L’uomo della modernità, nel momento del tripudio, della realizzazione di se stesso, si era rivelato come il distruttore par exellence capace, nella sua ferocia, di schiacciare ogni pluralità non riconosciuta e non allineata ai suoi capricci. Costui, con un modo di porsi nel mondo irrispettoso e arrogante, contraddistinto dall’infelice combinazione di immaginazione e rigore logico, aveva prodotto una civiltà fluida ed espansiva, portatrice della spada di Damocle che avrebbe minacciato per sempre il delicato equilibro tra l’uomo e la natura. Nei porti sicuri, dai quali sarebbe salpata la nave della modernità alla conquista della nuova civiltà, non c’era spazio per le eroiche ed entusiasmanti vicende narrate nelle tradizioni veicolate da un passato ridente e gioioso. L’impianto ideologico del progresso aveva investito ogni aspetto della società: lo Stato, la politica, l’economia, la vita individuale e la sacralizzazione della sfera religiosa.

Mai nella storia come nella belle époque l’evoluzione aveva imposto così fortemente il pensiero unico e conquistato l’egemonia nel mondo. L’esaltazione della trionfante epoca della materia irradiava nel mondo l’immagine dello splendore delle sue conquiste, del progresso ottenuto in tempi rapidissimi e del benessere materiale dei suoi più ciechi adoratori e profeti. La medaglia, fregiata sulla divisa intrisa del sangue delle culture fedeli alla Terra, brillava nella convinzione di aver asservito le forze della natura e averle ridotte a una docile subalternità nei confronti della tecnica. La rivendicazione di questi intenti mirava a innalzare la macchina a idolo della modernità, conferendole il titolo di regina del mondo e adorandola come portatrice di sviluppo, venuta a liberare l’umanità dalle tenebre di un passato sedotto dallo Spirito. Questa ciarla veniva sancita come compendio del vangelo della religione del progresso, con la quale l’uomo-protesi voleva sfumare il mondo nelle tonalità di grigio. La bellezza della cromìa venne eclissata dall’utilità e l’estetica del ferro si propose come movimento artistico e principale fonte di piacere erotico dei tempi ultimi. La macchina e la tecnica non erano tanto un simbolo della modernità, quanto le sue essenziali prerogative.

La teocrazia – o forse meglio parlare di tecnocrazia – che trionfa è la civiltà dei mostri metallici che penetrano finanche nei focolari e che, crescendo e ampliandosi a un ritmo vertiginoso, assorbono l’individuo scarnificandolo in un vortice di vita collettiva intensificata, fagocitaria di ogni espressione creativa. L’uomo, spersonalizzato, sacrifica la propria libertà sull’altare della comodità, i cieli s’infittiscono su di lui e gli orizzonti di porpora dei villaggi bucolici sembrano ormai un vago ricordo offuscato dai fumi dei grandi centri urbani.

Partendo dall’assunto che tutte le filosofie del tempo storico vengono elaborate in base alle domande verso le quali si viene attratti, e alle quali si sente l’esigenza di dare risposte, gli interrogativi che orientavano la ricerca interiore e sociale dell’uomo consacrato alla tecnica erano volti alla capitalizzazione dell’attimo e all’abbreviazione degli spazi che separavano l’uomo dall’essere ridotto a un pressato organico di carne, nulla più.
Molti, tra i fautori della modernità, speravano che le risposte favorite dal mito del progresso avrebbero portato all’emancipazione dell’uomo da una Natura sentita come tiranna e primitiva, fondando così una nuova era nella quale la Zivilisation avrebbe fatto capo solo a se stessa e alla sua venerabile ragionevolezza.

