Quello di non incespicare nell’ovvio accedendo a un tema così antico tanto quanto l’umano è un tentativo insidioso, ma risulta ancora indispensabile parlarne, per comprendere cosa sia la libertà, come apprezzarla e come muoversi nell’età dell’insicurezza e della digitalizzazione, in balìa di un politically correct che spesso, piuttosto che aiutare il pensiero dell’umano, lo omologa al non-pensare, inglobandolo in ciò che Weber definiva “gabbia d’acciaio”. Mauro Magatti, nel suo Non avere paura di cadere. La libertà al tempo dell’insicurezza (2019), a riguardo compie un excursus con l’intento di soffermarsi sul tema attraverso filosofi che della libertà hanno fatto la propria ragion d’essere, sottolineando per lo più le ossessioni dell’uomo contemporaneo e delineandone una possibile via d’uscita, o meglio di sopravvivenza.

Incuriosisce il fatto che la libertà in senso assoluto abbia svuotato il suo stesso significato, edificando una società di massa e una forte presenza dello Stato che ha avuto nei risvolti delle epoche la massimizzazione del potere e del controllo, a discapito delle popolazioni. Gilles Deleuze definisce la società contemporanea una società del controllo, nella quale una blanda libertà è ottemperata dalla sorveglianza di uno Stato che, attraverso i mezzi di comunicazione, divulga l’ovvio e il banale.

“L’uomo con la bombetta”, Magritte

Il potere di giudicare – scrive Hannah Arendt – si fonda sull’accordo potenziale con gli altri: il processo del pensiero che realizza il giudizio non è un dialogo con se stessi, come il pensiero dedito al puro ragionamento; al contrario, anche se nel prendere la decisione io sono del tutto solo, il mio giudizio si esplica in una comunicazione anticipata con altri con i quali devo infine arrivare a un certo accordo. La nozione di libertà è senza dubbio centrale nell’ambito della riflessione arendtiana:

La libertà è l’effettivo contenuto e il senso della politica e del politico (…) umanità e libertà coincidono.

Arendt si riferisce a una «libertà di movimento» resa possibile da un valido sistema legale, dal senso della giustizia, e non dal benessere economico o dallo status sociale. La libertà è considerata come l’inizio di un’azione e contraddistinta da uno stretto rapporto con il “potere”, sia nel senso di “poter fare”, sia in quanto garantita dalla “pluralità”, ossia dalla presenza di più persone in condizioni di parità reciproca, vale a dire dall’esistenza di quella sfera pubblica il cui attributo principale consiste precisamente nella capacità di generare “potere”. Questa libertà, che Arendt definisce politica, è differente dalla libertà interiore intesa in filosofia, ovvero dove “gli uomini possono eludere la coercizione esterna sentendosi liberi”. Essa è pluralità e riconoscimento dello “spazio” di ognuno, in quanto diversità. Magatti, nello specifico, evidenzia il miracolo della libertà attraverso la nascita, il principio del cominciamento, proprio della Arendt, a cui conferisce fede e speranza.

La libertà umana – aggiunge ancora Magatti – si qualifica come quella facoltà che ci rende capaci di dare forma aurorale alla vita, imprimendo una curvatura nuova, marchio della unicità personale, alla fisionomia del mondo. Ebbene, nascere comporta anche l’opportunità di essere liberi. Ma da cosa? E da chi? Liberi dai piaceri, dai pregiudizi, dalle “cose”?

Hannah Arendt

Demercificare la libertà è appunto un compito essenziale che spetta a ogni individuo. Incominciare, intraprendere, cercarsi nuovi sentieri è compito di chi, libero, acquista coscienza e conoscenza. Sia Paul Ricœur sia Maria Zambrano considerano un atto primario assumere consapevolezza di sé, affinché la libertà permanga. Arendt, per di più, insiste sull’attività, sull’azione: è nell’agire che si realizza la libertà e si attesta l’esistenza di uno spazio pubblico. Essere liberi e agire sono la stessa cosa? Tuttavia, nell’azione occorre essere responsabili e sapere di cadere nel limite, proprio perché “siamo limite”, osserva Georg Simmel e parimenti Albert Camus, il quale ha scritto che:

La libertà per essere tale non può considerarsi senza limiti.

Nel limite o nel senso della misura è radicato un diritto inalienabile che appartiene a ogni essere umano, e che è appunto la libertà. Sembra di scivolare in un paradosso: come si può essere limite e al contempo dichiararsi libero? Lo spiegano Simmel, Camus, Arendt, lo delinea peraltro Mauro Magatti. E alla fine non resterà che liberare la libertà.

Per Niccolò Machiavelli ed Elias Canetti la libertà – fil rouge dell’umano – ha estrinseco legame col potere, e dunque prepotentemente in conflitto. D’altronde l’umano è conflitto, la personalità di ciascuno risiede nel conflitto, l’abilità sta nell’affrontarlo e attraversarlo come un ponte, o spalancare una porta per raggiungere l’altro, viverlo, sperimentarlo, palesando così la condizione di libertà, di potere, oppure di limite?

“Non avere paura di cadere. La libertà al tempo dell’insicurezza”, di Mauro Magatti, Mondadori, 2019

Per avere la netta consapevolezza della propria libertà è opportuno conoscere anche quella dell’altro, non dare per scontato che ci sia sempre. Si legge nelle pagine di Post res perditas. Discorsi su Machiavelli (2019) del filosofo Antonio De Simone:

La presenza del conflitto, che non esaurisce il presente del suo dire nella mera linearità imperfetta, proprio perché la presenza è-più-che-presente. Se l’Uno del potere è numerabile, il conflitto è plurale, la sua traccia porta oltre, marca la sua cifra nell’ontologia politica dei soggetti, ne timbra la singolarità irriducibile di ognuno nella finitezza del loro essere, del loro apparire, del loro evento come segno del loro esistere che si rivela fenomenicamente. Come nel conflitto, anche nell’apparire siamo immersi. La fenomenologia dell’apparire si rivela nell’ontologia del limite, della finitezza.

