Qualcuno più disinvolto di me non esiterebbe a parlare di paraculaggine. Personalmente, mi limito a immaginare qualcosa di parossistico se non proprio di psicanalitico nell’atteggiamento che gran parte della classe intellettuale riunita sotto l’incerto segno del progressismo ha mantenuto nei confronti di Oswald Spengler lungo tutto il Novecento e perfino oltre. Nel 1918, il suo celebre “Tramonto dell’occidente” (ora ripubblicato in due volumi, costosi come nell’elitarissima tradizione della casa editrice Aragno) fece irruzione nel da poco nato e già scombussolato secolo, in un periodo tumefatto dalla guerra e affollato di domande rivolte alla storia romana, assumendo quella fine impero come oracolo da cui trarre indicazioni per un futuro che sembrava – che era, lo si sarebbe visto bene di lì a poco – foriero di altre nuove sciagure. E poi, la teoria dei 150 anni di dominio di una cultura (l’Europa, poi gli Stati Uniti, ora la Cina) non è in qualche modo debitrice al tanto bistrattato Spengler? 

In fondo, dovremmo tutti chiedere scusa a questo signore col cranio a vista dall’aria vagamente minacciosa morto nel 1936 per un attacco cardiaco che aveva suonato l’allarme a modo suo, battendo sì sui consunti tasti della Kultur e della Zivilisation, E Spengler parla dell’uomo ultimo della metropoli, alienato, senza più voglia di vivere, trasformato da individuo in essere collettivo, di un nomade sradicato, ma annunciando nella sostanza quel che da anni è sotto gli occhi di tutti. L’occidente (che per Spengler coincideva con l’Europa: la formula neoclassica From Plato to Nato non era ancora nata) aveva esaurito la sua fase propulsiva. E bisognerebbe chiedersi forse perché nemmeno oggi, sulle macerie di quel mondo faticosamente formatosi nel secondo dopoguerra, di fronte al vuoto politico, economico e culturale che questa Europa dall’identità tanto allargata quanto incerta è stata capace di produrre, si faccia tanta fatica a dare a Oswald quello che è di Oswald.

Oswald Spengler

E badate, non tiro fuori nemmeno la roba del corona virus, quella in cui un mesetto fa Slavoj Zizek aveva potuto ravvisare (senza grande sforzo, per la verità) un certo razzismo occidentale nei confronti di quegli stessi cinesi ora indicati a gran voce come modello da imitare per uscire da questa poco simpatica situazione mentre Bruxelles dà l’idea di avere più a cuore il MES che la salute del mondo (“uno choc per l’economia globale”, ha sentenziato la Lagarde, dando bene l’idea di come battano a rovescio i palpiti della tecnocrazia); no, mi parrebbe  un inutile maramaldeggiare. Perfino uno strenuo sostenitore dell’idea di Europa come Jurgen Habermas, già protagonista in veste di concentrico della famosa polemica sul ruolo dell’Europa con Wolfang Streeck, sembra alla fine essersi stancato di parlare di “ultima occasione” (un po’ come lo Scalfari dei tempi andati, quello che finiva i suoi editoriali sempre nel segno dell’ultima spiaggia, poi puntualmente disattesa dai fatti…).

Quello che continua a stupire è piuttosto la perdurante altezzosità con cui il liberalismo progressista che ha egemonizzato il pensiero nella seconda metà del Novecento abbia guardato a questo autore, finito subito intrappolato, a dispetto della precoce presa di distanza dal nazismo («Volevamo liberarci dei partiti ma è rimasto il peggiore», disse anche) e del suo ritenere il razzismo «un’ideologia del risentimento verso la superiorità ebraica» denotante solo «povertà spirituale», nell’orbita di un malinteso niccianesimo e di un “prussianesimo” nazionalista tanto fantomatico quanto famigerato; lo stesso, per intenderci, che ancora pesa come un macigno à rebours, per dir così, sul primo romanticismo tedesco di fine ‘700. Qualche peso certo lo ebbero le sue critiche al marxismo (definito «capitalismo dei proletari» in Prussianesimo e socialismo del 1919), così come il suo iniziale credere in una via nazionalista al socialismo, diverso dal socialismo marxista, faustianamente contro l’economia finanziaria e monetaria, o la sua distanza dall’esperienza della repubblica di Weimar, e forse ancor di più contribuì l’accudimento evoliano, sfociato nella prima traduzione italiana. Eppure tutto questo non basta a spiegare la lunga e ostinata ritrosia nei confronti di questo studioso che simmetricamente riuscì a conquistarsi negli Stati Uniti ammiratori d’eccezione come Lewis Mumford, molto interessato, in un’epoca “ingegneristica” in cui industrialismo poteva far rima con democrazia, al passaggio da una società biologica a una società meccanica. Quasi una nemesi, per uno preoccupato che l’uomo occidentale avesse venduto la propria anima, rendendo la tecnica dominio mondiale su base planetaria. 

