Meditare sul mare; sposare il suo flusso e riflusso, mettere in discussione le sue profondità esplorandone le contraddizioni ove si nascondono segreti. Un universo di citazioni, ora di immagini, a comporre un affresco culturale che conduce i lettori tra le onde del pensiero. E’ questo l’acquarello filosofico dipinto da Cécile Guérard nel libro Piccola filosofia del mare, edito da Guanda. Ed è con il prologo di Fernando Pessoa, poeta delle odi marine, che ha inizio questa talassoterapia dello spirito. Il mare si disperde e si ricompone, proprio come l’animo umano che non è mai a riposo, e, diceva Deleuze, svolazza fino alla svolta decisiva: quella che indurrà l’uomo ad abbandonare la spiaggia, o a fare l’ultimo bagno. Ripetizione o Rinascita? La scrittrice e filosofa non si arroga alcun diritto nel dare risposte, preferisce comporre con leggerezza, così come recita il titolo in lingua originale (Philosophie légère de la mer), un testo da leggere in pillole, per gustarne le profondità. Non è la filosofia ad essere l’oggetto di questo volumetto, ma il mare, attraverso tuttavia una riflessione metafisica sull’esistenza. Tendiamo ora l’orecchio. Lo sciabordio marino viene contrapposto al sordo silenzio del destino dell’uomo, enigmatico quanto sensibile. Conoscere l’esistenza dal suo interno non è facile. Interiorità, riflessione, azione che si specchia sul Lete, linguaggio riflesso, sono tutti attributi che la Guérard ci chiama a considerare.

La filosofia, ci ricorda, è nata sotto il segno dell’acqua, in Asia Minore, nelle città fiorenti dello Ionio, in riva al mare Egeo. Così ella scrive: «Il mare e la filosofia condividono lo stesso movimento: incarnano la vita, le indicano una rotta. […] A immagine del mare, la filosofia elude e polverizza il solido, il radicato, il pregiudizio, l’imperturbabile, il conformismo e le comodità. Grazie ai suoi quesiti impertinenti e alla sua ironia, sgretola le verità. Niente resiste al lavorio regolare e agile dell’acqua.» E grazie all’evidenza del mare è possibile distinguere una saggezza intrinseca del pensiero. Si sfiora Euripide e la sua Ifigenia in Tauride, per mostrare come l’elemento marino abbia una forza purificatrice, giacché «il mare lava tutto il male umano.» Si sfiora Platone, il quale vive nel declino dell’impero marittimo di Atene e, in antitesi al poeta tragico greco, vede il mare come un simbolo di hybris, ovvero di eccesso, e pertanto da condannare a beneficio dell’armonia e della stabilità. Si sfiora Nietzsche, per il quale l’avidità delle onde è paragonabile alla volontà umana mossa da bramosia e cupidigia. Si sfiora Foucault, secondo il quale l’uomo diviene un «volto di sabbia» destinato ad essere cancellato da quel mare ove egli vi legge insignificanza e perdita di senso. Ed ancora Paul Valéry, Marguerite Duras, Victor Hugo. E molti altri. Sempre con la delicatezza di un tocco. Ispirata dalle acque blu della sua Normandia, dove i sassi «non sono più semplici ciottoli, ma creazioni di Georges Braque», ella traccia pennellate impressionistiche che rapiscono dapprima lo sguardo e poi il cuore.

Cécile Guérard scrive infine di passeggiate marine. Accade che, percorrendo lidi, l’uomo liberi il massimo della propria potenza. Espressione spinoziana mai più idonea, poiché, in una considerazione più ampia che trascende l’elemento marino stesso, il cammino è connesso al movimento che si impone come rottura dalla quiete originaria, incomunicabile altrimenti, tra la realtà statica e quella cinetica. La passeggiata è una promessa di equilibrio che dinamizza tanto il corpo quanto il pensiero e spalanca a possibilità inimmaginabili. La meta del percorso non è più fisica, ma metafisica – e la Guérard lo ha inteso bene, lontana da quella imposta dalla gestione biopolitica della società che non ha mancato di mutilare l’atto del cammino esaurendolo nella gestione schizoide del commercio umano e dell’andare-presso. Camminare, come demiurgia capace di smascherare la realtà illusoria. Camminare, come atto spirituale che tuttavia non manca di sacrificio; come il Cristo sul Golgota, che percorre la via del Calvario sottoposto alla prove della strada, così l’uomo intercede a fianco del mare e conferisce ordine a sé stesso e al mondo. Solo allora la modernità si mostrerà per quel che è realmente: una categoria mentale. Perciò l’uomo può ancora essere il Fabbro del proprio destino.