A distanza di un anno dagli attentati di Volgograd, le dinamiche legate al jihadismo del Caucaso sono notevolmente mutate. L’offensiva terrorista annunciata nell’estate del 2013 dall’ex leader dell’Emirato del Caucaso, Doku Umarov, si è risolta non soltanto in un nulla di fatto, ma i jihadisti hanno anche subito contraccolpi durissimi a causa della decisa risposta da parte delle forze di sicurezza della Repubblica Federale di Russia che hanno eliminato gran parte dei suoi leader e depotenziato i vari sub-gruppi presenti in territorio caucasico. In aggiunta, il conflitto siriano e il flusso di jihadisti ceceni e daghestani unitisi alle varie katiba (battaglioni) anti-Assad hanno ulteriormente indebolito l’Emirato, fino a generare delle vere e proprie lotte intestine di stampo lealista e ideologico, come dimostrano gli ultimi giuramenti di fede dei vari “emiri” daghestani.

Gli attentati di Volgograd

Il 29 dicembre 2013, poco prima delle ore 13, un attentatore suicida con addosso 10 kg di TNT si faceva esplodere nell’atrio della stazione dei treni di Volgograd, nei pressi del metal detector, causando la morte di 18 persone e il ferimento di una cinquantina. La mattina seguente alle 8:30, sempre a Volgograd, un ordigno nascosto all’interno di un trolley veniva fatto esplodere sul bus numero 1233 con un bilancio di 16 morti e 41 feriti. Il 19 gennaio 2014, un video caricato sul sito Vilayat Daghestan, una fazione jihadista daghestana legata all’Emirato del Caucaso, mostrava due individui che rivendicavano l’attentato e si facevano riprendere mentre maneggiavano armi ed esplosivi. Gli attentatori di Volgograd vennero successivamente identificati come Asker Samedov e Suleyman Magomedov e le forze di sicurezza russe chiusero rapidamente il cerchio attorno alla banda organizzatrice dell’attacco, nota come “Kadarskaya”. Il 5 febbraio 2014 diversi membri del gruppo, tra cui il leader, Jamaldin Magomedtagirovich Mirzaev (Abu Abdullah), vennero uccisi nella cittadina daghestana di Izerbash, durante un raid delle forze di sicurezza. Altri due organizzatori degli attentatori, Alautdin Dadayev e Ibragim Magomedov, vennero arrestati e a inizio dicembre 2014 condannati a 19 anni di reclusione. Volgograd era già stata teatro di attentati due mesi prima, precisamente il 21 ottobre 2013, quando Naida Asiyalova si era fatta esplodere su un bus della linea 29, frequentato in prevalenza da studenti universitari, uccidendo 7 persone e ferendone 38. La donna era sposata con un noto terrorista della zona di Makhachkala, Dmitry Sokolov, convertito all’Islam con il nome di Abduldzhabbar e ucciso un mese dopo l’attentato, assieme ad altri quattro jihadisti, durante un’operazione della polizia in un sobborgo della capitale daghestana.

