Costanzo Preve non è stato solo un lucido analista politico, nonché geopolitico. Prima ancora di essere lui stesso un filosofo, è stato uno studioso del pensiero e delle idee come “nature vive”, nella precisa consapevolezza che la filosofia

E’ il solo terreno razionale possibile per pensare e praticare una riunificazione comunitaria della società.

Costanzo Preve è stato un pensatore comunitarista. Questa semplice affermazione, netta e precisa, spiega da sola il motivo dell’ostracismo accademico che dovette subire quando era ancora in vita. Il comunitarismo è fuori moda, è anti-moderno e inviso al cosiddetto ceto semi-colto, che detesta il popolo (pesante e fastidioso) e ama tutto ciò che è “esotico” e innocuo per quel sistema attraverso il quale si nutre.

Costanzo Preve

Non c’è modo migliore per avvicinarsi al pensiero di Costanzo Preve che partire da quella che è la sua interpretazione della scienza filosofica di Karl Marx, da lui analizzata e studiata per tutto il corso della sua vita, in contrapposizione alla “formazione ideologica” marxista. Secondo Preve, infatti, il pensiero di Marx (insieme a Hegel il suo principale riferimento filosofico) è stato a più riprese frainteso e interpretato in modo erroneo, tanto da snaturarlo completamente trasformandolo in qualcosa di ben diverso da ciò che era nelle intenzioni del pensatore di Treviri.

L’obiettivo di Preve, in questo senso, era di rovesciare quel luogo comune che considera Marx come il fondatore del marxismo – una commistione tra pseudo-scienza e semi-religione – che, al contrario, è semplicemente il prodotto di un’epoca in cui la scienza era considerata come una sorta di religione civile. Questa erronea interpretazione nasce dal fatto che Marx, contrariamente a quanto si pensa, prima di essere un costruttore di più o meno utopiche progettualità future era un critico e, per l’esattezza, un critico dell’economia politica e dell’utilitarismo che pose a fondamento del suo pensiero il dubbio più iperbolico di tutti: quello sulla presunta naturalità della proprietà privata.

L’originalità del pensiero marxiano si trova nel fatto che Marx inserisce, all’interno di questa critica scientifica, un concetto assolutamente filosofico: quello di alienazione, che eredita direttamente da Hegel. Per tale motivo, Preve considerava Marx la chiave migliore per comprendere Hegel e, in seconda battutta, addirittura Aristotele. Marx ed Hegel, infatti, hanno in comune sia l’oggetto (la totalità ontologica della società umana) sia il metodo (la dialettica) del loro percorso filosofico. Il metodo (composto di μετα – in direzione di, in cerca di – e ὁδός – via, cammino), in questo caso, è da intendersi nel senso “iniziale” del termine, ben sottolineato a più riprese da Martin Heidegger: ovvero, non è semplicemente il “procedimento di indagine” ma l’indagine stessa. La seconda fonte del pensiero marxiano è infatti il già citato Aristotele.

Ora, Aristotele rappresenta già un distacco dalla grecità iniziale (Parmenide ed Eraclito ad esempio). Tuttavia, il suo pensiero, incentrato sul rifiuto dell’illimitatezza (ἄπειρον) e sull’elogio della misura (μέτρον), è ancora ben lontano dall’individualismo possessivo della modernità. Ciò che Marx tenta di dimostrare attraverso Aristotele (e anche Epicuro), è che giustificare l’accumulazione capitalistica come un qualcosa di connaturato all’uomo sia un’idea astratta e assolutamente a-storica. L’economia (intesa in senso greco) ha infatti come scopo la “vita buona” e non la crematistica accumulazione illimitata, che già al tempo di Marx era divenuta la sola “economia legittima”.

Hegel e Marx

Questo concetto rovescia un altro luogo comune diffuso sul mondo greco (fatto proprio anche da Nietzsche e per questo ampiamente stigmatizzato dal già citato Heidegger): quello secondo il quale il tessuto sociale dell’antica Grecia fosse polarizzato tra pochi ricchi e tanti schiavi miserabili. Contrariamente a quanto si pensi infatti, questo sistema – fondato essenzialmente su una formazione economico-sociale di piccoli produttori indipendenti – non poteva in alcun modo essere definito in modo completo come schiavistico. Era semplicemente “comunitarista” nella sua più intima essenza. Ed è proprio a partire dal mondo greco che Marx inizia a interpretare la storia come conflitto/lotta tra la misura e l’illlimitatezza. Tale interpretazione, mediata dal concetto hegeliano di “sistema dei bisogni”, si fonda sull’idea che il bisogno stesso non ha mai natura illimitata.

Tuttavia, esiste anche una netta separazione tra Hegel (e Marx) e la grecità classica. Questa è data da una evoluzione del pensiero che ha portato al passaggio dall’idealismo bimondano platonico a quello monomondano, che in qualche modo ha fatto da preludio allo sviluppo di un pensiero materialista. Ovvero una separazione netta e irreversibile tra il cielo del divino e il mondo degli uomini, dovuta alla “scomparsa” moderna dell’intermondo in cui questi si incontravano. Tale separazione ha portato alla negazione stessa delle realtà sovraterrene.