La società moderna aveva battezzato l’evoluzione della collettività sotto l’effige del benessere materiale, imbrigliando l’uomo moderno in una quantità di bisogni illimitata e superflua, mettendo in sordina eventuali spasmi e censurando ogni rivendicazione di affrancamento. È proprio su questo assioma che si articola un dogma fondante, all’interno del quale ogni discussione cessa di essere tale e all’esterno del quale si finisce per essere criminalizzati o banalizzati dalla gendarmerie del pensiero unico. Pertanto le linee d’azione e i sentimenti nascenti dovevano scegliere se impiantarsi e strutturarsi all’interno del postulato appena descritto, subordinandosi ad esso, o correre il rischio mortale di affermare la propria autonomia. Tuttavia la tendenza al conformismo, intrinsecamente connotato da benefici attraenti e vantaggiosi, avrebbe potuto inaridire la varietà delle culture esistenti; la mente meccanica avrebbe sancito un monopolio ideologico e ne sarebbe spuntata fuori come reale vincitrice.

Per millenni il movimento del pensiero si era svolto con traiettorie continue e costanti, come se avesse trovato il giusto equilibrio su cui esercitare tutta la sua genialità e la sua vocazione verso le mete dello Spirito. Eppure qualcosa si incrinò: mai come all’avvento della modernità il pensiero umano era stato ghermito e frullato nel vortice di forze infinite che lo soggiogarono al punto di annichilirne l’essenza. L’uomo moderno viveva in un eterno periodo di transizione, di profonde e acute antitesi ideali determinate dal contrasto tra l’antico e il nuovo. Di conseguenza, la riflessione sul suo destino escatologico si svolgeva attraverso un’opposizione dialettica pessimismo-ottimismo. Con la polarizzazione di questi principi, tuttavia, le diatribe non si risolvevano in una conquista più alta di coscienza ma, al contrario, viravano verso il livellamento dell’individuo al quale l’empirismo strizzava l’occhio.

Nell’epoca della bella modernità, l’incauto ottimismo era costantemente messo in discussione – seppur in misura nettamente ridotta rispetto all’influenza esercitata – da una forma di pessimismo che aveva riposto la fiducia (touché) nella distruzione della società appena costruita, e a quella disintegrazione voleva contribuire ponendo continuamente l’accento sul conflitto che rifletteva la lacerazione interiore della coscienza umana di fronte alla transizione che ne animava lo spirito. Nonostante ciò, la scienza si era spinta laddove neanche la religione aveva osato: questa infatti prometteva l’eternità ai suoi fedeli, assicurandoli a un processo di sviluppo continuo e senza fine, autorigenerantesi dalle conquiste del nuovo mondo sul vecchio.

In questo clima culturale di imposizione egemonica si tendeva a educare e omologare qualsiasi visione del mondo non allineata ai principi, ai valori e alle istituzioni della civiltà moderna. La modernità voleva imporsi al di sopra di ogni cultura, al di sopra di ogni tradizione, voleva schiacciare ogni Weltanschauung che non accettava di conciliarsi con le sue istanze di progresso e ottimismo: la civiltà moderna voleva universalizzare l’umanità in una grande e caotica metropoli.

Era proprio la metropoli, un gigante di acciaio e ferro, il luogo dove questa “malattia dello spirito” si diffondeva a perdita d’occhio. Tra il contatto esasperato con i propri simili e la mescolanza in un ambiente che soffocava gli animi in modo estenuante, si era andato a definire un modello prototipico di attore il quale, rimanendo fluido e labile rappresentante della modernità, si opponeva in modo reazionario all’antagonista tanto biasimato. Un antagonista passionale, a tratti gioioso e iracondo in base ai principi assoluti in esso esplosi, malinconico, intriso di pessimismo e sfiduciato dall’avanzare del tempo, affascinato dall’ignoto e dall’incertezza, esaltato nell’incidere, in un mondo a lui avverso, le proprie idealità.

 

Andava a prendere forma, nella mente di questo ostile soggetto, la previsione di una modernità con prospettive sempre più cupe e nichiliste, trasfigurata ad arte sulla teoria dell’entropia: tutta l’energia dell’universo tende inevitabilmente a esaurirsi per progressiva degradazione, passando da forme totalizzanti di un sapere e un vivere superiori a forme sempre più misere, generate dal demiurgo della materia nella quale si riponeva una cieca fiducia. Tutto ciò che aveva per obiettivo l’esaltazione dello spirito umano rivoluzionario, passionale e musicale, tutto ciò che era pronto a salutare con vigore ed esaltazione l’apocalisse sull’epoca del mercato, del profitto e della tecnica, tutto ciò – insomma – che si opponeva all’avanzata della mente meccanica quale sacerdotessa della modernità, era considerato da questa come segno incontestabile della barbarie.