Lewis Mumford

In Europa, invece, dove la macchina non è mai stata “in giardino”, oltre a quelle del mondo cattolico schierati a favore della “vera e autentica civiltà occidentale”, non germanica ma romana e neolatina, questo libro definito “romanzo intellettuale” da Thomas Mann che avvicinava Spengler a Schopenhauer, si attirò subito addosso critiche di unilateralità e dilettantismo. Uno storico “storicista” come Friedrich Meinecke, lui sì prussiano e poi ben più filonazista di Spengler, vi scorse una visione schematica della storiografia, capace di ingabbiare uomini ed eventi. Era in sostanza la critica mossagli anche dall’ambivalente Heidegger, la cui opera si può leggere come uno spenglerismo filosofico portato alle estreme, apocalittiche conseguenze, e in casa nostra da Benedetto Croce, il quale stroncò il libro a male parole su La critica (“il signor Spengler ignora affatto la storia delle questioni che sommuove, e le sue idee non meno che la sua erudizione sono da dilettante”), salvò poi riposizionarsi nel 1946, quando nel saggio “La fine della civiltà” ammetteva implicitamente che in quelle “elucubrazioni di apocalittici tedeschi” qualcosa di vero ci doveva essere… Fare di Spengler l’espressione di una degenerazione involutiva dello “storicismo” non era difficile, del resto, bastava trasferire la tesi del declino da un piano biologico-organico a quello della metafisica così detestata da Heidegger; la stessa metafisica cui  i suoi tanti difensori si sarebbero curiosamente aggrappati per reagire alle accuse (comprovate) di antisemitismo… 

“E’ ovvio che la sua opera venisse rifiutata da Croce o da Antoni e celebrata da Julius Evola”, scriveva ancora qualche giorno fa sul Corriere della sera Claudio Magris, autorevole rappresentante di un umanesimo mitteleuropeo che a questo “occidente vittima della propria viltà” rimprovera non già l’essersi consegnato alle logiche della finanza e di non aver fatto nulla per impedire lo spaventoso processo di pauperizzazione ancora in atto, quanto piuttosto perché “dinanzi al problema delle nuove migrazioni di popoli reagisce con accenti e gesti barbarici, alimenta e coltiva un viscerale e inumano razzismo” o perché “si vergogna di sé stesso e dei propri valori più alti”. L’idealismo conservatore-progressista ha questo di bello, che facendo sempre poco i conti con la storia e con la realtà, abituato a parlare di valori più che di fatti e magari a confondere le cause con gli effetti (la migrazione altro non è che l’effetto più drammatico dell’ipocrita neocolonialismo occidentale, ed è su quello che ci si dovrebbe concentrare, invece che dare di “fascista” a chiunque si opponga all’accoglienza). 

A Spengler che goethianamente intendeva la storia come un processo biologico, come “natura vivente”, questo marchio, diciamolo pure, un po’ “fascista” è rimasto sempre addosso, al punto da far accantonare quella che resta l’analisi più complessa e più originale delle letture spengleriane, quella fatta nel 1935 (sic!) dal dimenticato Lorenzo Giusso, che nella dottrina dello studioso tedesco vedeva “una sistemazione della nozione nietzschiana dell’eterno ritorno ed un ampliamento dell’idea di verità come Erlebnis o evento interiore di Dilthey”. 

Oswald Spengler

Il peccato senza remissione di Spengler era stato – e mi verrebbe da aggiungere è, ancora oggi – quello di aver messo radicalmente in discussione l’impianto della filosofia della storia hegeliana su cui la cultura crociano-marxista ha bellamente prosperato fino agli sgoccioli del secolo scorso e insieme ad essa – cosa ancora più grave – quella di aver annunciato la fine dell’eurocentrismo, quello stesso eurocentrismo che paradossalmente ha condiviso con Spengler la fiera chiusura – nel nome proprio della Kultur – al mondo americano e a qualsiasi cosa sapesse di tecnica, di massa e industrialismo… 

In quest’opera “che è anche un polpettone, una caricatura del Superuomo, confusamente geniale e spiacevolmente attuale” (così Magris), Spengler non aveva fatto altro insomma che sostenere quel che il romantico Herder (sulla scorta di Vico) aveva già pionieristicamente sostenuto, mettendo le basi della cosiddetta “storia delle idee”: che ogni cultura ha un diverso patrimonio biologico e sviluppa un diverso patrimonio simbolico (per lui, ad esempio, greci e romani non erano occidentali ma parte di una cultura avente un proprio ciclo, e proprio come ora l’occidente, anche la Grecia aveva conosciuto il proprio declino, iniziato con le guerre del Peloponneso), che ogni società possiede una propria visione della realtà, e le visioni variano di volta in volta, passando da un assetto sociale a quello successivo, rifiutando appunto ogni storia filosofica che ipotizzi un sia pur lento e contraddittorio progredire dalla barbarie alla civiltà.

A proposito cicli storici: un secolo prima di Houellebecq, il relativista Spengler aveva lanciato un allarme controglobalizzante a un’Europa che invece di ascoltarlo e mettersi a ragionare sui propri limiti – come tra le righe aveva chiesto di fare lo storico inglese A. J. Toynbee, autore del classico Civiltà al paragone – ha preferito emarginarlo e demonizzarlo senza nemmeno troppa fantasia, nel nome per giunta di uno storicismo male interpretato da parte magari di quegli stessi professori, scrittori e intellettuali che avrebbero poi salutato (e che salutarono) in  pompa magna la “fine della storia” annunciata dal neohegeliano Fukuyama, la più grande “fake news” condivisa dal mondo culturale di fine secolo scorso. Fosse solo per questo, al di là di tutto, un po’ di scuse al professor Spengler gliele dovremmo davvero…