Quando Platone scrive tre tra i suoi dialoghi più celebri – Ione, Fedro e Repubblica – sul tema della poesia ha idee talvolta illuminanti e decise, talvolta contraddittorie. Lo fa notare Alberto Casadei all’inizio del suo e Poesia ispirazione. Si tratta di un gesto, quello greco, che già nei suoi principi (Platone è, dopo Omero, solitamente tra i primi autori che si cita, quando si parla di poesia) manifesta una certa difficoltà nel trattare di concetti, forse, impossibili da dispiegare fino in fondo: la contraddittorietà non è un rischio che si incontra, fa parte costitutivamente del discorso sul fare poetico. È come se, in via precauzionale, la lettura platonica, sempre ricca di un certo fascino, ci informasse che quello che si sta tentando di definire – che cos’è la poesia? che cos’è l’ispirazione? – in realtà è una materia talmente vulcanica da risultare inarticolabile. Prima di tutto perché gli approcci che si possono avere a domande del genere sono molto diversi. Il filosofo che chiede ti esti (“che cos’è?”) fa sua un’architettura di pensiero logica, dialogica e, se lo si vuole, dialettica: chiede definitivamente la verità di un concetto così come traspare dalla sua definizione, con il rischio di non poter rispondere o di rispondere aporeticamente; i poeti non procedono in questo modo: la loro è un’esperienza diversa, è un’esperienza di furore, di mania, che mette in relazione davvero l’uomo e il divino, e ciò tramite una controparte esercitata proprio dall’ispirazione (si pensi alla figura della Musa).

C’è insomma una distanza tra il poeta “irrazionale”, ispirato, e la ragione (per esempio di Stato). Ma la poesia ha un suo statuto di dignità ontologica, merita di più di un semplice relegarla a una certa, divina follia. Già nello Ione si fa notare come vi sia un’intimità tra l’anima cosmica e il ritmo (anche poetico). D’altra parte dove c’è lo zampino del divino, c’è una certa veridicità per Platone, anche se questa veridicità traspare dalla bocca di un poeta. Ad ogni modo quella di Platone – almeno così ci dice una storia della filosofia da manuale – ci appare non solo come una visione mitico-religiosa, ma anche la più decisa (le cose sono più complesse di così…): la poesia, il poiein, il fare di chi crea, è un fare di serie B, perché la sua materia di lavoro non sono le Idee, le forme perfette e ultraterrene da cui derivano le forme sensibili che abbiamo attorno, ma proprio queste ultime. Non sono nient’altro, cioè, che copia di una copia, in quanto il mondo è già a immagine e somiglianza di quelle Idee da cui deriva. Aristotele farà il passo successivo e da qui, fino ai recentissimi approcci neurobiologici alla questione letteraria, c’è di mezzo tutta la storia del pensiero e della letteratura.

Platone

Platone

Che cos’è l’ispirazione poetica? Solo i poeti possono dirlo? O è forse materia di studio del filosofo? E l’antropologo che posto ha in tutto questo? E lo scienziato della mente? Rimanendo a casa nostra, dando questa volta voce ai poeti, sillabe più o meno neonatali riguardo a simili questioni ci vengono dallo stesso Dante. Dante infatti è il primo a incrinare un modo di concepire il gesto poetico così come un’annosa retorica alla Aristotele. Per Dante l’opera poetica è più che una semplice categoria della retorica e dell’argomentazione: essa è in grado di dire il trascendente, di parlare di Dio e dell’uomo e di mostrare potenzialità che altre forme del discorso non hanno. Per Dante l’opera poetica non è una forma di finzione. Il falso è in qualche modo escluso da essa.

Ecco perché non deve rispettare rigide convenzioni che, ad esempio, una certa tradizione propugnano (tradizione che Dante conosce a menadito). Al culmine dell’esperienza dantesca all’interno della Commedia, le parole e l’immaginazione mancano (A l’alta fantasia qui mancò possa), esperienza che non è solo l’esperienza che porta Dante a vedere in Dio, come lume reflesso, l’immagine dell’uomo, ma anche quella di un uomo che scrive. Ma l’esito dantesco è un esito armonico. La lingua delle creature e la legge di Dio si incontrano, sono riunite in un volume. Non coincidono, certo, ma il creato lo si può in qualche modo riprodurre tramite la parola. L’ispirazione è in questo un fatto necessario: le forze non sono abbastanza, ci vuole una forza dis-umana per ottenere quel dire, essa è una forza che aiuta l’immaginazione a dire ciò che si può dire e a dire ciò che non si può dire, superando i limiti stessi della poesia come imitazione del reale o persino, come direbbero Orazio o Simonide, come semplice pittura di quel reale. Petrarca già direbbe il contrario: il suo dire poetico non vuole dire l’impossibile, ma ciò che è più intimo all’interno di sé. Si dice per verba e in suono la propria essenza, il proprio sospiro, la propria pena (amorosa). Dal realismo si giunge così alla lirica.

Dante e Beatrice contemplano l'Empireo in una illustrazione di Gustave Doré

Dante e Beatrice contemplano l’Empireo in una illustrazione di Gustave Doré

Il romanticismo modifica l’idea della lirica e della poesia stessa, facendo ritornare, in un certo senso, componenti che per strada si sono perdute e che risuonano agli albori del fare poetico. La poesia non è manifestazione di bellezza, ma è creazione di bellezza. In questo interviene il canto, la musica, la ricerca di un’unità di cielo e terra che prevede elementi non facilmente riconoscibili come razionali. La Grecia di Hölderlin non è una mera riproduzione della Grecia classica. Anzi, si può creare nuovo spirito, nuovo mito, nuova verità. Dall’overflowing (straripamento) spontaneo dei sentimenti di Wordsworth, poi, al tentativo di cercare una forma di bellezza che faccia da contraltare alla fugacità delle cose in autori come Shelley e Keats, si passa ai notturni di Novalis e al nostro Leopardi, alla perdita della bellezza, incarnata nell’età giovanile e dall’innamoramento, dove si mette in atto una certa trasposizione in accordo minore della poesia petrarchesca (al sogno si contrappone una malinconia reale e attuale). Caduco è l’uomo, caduco è il suo tempo, caduca è la stessa bellezza. Anche in Goethe c’è – e forse in più di tutti – questa consapevolezza.