Diventa così più comprensibile l’odio che autori come Nietzsche, Kierkegaard, Schopenhauer, Junger, La Rochelle, De Maistre, Solov’ev, Baudelaire, Hesse e molti altri si attiravano sul campo di battaglia dopo aver auspicato l’avvento di un tipo di uomo volente, libero e autonomo; un tipo di uomo che avrebbe incenerito la volgarità dei tempi danzando tra questo mondo e l’altro. Proprio contro costoro la società doveva assolutamente difendersi, contro questa barbarie gli “uomini sani e morali” dovevano sviluppare degli anticorpi.

In un primo tempo, il secolo della belle époque risultò incapace di creare spontaneamente un modello archetipico da proporre attraverso l’incessante attività propagandistica dei salotti borghesi e della stampa. Successivamente, però, il terrore che gli “inquisitori della morale e della modernità” potessero acquisire sempre più spazio, spinse la coda del secolo dei lumi a impiegare tutte le sue forze per immaginare un esemplare antropomorfo da proporre per arginare la violenta avanzata di coloro che non si vollero piegare alla tecnica. Et voilà, nella storia entra così anche la figura dell’uomo della modernità.

L’ideale dell’uomo moderno era l’uomo normale, nel quale si compendiavano i valori della borghesia liberale, conservatrice della struttura acquisita dalla vittoria sull’antichità e fautrice del progresso legittimato dalle mire espansionistiche della macchina sulla Natura. Era provvisto di un realismo cinico, senza utopie, passioni e rivoluzioni, senza forze dirompenti capaci di una grande trasvalutazione interiore. Dotato di un lucido raziocinio, di giudizio sereno e confortevole, l’uomo della fin du siécle non agiva per scolpire la realtà dal blocco marmoreo delle idee, per paura di subire la stessa sorte del mito di Icaro o di Prometeo. Egli accettò di buon grado la tranquillità di spirito e gli agi di una vita comoda adeguandosi alla realtà, assecondando il ritmo del progresso nel suo sviluppo graduale. Il diktat era contrassegnato dall’undicesimo comandamento in ambito morale, al quale ne sarebbero susseguiti molti altri: il giorno che segue è la continuazione di quello precedente, e l’apostasia verso la tecnica avrebbe segnato l’interruzione di questo ciclo nel quale – tutto sommato – si riposava a temperature gradevoli.

Tuttavia, anche l’uomo addomesticato non dimenticava del tutto la propria natura: anche se ogni azione era riconducibile alla preservazione di quella zona di comodità assicurata dalla società, si temeva – a ragione – che in realtà questo compromesso non avesse attecchito fino nel profondo. Infatti, una volta sopito il dominio della pensiero e aperte le porte della percezione, l’uomo del secolo veniva sopraffatto dalle forze dalle quali rifuggiva e si nascondeva. Un alone di incredulità e di impotenza scaturiva, allora, per il mancato addomesticamento delle energie indomabili dormienti nell’animo degli uomini, alle quali la società moderna, per sopravvivere, aveva posto più di un argine.

