Profanò questi misteri… tolse il velo che sempre deve coprire tutto ciò che si può dire, tutto ciò che si può credere del diritto dei popoli e di quello dei re, che mai si accordano così bene assieme, quanto nel silenzio (Cardinal de Retz)

Tela di fondo di Potere, saggio di Guglielmo Ferrero appena ripubblicato da GOG edizioni, un secolo e mezzo d’«insonnia della Storia», col suo termine a quo nel centro nevralgico della Rivoluzione francese e le di poco successive scappatelle di quel «parvenu, falso imperatore, contraffazione di un rivoluzionario della sovranità monarchica» che fu Napoleone, e il suo termine ad quem con l’avvento – frutto del medesimo sonnambulismo – dell’innominato, novello Cesare, Benito Mussolini (a cui il testo accenna con un fuggitivo «Primo Ministro»).

Questa, quantomeno, la parte visibile del libro, in cui Ferrero pratica la Storia con l’occhio clinico di colui che, alla maniera di De Maistre, la considera quale «laboratorio sperimentale» in cui agiscono le Forze e in cui esse, concretizzandosi in eventi, ne assumono le forme e varietà, plasmandoli secondo un ordine che è quello dell’imprevedibile successione dei fatti.

Ma a differenza degli storici in genere, e anche rispetto ai suoi stessi lavori precedenti (si ricordino almeno la sua monumentale «opera d’arte fine a se stessa» Grandezza e decadenze di Roma e il saggio su Le due Rivoluzioni Francesi), qui Ferrero è in possesso di una chiave che gli venne rimessa tra le mani «nei primi giorni del novembre 1918, mentre la guerra mondiale finiva e i troni dell’Europa cadevano uno dopo l’altro», dal principe di Périgord Charles-Maurice de Talleyrand, quando, «a letto per un’infezione allo stomaco, per passare il tempo», si rimise a leggere «vecchi libri, in tono con l’epoca» e ad un certo punto, nelle Memorie del «diavolo zoppo», nel momento in cui Napoleone si avvia al suo definitivo declino e le sorti della Francia sono quantomai incerte, «cadde su sette pagine» che gli appresero l’esistenza dei «principi di legittimità».

Potere, di Guglielmo Ferrero (GOG edizioni, 17,00€)

Con questa chiave dei principi di legittimità, Ferrero può non solo osservare la panoplia dei fatti storici nel loro aspetto serigrafico e seriale, visibile, essoterico, bensì aprire le «botole del retrostoria» (K. Kraus) e accedere alla sua dimensione esoterica, laddove agiscono le forze numinose del tempo, laddove soggiornano gli invisibili genii della polis «nascondendosi nelle profondità». Questo il vero nucleo del libro, quest’invisibile agire dietro le quinte delle Forze che talvolta sorreggono e talvolta scardinano l’ordine della Potenza e del Potere, che talvolta ne legittimano o meno l’esistenza, in un’oscillazione sempre estremamente labile. Analisi che egli impone su quest’imponderabile origine del potere, che come ogni domanda simile ha la forma di un’interrogazione ricorsiva: La legittimità d’un potere è legittima? E se sì, cosa la rende tale?

Si smuovono qui le acque torbide degli Arcana Imperii, quelle acque su cui solitamente, per una forma di sacro timore, non si osa neppure gettare lo sguardo, e Ferrero questo lo sa bene:

La legittimità è forse un argomento vietato, uno di quei misteri che non è permesso toccare? Ho il diritto di avvicinarmici? Me lo sono chiesto spesso.

Lo confesserà nell’ultimo capitolo del libro. E toccare questo argomento è gesto altamente infido, perché con esso si mette mano all’essenza stessa del Potere, addentrandosi in una riflessione che non ne discute la sociologia, la giurisprudenza, i rapporti di forza, di classe, la critica dei modelli e strutture – ossia puri epifenomeni – bensì, recandosi direttamente alla fonte paludosa dell’Arkhê, si rischia o di essere afferrati dalle naiadi protettrici dei misteri ed essere affogati come un incauto Ila politologo, oppure scoprire qualcosa che, se è tanto segreto, lo è perché il suo disvelamento ha la forza di sbriciolare le più apparentemente solide Tavole delle Leggi. E Guglielmo Ferrero, nonostante i rischi (o forse proprio per quelli), decide di accostarsi a questa palude, non solo, di sprofondarci dentro come un palombaro, andando proprio a scalfire quell’«apparente solidità» su cui si sorreggono le sorti del Potere, troni o parlamenti che siano.

