Tutte le più grandi storie iniziano con la ricerca di sé: tutti i più grandi tentativi, le più grandi imprese, sono tutte circoscritte in quell’intreccio esistenziale che è l’esser-ci. E’ una incessante ricerca, quella dell’Io, di quel che si è o di quel che si desidererebbe essere, ricca di colpi di scena, paure, disperazione, sofferenza, negazione, dolore, ma anche di soddisfazione e appagamento, conseguiti dal raggiungimento di quei traguardi nella coltivazione della propria persona che tanto abbiamo pazientato e lottato per raggiungere.

Ma cosa c’invoglia a intraprendere quel tortuoso sentiero che è la ricerca di noi stessi? Sicuramente il desiderio di essere maggiormente consapevoli di sé, così da poter scegliere quanto più aderisce a quel che realmente siamo (o pensiamo d’essere), ma non solo: allegoricamente, colui che decide d’incamminarsi lungo questa spasmodica e a tratti lacerante ricerca del proprio Io, non sta facendo altro che urlare all’Unicità. Essere determinatamente un Io unico e irrepetibile, assolutamente slegato da quell’amalgama sociale che porta all’omologazione universale, porta ossequio al desiderio di Unicità.

Eppure, definiamo tutto questo un dilemma: il dilemma dell’autodeterminazione, il dilemma dell’Unico. Un dilemma è propriamente un problema, di quelli apparentemente irrisolvibili: uno scioglilingua inferente la ragione, un rovello mentale che sembra portare verso strade senza uscita. A questo punto capiamo come venga problematizzata la questione intorno alla ricerca di un Io che possa essere unico, eppure: donde questo? Vorremmo che l’attenzione si sposti verso la logica di un ragionamento che, esteso tanto da poter abbracciare tutti gli individui, porta la stessa ricerca della propria unicità a diventare nient’altro che un’omologazione catastrofica.

Fenomenologia dello Spirito, Hegel

La Fenomenologia dello Spirito di Hegel si introduce attraverso una prefazione del cui compito non è tanto quello di chiarire lo scopo di un’opera che, già di per sé inquadrata, risulta controversa e sublimemente complessa, quanto quello di perimetrare il significato stesso che, man mano che la lettura procede, unisce le varie sezioni, tanto logiche quanto metafisiche: essa è il cammino della coscienza, la quale, attraverso il superamento di scandite fasi che le permettono di maturare, si riconosce in quanto spirito.

E’ seguendo questo tipo di ragionamento che vorremmo s’intendesse l’esistenza di ciascuno di noi: quello che facciamo ogni giorno non è altro che definire, scrivere, marchiare, approssimare, abbozzare, cartonare la nostra stessa storia, romanzata che sia, la quale auspichiamo ci permetta, attraverso le scelte che compiamo quotidianamente, di prendere gradualmente consapevolezza di noi stessi, rendendoci un Io singolare e assolutamente unico.

Focalizzandoci sull’esistere così inteso, è subito scorgibile l’universalità dell’obiettivo: renderci individui singolari gradualmente proprio grazie al cronologico, imperante, incessante e deterministico divenire delle cose è prefisso necessario e inequivocabile dell’essere umano. Ora: volendoci speculare sopra – cosa che, ovviamente, andremo a fare, essendo proprio questo punto necessario per lo sviluppo della nostra analisi – potremmo ritenere, perlomeno logicamente, l’universalità dietro l’intenzione di essere-unici problematica nei confronti della ricerca dell’unicità stessa. In altri termini: è sicuramente contraddittorio cercare l’essere-unico senza perlomeno essere consapevoli di come questa stessa ricerca sia, con ogni probabilità, il fattore maggiormente omologante e consequenzialmente screditante la propria assoluta individualità.

Uno schema sintetico della dialettica hegeliana

A coloro che ritenessero l’assunto secondo il quale chiunque ricerchi l’assoluta e indissolubile Unicità presuntuosamente ritenuto come necessario senza averne condotto un’analisi, vorremmo domandare: avete mai visto qualcuno tentare di omogeneizzarsi il più possibile con l’Altro, senza assolutamente occuparsi del proprio Io?

Ritornando a quanto sopra, ecco che il motivo per cui la nostra elucubrazione ritiene che l’Unicità sia un dilemma diviene sempre più chiaro: paradossalmente, la volontà, l’intenzionalità, che scaturisce da un generico – e universale – soggetto che ricerca sé nella propria assoluta unicità, è in realtà quanto più finisce per omologarlo a tutto il resto. Eppure, seppure ciò sia logicamente evidente, ciò non nega all’uomo la possibilità di vedere adempiuto questo suo desiderio: affinché l’intenzione – tanto nobile quanto contorta – dietro la ricerca dell’Io non si traduca – seppure qui si possa davvero parlare di esacerbazione – in una velleità, è necessario che colui che intraprende questo sentiero sia perfettamente consapevole della grande problematicità logica che, con circospezione, cammina insieme a lui.

Percorrere genuinamente la via dell’Io significa, quindi, essere consapevoli di come, in ogni caso e seppur se ardentemente non lo si voglia, l’omologazione sia coercitivamente il punto di partenza – l’antitesi hegeliana, il negativo, il paradosso – incondizionatamente necessario, attraverso il quale è possibile arrivare a un punto di maturazione che porta a un’evoluzione tanto psicologica quanto esistenziale.

E’ in questo modo definitivamente introdotto il concetto dell’omogeneizzazione: è impossibile raggiungere, conseguire, l’Unicità se prima non si è assolutamente e universalmente omologhi all’Altro: è propedeutica l’uguaglianza per la bramosia dell’Unicità. Il processo che porta, quindi, allo svelamento dell’Io assolutamente unico – ammesso che questo possa essere scoperto! – è possibile intenderlo come una lenta dialettica il cui fine è la de-omogeneizzazione graduale, la quale è necessaria affinché l’intenzione dietro l’Unicità – il primo fattore omogeneizzante – si eclissi e lasci spazio a una ricerca assolutamente introspettiva, immediata e unica.

Autodeterminarsi significa quindi ri-pulirsi, spazzando via catarticamente e con gran sollievo tutte quelle scorie che con fare pervasivo si diffondono nel nostro essere, corrompendo il nostro esistere, le nostre scelte, la nostra felicità, la nostra omeostasi, il nostro viver sereno. Eppure, se l’Unicità fosse davvero conseguita, crediamo che lo scotto – l’amarissimo scotto! – da pagare sia la solitudine: per poter rimanere unicamente noi stessi in senso assoluto dovremmo rinunciare a qualsiasi tipo di contatto con l’Alterità. Ipotizzando che questo fosse possibile, si tratterebbe di un prezzo che qualcuno sarebbe davvero disposto a pagare?