Va a configurarsi così una zona di contrasto tra le due figure archetipiche: da una parte lo “spirito della musica”, irrazionale e magico, dall’altra il “deus ex machina”, logico e razionale. Da questa impostazione strutturale vanno a declinarsi due dei maggiori dualismi che avrebbero incendiato il mondo moderno: l’uomo teoretico e l’uomo tragico. L’uomo moderno, pur accettando di buon grado di farsi influenzare dal mantra della teoretica, iniziò a intuire i limiti della socratica brama di sapere, che minavano alle fondamenta del sentimento e dell’intuizione spontanea. È proprio in questo spazio di esitazione lasciato dalla modernità che ridiscende dal tempo mitico e si inserisce nel tempo storico l’uomo tragico, contraddistinto da un approccio eccitante verso tutte le forme della manifestazione. Si andò ad elaborare, in uno stile rapsodico e ditirambico, una complessa visione dell’uomo nuovo che da lì a poco sarebbe dovuto nascere e con il quale l’uomo del tempo si sarebbe dovuto confrontare.

Nell’uovo cosmico apparve l’embrione tout court dell’uomo nuovo con il quale l’umanità avrebbe iniziato a risalire la cima. Prendeva vita un uomo che disprezzava la modernità dilagante, la società industriale, il progresso, le masse, il liberalismo, le democrazie, l’umanitarismo, la voga dell’uguale e tutte le sue declinazioni cristiane e socialiste. Ma a differenza del pessimismo storico, molto di moda all’epoca, egli riteneva che la caduta di tutti valori, del nichilismo esistenziale, rappresentasse una conditio sine qua non per la rigenerazione dell’uomo: solo toccato il fondo, scrutato attentamente l’abisso, l’essere si sarebbe ridestato dal suo lungo letargo e avrebbe spazzato via ogni strascico di modernità e di ottimismo.

Nietzsche a tal proposito ne Il caso Wagner:

Ogni grande crescita comporta anche un enorme sbilanciamento e deperimento: il dolore, i sintomi di decadenza fanno parte delle epoche di enorme avanzamento; ogni fruttuoso e potente movimento dell’umanità ha creato contemporaneamente anche un movimento nichilistico. In determinate circostanze sarebbe segno di crescita incisiva ed essenzialissima, di passaggio a nuove condizioni di esistenza, il fatto che venisse al mondo la forma estrema di pessimismo, il vero e proprio nichilismo. Dato il carattere ambiguo del nostro mondo moderno, gli stessi sintomi potrebbero significare decadenza e forza.

Le forze che avrebbero destrutturato la modernità, secondo Nietzsche, erano il conflitto finale e risolutivo tra le contraddizioni interne dell’uomo moderno, che avrebbero aperto la via all’avvento del superuomo: un simbolo archetipico che rappresentava l’adesione totale dell’uomo alla vita, in tutte le sue manifestazioni naturali del piacere e, soprattutto, del dolore. Il superuomo era immaginato da Nietzsche come un uomo ontologicamente predisposto alla libertà, completamente slegato da ogni fede metafisica e moralistica che si protraeva continuamente al di là del bene e del male.

Il quadro fu così incorniciato alle fatiscenti pareti della storia: la modernità viene immaginata come un affresco nefasto e lugubre nel quale la vita è avvolta dall’orrore di un mondo in putrefazione, abitato da vermi striscianti tra la melma dei propri rifiuti, in città caotiche di folle avvolte in torbidi e nauseabondi vapori velenosi, silenzi e profumi di morte, sguardi assenti, persi, non riconoscendo la vita e la gioia verso di questa; autunni moribondi nei quali, tra le nebbie e le foschie delle giornate uggiose, vagano senza meta le protesi meccaniche delle tecnologie che hanno rimpiazzato gli uomini. Proprio con queste immagini potremmo dipingere in un acquerello di grigie gradazioni la stagnante modernità in tutto il suo terrore.

La malattia dell’epoca è ravvisata nel vivere in una serra opprimente, dove ogni sentimento viene soffocato, e con “ogni sentimento” intendiamo considerare anche l’esaltazione della sua putredine. Solo un bagliore accecante potrebbe dare – di nuovo – un senso all’esistenza: tutto ciò che è grande deve essere salutato con entusiasmo e rinvigorito da quelle sacche di resistenza che hanno sublimato e continuano a sublimare le migliori energie vitali e propositive. Gli uomini saranno allora visti come frecce dell’arco anelante del superuomo che vorrà vivere nelle tonalità di colori più accesi.