Nell’estate del 2013 l’ex leader dell’Emirato del Caucaso, Doku Umarov, aveva minacciato una serie di attentati a Sochi, in concomitanza con le Olimpiadi invernali del febbraio 2014. Se per alcuni analisti non proprio imparziali Volgograd doveva essere il preludio a qualcosa di più grande e drammatico, la realtà dei fatti ha dimostrato tutt’altro. Il terrorismo dell’”Emirato” ha infatti preso di mira Volgograd e ben prima dell’inizio dei Giochi, proprio perché non era in grado di colpire all’interno del perimetro di sicurezza che circondava Sochi. L’obiettivo più “fattibile” e mediaticamente utile era dunque Volgograd, ex Stalingrado, città di oltre un milione di abitanti e obiettivo facilmente raggiungibile dal Caucaso. Tempi e luoghi degli attentati non erano certo stati scelti a caso, a pochi giorni dal Capodanno e dall’inizio delle festività natalizie cristiano-ortodosse; la stazione dei treni in quei giorni era affollata, così come il bus 29 che collegava i sobborghi di Volgograd al mercato e al centro. Una vittoria per l’”Emirato”? Assolutamente no! Piuttosto il colpo di coda di un’organizzazione terrorista che era già da tempo agonizzante, priva di una solida leadership, dispersa in un’ampia diaspora tra Europa e Turchia, frammentata al proprio interno a causa di diatribe interne legate al banditismo e ai clan locali. Tra la fine del 2013 e il 2014 le autorità russe hanno inflitto dei colpi durissimi al jihadismo caucasico, eliminando il fondatore ed ex leader dell’Emirato del Caucaso, Doku Umarov e mettendo a segno una lunga serie di operazioni militari in Daghestan, Cecenia, Kabardino-Balkaria e Inguscezia che hanno messo in ginocchio i vari sub-gruppi legati all’”Imrat Kavkaz”. Lo scorso 12 dicembre è stato poi eliminato Murad Zalitinov “Abu Takhir”, ben noto nell’ambiente jihadista daghestano e capo della banda “Kadar”, sotto-gruppo dell’Emirato del Caucaso. Il cospicuo flusso di jihadisti del Caucaso, unitosi ai vari gruppi anti-Assad in Siria ha poi fatto il resto, indebolendo ulteriormente il già precario ”Imrat”.

La Siria: lealismo, Emirato e Califfato

Al di là della dispersione di forze, risultano particolarmente interessanti le diatribe interne ai gruppi di jihadisti caucasici per quanto riguarda il giuramento di fedeltà (la bayat) nei confronti dell’Isis e del suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ritenuta incompatibile con quella fatta a Doku Umarov e all’Emirato del Caucaso. L’ideologia del jihadismo globale e del Califfato afferma che il mujahideen può giurare fedeltà a un solo “emiro”, capo della Ummah (comunità), andando oltre qualsiasi idea di separatismo, nazionalismo o indipendentismo. Quest’ultimo fattore si riallaccia a sua volta a un’ulteriore problematica di stampo etico-ideologico di non poco conto: è lecito lasciare il Caucaso e abbandonare la “resistenza” contro i russi per andare a combattere una guerra “esterna”, “straniera”? Le reclute del Caucaso provenienti dalla diaspora in Europa o in Turchia, per quale motivo dovrebbero scegliere la Siria invece che la lotta nel Caucaso? L’Emirato del Caucaso non è altro che la parziale evoluzione del separatismo ceceno con una forte componente di matrice ideologico-religiosa, formato da Doku Umarov nel 2007 dalle ceneri della Repubblica Cecena di Ichkeria e non senza resistenze da parte di alcuni ambienti del separatismo ceceno. L’Emirato si pone l’obiettivo di liberare il Caucaso dalla presenza russa per instaurare uno stato islamico dove vige la shariah; dunque un progetto nel quale l’ideale etnico-nazionale si fonde col radicalismo di matrice religiosa. Tale obiettivo può essere compatibile con l’idea di Califfato dell’Isis? Dove non c’è spazio per alcun tipo di differenziazione etnica, nazionale, giuridico-religiosa? Decisamente no. E’ vero che in un video apparso a inizio settembre 2014 e girato in una base aerea nella zona di Raqqa, alcuni sostenitori dell’Isis minacciavano di esportare la lotta anche in Caucaso per combattere i russi, ma il filmato desta molti dubbi; in primis perché l’individuo che lancia le minacce fa esplicito riferimento a dei caccia russi che avrebbero bombardato dei “fratelli” in Siria; è facile dunque che si tratti semplicemente di un’operazione mediatica con l’improbabile obiettivo di allarmare Mosca per l’appoggio a Bashir al-Assad. Vi è inoltre una questione di legittimità, visto e considerato che non risulta chiaro chi fossero esattamente quegli individui, definiti tra l’altro “sostenitori” dell’Isis e dunque di dubbia autorità in ambito decisionale.