1857. Baudelaire. Il poeta ragiona sulla bellezza come fonte d’ispirazione. Da dove viene la bellezza? Dal cielo o dagli inferi? Il male e il bene non sembrano divisi da una linea di demarcazione netta, in un’ottica in cui il reale spesso si vuole indiviso da ciò che non è reale: il vero si vuole macchiato dal falso. L’indeterminatezza viene accettata. La fonte non è né negli angeli né nei diavoli, le dicotomie sono di fatto annullate, mescolate. In Rimbaud c’è il passo successivo: il poeta è uno sciamano distruttore, ispirato e indisciplinato, senza ironia e senza illusione. Così in Mallarmé la poesia come colpo di dadi genera il caso, l’ingestibile, lo libera tramite la parola, libera le parole. Come in Rimbaud c’è un lavoro sulla forma, sulla logica e sulla sintassi (oltre che sul suono) nell’ottica dell’abolizione, ma non più tramite un io lirico.

L'ispirazione del poeta - Nicolas Poussin (1630)

L’ispirazione del poeta – Nicolas Poussin (1630)

E come dall’esito di una detonazione e di un’esplosione, rimangono i soffi e gli aliti di Rilke, il soffio che aereo vuole toccare il divino o disfarsi e che coincide col canto poetico. Ma quello che si dice non è privo di senso, è anzi un tenere fermo il reale: è esistere. È un’eccezione, davvero, quella rilkiana, se si pensa al Novecento dei futurismi e delle avanguardie, dei trambusti dei motori e delle bombe più che dei fiati. Più interessante è forse il caso di Valéry citato da Casadei, ovvero quello dell’invenzione del Cimitero marino: l’attenzione di Valéry è rivolta alle suggestioni e ai ritmi che, con un certo senso enigmatico, emergono dalle profondità mentali dell’io, immagini vitali e pre-logiche e suoni che costituiscono l’origine stesso del fare poesia. Il Novecento, per il resto, segna una vera e propria rottura degli argini della tradizione e un liberare la potenza poetica perché si esprima in varianti anche diversissime tra di loro (anche quando questa consista in un parziale e sperimentale recupero di quella tradizione, come in certo Eliot e un certo Pound), il cui culmine è identificato storicamente da Casadei con Celan e i drammi del secondo dopoguerra.

Mondo della tecnica, la società di massa e del consumo… Che spazio c’è per la lirica oggi? Heidegger ce lo segnala in testi come Sentieri interrotti e In cammino verso il linguaggio: la lirica può andare alla ricerca di un originario proprio all’interno di questo mondo. L’Ereignis è una “rivelazione che rivela”, toglie il velo alle cose che ne copre la verità. D’altra parte è necessario un lavoro di ri-ragionamento, di recupero del mito, un lavoro spesso fatto sulle parole, sulla loro radice ed etimologia, nel tentativo di osservarne l’originale volto greco per riflettere su un contesto ben lontano dall’Elicona. Poi naturalmente lo tsunami psicanalitico, con l’assioma che nell’inconscio c’è l’origine della lirica assieme all’origine dei disordini psichici e delle patologie. Infine l’oceano strutturalista, da Saussure a Jakobson: ogni linguaggio deriva da una struttura e ha come fine la comunicazione. Anche la poesia? Eccezionalmente sì, perché essa non si situa fuori da quel macrofenomeno che è il linguaggio. Ma se tutto questo ci suona ancora come, in un certo modo, attuale, adesso la neurobiologia e studi quale la poetica cognitiva virano verso tutt’altro approccio. La poesia è per Celan un “approccio esistenziale”: da questo più o meno partono le più moderne scienze.

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Questo approccio coinvolge il volume delle componenti mentali e culturali che ci costituiscono e le fa interagire. Natura e cultura, diremmo, comprendendo in questo non solo una memoria storica a dir poco ancestrale che è patrimonio di ciascuno di noi (contenuta nei nostri geni), ma anche un rapporto diretto con i patrimoni culturali (tradizionali e non). Si tratta quindi di fare entrare in rapporto diretto la poiesis con un insieme di istanze storiche non con il fine di mimarle (utilizzare le leggi dominante) né parodiarle (criticarle, ironizzarle, deriderle), ma farle proprie e rielaborarle, anche quando ci si riferisce a saperi che sembrano molto lontani, ad esempio, dal mito (le scienze dure). La poesia si inserisce nel vivo di questi contesti, ne fa parte (anche nella più viva secolarizzazione o nella più evidente globalizzazione). La poesia si apre quindi a una nuova comprensione del reale assieme alle forme di conoscenza razionale, anche la poesia della tradizione, che è riuscita a suggellare in versi una molteplice capacità di sentire e di conoscere. Allora la poesia non è tanto solo il mito, la filosofia, la psicanalisi, la linguistica, la genetica e la biologia. Conclude Casadei: se la poesia era, rilkianamente, respiro che si fa musica, oggi è pensiero cognitivo creatore di linguaggio.