Guglielmo Ferrero

Senza entrare nei dettagli dell’analisi, poiché si rischierebbe di anticipare al lettore scoperte che Ferrero dipana lungo la sua riflessione di volta in volta, come in una spy-story in cui lui, detective sgattaiolato nel retroscena della Storia, si muove tra umbratili e fantomatiche potenze e presenze (la «volontà popolare», il «diritto divino», l’«ordine universale», i «principi assoluti», ecc.), sarà meglio qui aggirarsi attorno al margine della voragine su cui l’autore ci conduce, e ficcar lo viso, a nostra volta, d’obliquo, nell’abissale opaco fondo da cui emergono le forze del Potere, e vedervi affiorare due grandi teste, come di marmo bianco, una che si erge sovrana e imperiosa coprendo tutto il cielo, dallo sguardo torvo, e l’altra, più piccola, che si inchina, piegando la testa come fa la bestia sacrificale che ha accettato l’immolazione. La prima, immensa, che avvolge il mondo, è la paura, «anima dell’universo vivente», in cui versa l’animale (il politikòn zôon ivi compreso) quando vige nel mondo l’anomia, mentre l’altra è la testa di chi accetta – in «maniera attiva o passiva» – di cedere, sacrificando la libertà nel suo valore assoluto, quella parte di dominio che, diminuendo la tensione, smorza la paura, e garantisce la vivibilità dentro il recinto del nomos.

«Anomia» e «Nomos», questi dunque i due cardini che determinano l’indecidibilità del Potere, i due Dioscuri arconti che ne sorvegliano la soglia: nell’anomia vige la paura del processo mimetico della violenza dell’uno contro tutti, che conduce al conflitto generalizzato e che solo si può placare per mezzo di un «omicidio comune», di quel girardiano «capro espiatorio», che in questo caso è la libertà assoluta, sacrificata in nome della legittimità condivisa.

Solo sulla legittimità si può infatti fondare il Potere, giacché solo la legittimità è capace di smorzare la violenza originaria, anomica. Difatti, senza legittimità, il Potere è solo la «paranoia del totalitarismo», che mancando di tale riconoscimento generalizzato, vive nel terrore d’essere rovesciato, sentendosi accerchiato – dentro e fuori dai suoi confini – da nemici, e non può che generare uno Stato poliziesco, convinto di controllare tutto, ma che proprio come per un paranoico:

Cospirazioni o congiure sono all’ordine del giorno. […] Ovunque egli mette mano, trae fuori un congiurato (E. Canetti)

Poiché invero, tra tutte le «disuguaglianze umane, nessuna ha altrettanto bisogno di giustificarsi, quanto quella stabilita dal Potere» tra i dominatori e i dominati. Ossia, in sostanza, la natura del diritto. E la legittimità è come l’ombra che accerchia l’anello del diritto. Se Carl Schmitt, in apertura della sua Teologia Politica, scrive che «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione», tale asserzione può essere vera solo dentro un sistema giuridico già posto (l’«eccezione» essendo quella legge non prevista dentro la legge in vigore), ma il passaggio precedente alla legge, più oscuro ancora rispetto allo stato d’eccezione stesso, è proprio il buco nero della legittimità, poiché il sovrano prima ancora di poter essere colui che eccede da un quadro giuridico determinato e poter essere colui che decide dello stato d’eccezione, dev’essere già colui che è legittimato. Il diritto stesso deve aver per base la legittimità: una legge a cui nessuno crede, una legge dunque illegittima, non ha alcun valore e non esercita alcuna forza.