Un elemento che si potrebbe ricollegare ad alcune dichiarazioni fatte da due capi jihadisti ceceni unitisi all’Isis, Umar al-Shishani (recentemente dichiarato morto dal leader ceceno Ramzan Kadyrov) e il suo vice, Abu Jihad Shishani; quest’ultimo aveva infatti illustrato nel gennaio 2014 le ragioni per cui avrebbero deciso di unirsi all’Isis invece che a Jabhat al-Nusra . Secondo quanto dichiarato da Abu Jihad, la motivazione sarebbe stata legata al fatto che il leader dell’Isis, al-Baghdadi, avrebbe accettato di mandare jihadisti nel Caucaso per combattere i russi, mentre al-Nusra si sarebbe invece rifiutata di prestare loro alcun tipo di aiuto. Ovviamente su tali dichiarazioni restano ancora oggi molti dubbi. E’ vero che a gennaio l’Isis era ancora in forze e non è da escludere che al-Baghdadi possa aver ponderato l’ipotesi di espandere la lotta al Caucaso, ma sempre con la prospettiva di un Califfato globale che non riconoscerebbe alcuna autonomia di matrice etnico-nazionale. Separatismo e nazionalismo non fanno parte del bagaglio ideologico dell’Isis e in più occasioni quei ceceni che hanno enfatizzato l’importanza di combattere a casa propria sono stati accusati dai jihadisti dell’Isis di cercare scuse per evitare di mettere in atto alcun tipo di jihad.

Isis, Jabhat al-Nusra, Imrat Kavkaz

E’ dunque lecito porsi una domanda: i jihadisti caucasici che si trovavano a combattere in Siria con gruppi alleati all’Isis come si dovrebbero comportare in relazione alla lotta nella loro terra d’origine? La situazione tra le fazioni di jihadisti del Caucaso e in particolare tra i ceceni, è molto complessa e richiederebbe un’analisi a parte per poterla definire in modo appropriato. La frammentazione è però evidente, basta pensare al già citato e verosimilmente deceduto Abu Umar al-Shishani e al suo vice, Abu Jihad, che hanno giurato fedeltà all’Isis; a Salahuddin al-Shishani e il gruppo Jaish al-Mujahireen wal-Ansar, ancora sotto l’Emirato del Caucaso, ora guidato da Ali Abu-Mukhammad Kebekov. E’ poi presente la jamaa di Sayfullah al-Shishani (ucciso nel febbraio di quest’anno nei pressi di Aleppo), ora guidata da tale Abu Ubaydah al-Madani al-Uzbeki, inglobata in Jabhat al-Nusra ma, secondo alcuni analisti, ideologicamente indipendente e tutt’ora legata alla lotta nel Caucaso. Tra le sue fila militano jihadisti ben noti come Muslim Abu Walid al-Shishani e Abu Musa al-Shishani.

La frammentazione interna è diventata un problema enorme per la jihad del Caucaso, un problema che non tocca soltanto i miliziani presenti in Siria e Iraq e ciò lo dimostrano i recenti giuramenti di fedeltà fatti da alcuni leader locali in Daghestan, come quello di Abu Mukhammad, capo del settore Shamilkalin, nella zona di Makhachkala, che la scorsa settimana ha fatto la bayat nei confronti dello Stato Islamico (Isis), seguendo le orme di Suleiman Zailanabidov, “emiro di Aukh”, attivo con la sua banda nella zona di Khasavyurt, che lo scorso mese aveva fatto altrettanto, documentando il tutto con un video postato su YouTube il 21 novembre. Abu Mukhammad ha inoltre intimato gli altri membri delle bande jihadiste del Caucaso a seguire le sue orme. Secondo gli ultimi dati, ben sei emiri daghestani su undici si sarebbero schierati con l’Isis, sganciandosi dall’Emirato del Caucaso. 1 Ciò comporta da una parte un’ulteriore indebolimento dell’organizzazione guidata da Ali Abu-Mukhammad Kebekov, ma dall’altra l’alleanza con l’Isis non garantisce molti vantaggi al jihadismo caucasico, in particolare visti gli ultimi sviluppi in Iraq e Siria, con notevoli perdite da parte dell’organizzazione guidata da al-Baghdadi.

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