Il nesso Hegel-Marx è cruciale nell’analisi previana, perchè spiega il materialismo marxiano alla luce dell’idealismo hegeliano. Preve, provocatoriamente, fa di Marx l’ultimo grande idealista. Un idealista che utilizza il materialismo come una “integrazione metaforica” che “sfrutta” la materia per indicare tre distinti atteggiamenti: l’ateismo, la prassi, lo strutturalismo come predominio della struttura sulla sovrastruttura. Questo marxismo hegeliano, secondo Preve, è l’unica via percorribile e si oppone alle altre due “posizioni marxiste”: quella kantiana, intesa come la possibilità trascendentale di una morale unica universale pur in presenza di enormi lacerazioni sociali, largamente diffusa nel mondo intellettuale e accademico, e quella positivista che trasforma il marxismo in una scienza moderna, in quanto tale basandolo su di una presunta infallibilità calcolatrice.

Preve, alla pari di Marx, è stato anche e soprattutto un critico: un critico sia dello stesso Marx che del marxismo come “ideologia”. La sua critica a Marx si fonda sulla sottolineatura (“con la matita rossa” direbbe proprio Preve) di alcuni suoi macroscopici errori. Uno dei più evidenti è quello dell’analogia storica. Marx riteneva che il passaggio dal feudalesimo al capitalismo si sarebbe ripetuto col passaggio dal capitalismo al comunismo. Tuttavia – chiunque oggi può testimoniarlo – nonostante la catastrofe ambientale e antropologica, il capitalismo si è dimostrando perfettamente in grado di resistere, rinnovarsi e addirittura fortificarsi attraverso i suoi periodici cicli di crisi, come ha brillantemente sottolineato lo studioso Gianfranco La Grassa.

“Karl Marx. Un’interpretazione” di Costanzo Preve, Novaeuropa, 2018

La seconda principale critica che Preve rivolge a Marx è quella legata alla controversa teoria dell’estinzione dello Stato. Una teoria che dà un afflato utopico a un pensiero che Preve ritiene essere nel complesso non utopico, in quanto lo stesso comunismo marxiano è pensato come sviluppo della sostanzialità presente già nel capitalismo. Che tale “previsione” sia poi corretta o sbagliata è un altro discorso. Ciò che qui conta è il fatto che il pensiero marxiano non è utopico ma, al contrario, rappresenta la “fine dell’utopia”.

In questo senso, la rivoluzione assume un significato diverso da quello che lo stesso Marx le attribuisce. Essa non è la marxiana locomotiva della storia ma, come afferma Walter Benjamin, il ricorrere al freno d’emergenza da parte dei popoli. Così, la rivoluzione bolscevica, da intendersi in primo luogo come “rivoluzione contro il Capitale”, è un atto eretico che rovescia i presupposti ideologici dello stesso marxismo. Lenin configura la rivoluzione come un atto che inizia dagli anelli deboli della catena mondiale imperialistica e cerca di espandersi ai piani alti. Stalin non estingue lo Stato ma lo rinforza e, come afferma proprio Preve, mette in piedi il solo sistema attuabile in cui le classi inferiori (contadini e operai) impongono la loro egemonia su quelle superiori.

La rivoluzione, dunque, si impone come una “restaurazione” del primato del politico sull’economico. È la politica che si oppone al cannibalismo dell’assolutismo capitalistico. Hegel, affermava Carl Schmitt nei primi anni ’20, si era trasferito da Berlino a Mosca. E questa rivoluzione, per le tendenze innate del popolo russo, assunse inevitabilmente dei connotati religioso-messianici.
Tuttavia, il collettivismo sovietico non fu in grado di dare risposta al problema inerente la categoria filosofica che Marx pone al centro della sua critica economica: quella alienazione che lo stesso Marx, come brillantemente nota Preve, esperisce allo stesso modo di Heidegger, ovvero come “assenza di patria” dell’uomo. Nel collettivismo l’uomo rimane un uomo sradicato. Il lavoro non riscopre il pre-moderno significato di attività umana direttamente collegabile a una professionalità specifica. Il lavoratore, per quanto teoricamente proprietario dei mezzi di produzione, rimane meccanicamente separato dal prodotto del suo lavoro e la stessa temporalità viene “schematizzata” sulla base dell’idea che si possa intervenire sul futuro.

Un simile sistema, abbandonato l’istante politico dell’atto rivoluzionario, è ricaduto nel mero economicismo, nella stagnazione delle forze produttive e ideologiche. L’ideologia, da rappresentazione unitaria espressiva del mondo, si è trasformata in rappresentazione unitaria espressiva falsata del mondo. E il sistema sovietico, al collasso a seguito dello sviluppo di una classe media tendenzialmente controrivoluzionaria, di cui Gorbaciov era la massima espressione, si è reso facile preda del sistema più ideologico e totalizzante della storia mondiale: il liberal-capitalismo occidentale.

Michail Gorbaciov

Di fronte al fallimento del socialismo reale e al trionfo del capitalismo assoluto, il potenziale critico della teoria marxiana è stato “congelato”. Costanzo Preve riconobbe la necessità di rifondare tale pensiero sulla base, in primo luogo, della percezione del mondo della classi subalterne. Era ben consapevole che questo non sarebbe avvenuto presto e intuì che questa “rifondazione” avrebbe inevitabilmente dovuto passare attraverso un “potere del negativo” che individuava nel progressivo impoverimento di strati sempre più ampi del ceto medio nei Paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, era altrettanto consapevole che il primo passo per uscire da questo stallo fosse quello di individuare correttamente chi è il vero nemico. Così, facendo una concessione alla geopolitica, a cui si dedicò durante i suoi ultimi anni di vita, Preve lo individuò nell’impero globale nordamericano e in quella élite semi-colta che letteralmente occupa la cultura, svolgendo il ben pagato ruolo di cane da guardia del potere.