Carl Schmitt

In principio è il Nomos, così già in Solone e più esplicitamente in Eraclito che parlerà di théios nómos, «nomos divino», giacché l’origine necessita di un garante, e quale miglior garante, si pensa, degli Dèi o di Dio. Occorre quindi un ordine normativo superiore rispetto a quello statuito – un ordine da cui quest’ultimo trae la sua validità. Tuttavia questo garante – l’unico a cui appellarsi – è l’origine stessa: chi deve giustificarsi è anche colui che giustifica, e la debolezza tautologica della dimostrazione ne è al contempo l’aporia della sua ingiustificabilità. Poiché attorno all’Origine vi sarà sempre una domanda – Ferrero parlerà dello «spirito del Maligno» – che può far retrocedere ad libitum la fondatezza del Principio Primo. Come ricorda il Presidente Schreber:

L’uomo sarà sempre incline a domandare: Se Dio ha creato il mondo, come è nato Dio stesso?

Così, se pure a garanzia della legittimità d’un Potere e delle sue giurisprudenze si invoca il Nous, questo punto zero della legittimità su cosa poggia? Sempre su un non-legittimo luogo d’origine. L’Arkhê è An-Arkhê nella sua essenza, l’origine si origina da una non-origine. E si tenga presente che Arkhê è l’altro nome del Potere: principio e comando, principio secondo la natura o la storia, quel luogo in cui le cose iniziano; ma anche comando, quindi principio della legge, laddove uomini e dèi comandano, laddove si esercita l’autorità, il luogo legittimato da cui l’ordine viene dato – principio nomologico. Per questo nel suo fondo intimo, nel suo Urgrund, la legge è illegale.

Allora, su quest’infondantezza originaria si basa l’estrema labilità e debolezza dei «principi di legittimità», che nella sostanza non si basano quindi né su un valore metafisico o ontologico, né tantomeno su un sunto razionale. Il principio di eredità della legittimità monarchica o quello della volontà popolare della legittimità repubblicana, Ferrero lo dimostra, sono entrambi assurdi. Estrema ratio e unica è dunque il Tempo, garante di quell’assuefazione di cui parlerà anche Leopardi, che avviluppando le generazioni di elettori o sudditi (a seconda della legittimità riconosciuta), con le esterne apparenze e cerimonie di cui il Potere si foggia e in cui si dipana (ossia, il debordianamente detto «spettacolo»), via via, normalizzandosi, risulterà essere legittimo poiché (creduto) naturale.

È quest’accezione che Ferrero darà della legittimità, che si sovrappone al nomos di cui parla Erodoto in un celebre passaggio del libro III delle sue Storie, dove abitudine diventa norma:

Dario al tempo del suo regno mandò a chiamare Greci che erano alla sua corte e chiese loro a che prezzo avrebbero accettato di mangiare i loro avi defunti: e quelli risposero che non lo avrebbero fatto a nessun prezzo. Dopodiché Dario chiamò alcuni Indiani appartenenti alla popolazione dei Callatii, che hanno l’abitudine di mangiare i genitori defunti, e chiese loro a quale prezzo avrebbe accettato di bruciare i loro genitori defunti; quelli si misero ad urlare ingiungendogli di non bestemmiare. Tale è la forza del nomos in un ambito come questo, e a ragione, secondo me, Pidaro disse che il nomos è il sommo sovrano

La legittimità è insomma solo una forma di abitudine agghindata di cerimonie e sclerosi, di ripetizione di gesti rituali, che devono tentare quantomeno di abbagliare la ragione che li ripugna e che tendenzialmente si infervora a volerla scardinare. Questa “abitudine”, tuttavia, per quanto irragionevole e infondata, è unico argine la cui assenza è prodromo al ritorno verso uno stadio di violenza mimetica, senza più freni, la cui spirale rapidamente può condurre verso quegli «uragani di sangue e di fuoco», «spaventosi dispotismi sanguinari del Terrore, proscrizioni impietose, confische, uccisioni giudiziarie, colpi di Stato, delazioni, leggi speciali per i sospetti e deportazioni», «guerra civile permanente», di cui la Storia non manca d’esempi e che Ferrero, scrivendo questo libro fondamentale, aveva sotto gli occhi nei primi anni ’40 del secolo degli stermini di massa.