“Wagner è in massima misura filosofo là dove più è energico ed eroico. E appunto come filosofo egli non si limitò ad attraversare il fuoco di diversi sistemi filosofici senza intimorirsene, ma attraversò anche i vapori del sapere e dell’erudizione mantenendosi sempre fedele al suo io più elevato, che gli chiedeva “azioni comprensive della natura polifona” e gli imponeva di soffrire e di imparare per poter compiere quelle azioni.”

Nietzsche

Opere quali il Parsifal, il Tannhauser, La Valchiria, consacrano Wagner come il più grande compositore tedesco del XIX secolo. L’opera di Wagner è classificabile come “dramma”, che su influenza del Romanticismo tedesco, racchiude poesia, mito e musica. Utilizzato come elemento di introspezione (opere quali il Parsifal, saranno prese in considerazione negli studi psicanalitici di Freud)  questa rinnovata rappresentazione teatrale è considerata da Wagner come veicolo di diffusione del proprio ideale culturale, alla stregua di un atto rivoluzionario. Deprecando l’utilizzo del linguaggio freddo e razionale nell’arte a lui contemporanea, in ogni sua opera poesia, canto, recitazione, psicologia, si fondono nella cosiddetta “opera d’arte totale”.

Il poeta e il musicista sono una sola e medesima cosa, perché ognuno sa e sente ciò che l’altro sa e sente. Il poeta è diventato il musicista, il musicista il poeta: ora essi formano ambedue l’uomo artistico completo”.

Wagner

L’importanza di Wagner è periodizzante tanto in musica quanto, in un certo senso,  in politica; opere dal titolo anomalo rispetto al repertorio musicale, quali Arte e Rivoluzione, Opera d’arte dell’avvenire o Il Giudaismo in Musica, fanno luce sul Wagner “politico”: inizialmente di simpatie anarchiche, sarà in seguito massimo interprete del Nazionalismo Tedesco;  aderirà alla rivoluzione di Bakunin, per poi scontrarsi con l’amico Nietzsche su questioni ideologiche, politiche e dottrinarie. Entrambi Tedeschi, entrambi si  ispirano inizialmente alla filosofia di Shopenhauer e riflettono sul ruolo del Cristianesimo nella società per approdare poi a soluzioni radicalmente opposte: mentre Wagner troverà nella conversione il punto di arrivo delle sue riflessioni sulla religione, Nietzsche. Approda ad una definitiva rottura con il Cristianesimo (la cui espressione finale è l’Anticristo). Egli biasima quella religione cristiana derivata dall’Ebraismo, ed evolutasi con una interpretazione distorta delle scritture; quella religione basata sulla morale che condiziona l’uomo con valori anti-vitali, basati sulla negazione di se stesso, sul sacrificio di se stesso, sul senso di colpa. Questa nuova morale, è per Nietzsche è doppiamente immorale, non solo perché nega l’essenza dell’uomo,ma perché è fondamentalmente utilitaristica, volta cioè alla ricerca di rassicurazione e di certezza. La religione è dunque menzogna:

 

“Quindi la santa menzogna ha: inventato un Dio che punisce e premia […]; inventato un al di là della vita […]; inventato la morale come negazione di ogni decorso naturale […]. La ragione è tolta di mezzo, tutti i motivi di agire sono ridotti alla paura e alla speranza (castigo e premio): si dipende dalla tutela dei preti, da una precisione finalistica che pretende di esprimere una volontà divina”

Nietzsche

Entrambi favorevoli alla guerra franco-prussiana del 1870-1, e inizialmente al Nazionalismo Tedesco, Nietzsche finirà per rifiutarlo, al contrario dell’ormai ex-amico Wagner, il quale ben presto estremizzò queste tendenze politiche,  fino a trovare motivazioni “scientifiche” alla sua intolleranza verso gli ebrei, che accusava di utilitarismo e che riteneva colpevoli di essere “demoni della rovina dell’uomo”.

 

“Wagner aveva acconsentito passo dopo passo a tutto ciò che io depreco — anche all’antisemitismo.”

  Nietzsche

Nel 1884, un anno dopo la sua morte, il circolo di Bayreuth (città in cui trascorse i suoi ultimi anni), diffuse il pensiero razzista -per la prima volta definito antisemitismo–  sulla scia di pensiero inaugurata dal conte francese Gobineau, autore del “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane”. Da anarchico a protagonista al fianco di Bakunin della fallita rivoluzione; condannato a morte per socio-rivoluzionarismo va in esilio a Zurigo. La parabola della sua vita continua con una conversione che lo vede passare dal rivoluzionarismo al nazionalismo degli aristocratici, fino a divenire l’interprete di una cultura nazionale. Quel Wagner “musicante di stato” (secondo la definizione riservatagli da Marx), è analizzato nell’arte e nella filosofia da Nietzsche, che conduce un’indagine sui sintomi di una patologia affligge Wagner come tutto il suo pubblico, la società nevrotica, decadente che non fa nulla per contrastare un progressivo impoverimento artistico e culturale.

Quella musica grandiosa, non sarà altro che vuoto artificio frutto di uno “stregone”, che riduce la musica ad “allucinogeno sonoro”, in cui  “Il brutto, il misterioso, il terribile del mondo sono progressivamente addomesticati dalle arti e dalla musica in particolare e ciò corrisponde a un ottundimento della nostra capacità sensoriale”.