Il conflitto è ineludibile per Machiavelli tanto quanto il limite, all’interno di questi la libertà è possibile attraverso la conquista. E ancora, per Machiavelli:

La politica è essenzialmente una relazione di conflitto e questa relazione non si iscrive né vincola ogni membro della città in una perpetua guerra civile: innanzitutto perché il conflitto degli umori non si traduce sistematicamente in una forma generalizzata della lotta in armi, ma si manifesta talvolta – anzi, auspicabilmente, sempre – semplicemente in disputa, ma soprattutto perché in questa particolare relazione si giocano le sorti della libertà politica – il suo avvento, il suo mantenimento, il suo declino e la sua scomparsa. Conflitto e libertà, libertà nel conflitto.

Machiavelli docet. Il gioco dell’umano. Il vincolo del vissuto. Ecco allora che occorre “liberare la libertà” e Magatti attraverso Simmel risponde:

Agisci in modo tale che la libertà da te esercitata, insieme a quella che il tuo agire lascia o prepara per gli altri, produca il massimo (…) A questa medesima conclusione sembra approdare anche la moderna psicoanalisi, quando parla della legge del desiderio. Il desiderio viene da altri e, quando diventa fecondo, ritorna su altri.

Libertà e responsabilità, in Simmel. Non può sussistere alcun tipo di relazionalità umana senza di esse. Ma la politica è libertà oltre al conflitto, e anche essa deve garantirla:

È una necessità inalienabile per la vita umana, sia per la vita del singolo che per quella della società. Poiché l’uomo non è autarchico ma dipende dall’esistenza degli altri. Il compito e il fine della politica è tutelare la vita, nel senso più ampio del termine. Assicurargli un guadagno, la felicità, ed evitare la guerra di tutti contro tutti.

Arendt considera indispensabile che anche nella politica si attui la libertà in un pensare e agire responsabile: «La libertà è quel legame segreto che unisce la vita contemplativa alla vita attiva», è parte del vincolo civile. E ancora, scrive Arendt:

La libertà è l’essenza dell’individuo e la giustizia l’essenza della convivenza umana. Entrambe potranno sparire dalla faccia della terra solo con l’estinzione fisica della razza umana.

Ragion per cui il sociologo Magatti giustappunto nell’ultimo capitolo, che chiama “Movimento” dedica alla libertà il divenire di essa, il muoversi in uno “spazio” nella declinazione attuale di un’odierna società in cui la stessa sembra vacillare. Prendersi cura di sé e degli altri costituisce forse un imperativo altisonante per Magatti, affinché nell’esercizio della libertà si riveli anche la solidarietà:

Nessuno ha il diritto di parlare di libertà se non trasferisce ad altri questo elemento prezioso della nostra comune condizione umana. Nella società dei liberi, il dono che circola tra gli uomini non può essere altro che la libertà.

E dunque, la libertà è relazione. È reciprocità nel pluralismo. Tante libertà, così come sono state interpretate da Salvatore Veca in Libertà (2019). Nel pluralismo si dipana la “libertà democratica” in ciò che anche Arendt definisce “spazio pubblico”; quello spazio in cui, osserva Veca:

Gli attori che comunicano e muovono all’azione in questo spazio pubblico possono riferirsi alle realtà più varie: la terra e il suo destino ecologico; gli oppressi qua e là per il mondo; le lingue minacciate da sparizione.

Ma è anche “il cantiere sempre in corso della diversità, delle alternative, degli esperimenti di vita e delle differenti mobilitazioni cognitive”. Entra in crisi la libertà democratica quando questa restringe gli spazi, quando vengano marcati confini. Accade nelle democrazie contemporanee e in tali costellazioni gli interrogativi da porsi risultano numerosi.

Mauro Magatti

La prospettiva filosofica e politica di Veca comporta un’autoriflessione di ciò che è ed è stata la libertà e di ciò che sono al contempo le libertà, giungendo a un monito: vale a dire di non rinnegare l’illuminismo quale epoca di libertà, perché significherebbe rinunciare:

All’etica della libertà e della responsabilità e alla semplice idea di comune umanità, aprendo il varco alle pratiche del disumano. In tempi difficili. Soprattutto in tempi difficili.

Tali pratiche, come è noto, sono state attuate durante l’epoca dei totalitarismi e Arendt, a riguardo, considerava primario, essenziale, pensare. Senza il pensiero non può esserci libertà né possono coesistere relazioni di fiducia e responsabilità nello spazio pubblico, nel mondo. Ecco la possibilità di ricominciare, di rinascere: il “miracolo della nascita” sottolineato da Magatti. Il “cominciamento” può certamente non risolvere definitivamente i conflitti. L’umano si barcamena in simili dinamiche dalla preistoria alla contemporaneità; tuttavia si concederà la possibilità a tutti di riconoscersi liberi quando qualcuno, un giorno, voltandosi indietro, si accorgerà di un “movimento insperato e imprevedibile che ha cambiato il corso della vita. Questa è libertà”. Oltre la corruzione.

Simmel, Arendt, Camus, avevano esperito sia la libertà sia la non-libertà e, da esseri pensanti, non hanno dimostrato tentennamenti. Mai. Nel decidere, liberi. Sempre, fino alla fine dei loro giorni anche se “stranieri” in casa propria. Il pericolo di ritrovarsi in varchi aperti alle pratiche del disumano è tragicamente possibile. Drammaticamente vero.