alla presidenza della Repubblica di concerto con la presidenza della Commissione dell’allora Comunità economica europea, vale a dire le prove tecniche di Unione europea. I piani videro il coinvolgimento, ostentato, del comandante dell’Arma dei carabinieri, il generale Giovanni De Lorenzo, medaglia d’argento al valor militare per l’attività svolta nella Resistenza.

Il Piano Solo, nelle sue linee essenziali, si proponeva, in caso di emergenza nazionale, di assumere il controllo dei poteri dello Stato, per garantirne stabilità e funzionamento, grazie all’intervento “solo” dei reparti dell’Arma dei carabinieri, da cui il nome in codice. L’azione si sarebbe svolta attraverso l’occupazione dei centri nevralgici del paese e prevedeva l’enucleazione, cioè la cattura e la conseguente deportazione, di 731 persone considerate pericolose, legate al mondo della politica e dei sindacati, nel Centro addestramenti guastatori di Capo Marrargiu, in provincia di Alghero, destinato a diventare famoso per altre intricate vicende italiane. Nel frattempo l’Arma avrebbe assunto il controllo delle istituzioni e dei servizi pubblici principali, compresi televisione, ferrovie e centri di comunicazione. In quei giorni tra la fine di giugno e i primi di luglio 1964 segnati da una gravissima crisi politica e istituzionale, con un durissimo confronto in atto tra la presidenza della Repubblica e quella del Consiglio, De Lorenzo pose in preallarme tutte le strutture dei carabinieri interessate, convocando a rapporto i comandanti delle più importanti divisioni. Era solo una minaccia, si badi bene, di golpe, un “tintinnio di sciabole” udito chiaramente dal leader socialista Pietro Nenni, che fece mutare consiglio alla componente più moderata del partito socialista, in vista di una riedizione ammorbidita del centro-sinistra organico.

Un copione che sarebbe stato replicato con le stesse modalità (intervento della Banca centrale europea, della Ue e della presidenza della Repubblica), per defenestrare il governo Berlusconi nel 2011, grazie a quello che il filosofo tedesco Jürgen Habermas avrebbe definito un quiet coup d’État, un tranquillo colpo di Stato. Questa volta allo spettro dei carri armati in piazza si sostituì quello non meno efficace e più moderno dello spread.

Un’ultima domanda. La convincono gli attuali partiti sovranisti? Oppure sbagliano bersaglio?

Temo che, nonostante tanta generosità e molte buone intenzioni, non si rendano conto, per un grave deficit culturale, della potenza delle forze che intendono sfidare.