Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, un nome lungo, difficile da leggere e pronunciare, e fino a ieri sconosciuto alla maggior parte dell’opinione pubblica ma, oggi, è sulle prime pagine dei grandi giornali di tutto il mondo. Questo lungo nome appartiene, in realtà, ad un personaggio tutt’altro che sconosciuto, ossia all’arcivescovo di Colombo, la capitale dello Sri Lanka, che è anche uno dei papabili alla successione sul trono di Pietro. Ranjith, nel corso di una messa in diretta televisiva, il 15 marzo, ha lanciato una dura invettiva contro una potenza non specificata, “ricca e potente”, che avrebbe creato il “Covid-19 in laboratorio”. Ranjith ha quindi invitato le Nazioni Unite ad aprire un’indagine per “genocidio” e accusato le grandi potenze del mondo che “giocano con la vita degli innocenti”.

Quella che segue è una parte particolarmente forte del suo sermone:

Sappiamo che in diverse aree del mondo ricercatori di tutti i tipi, per varie ragioni, si stanno impegnando nella ricerca per distruggere la vita e la natura umana. Alcuni di questi virus sono il prodotto di esperimenti senza scrupoli.
[…]
Questo tipo di ricerca non viene svolto da persone nei paesi poveri, ma in laboratori nei paesi ricchi. Produrre tali cose è un crimine molto grave per l’umanità. Chiedo al Signore di rivelare chi ha prodotto questi semi velenosi.
Le Nazioni Unite o le organizzazioni internazionali devono scoprire chi c’è dietro questi incidenti e punirli. Tali ricerche dovrebbero essere vietate”.

Il Covid-19 è appena sbarcato in Sri Lanka ed il governo, per evitare il dilagare dell’epidemia, ha già sospeso in via precauzionale messe, scuole ed una serie di eventi pubblici.

Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don

L’arcivescovo non è nuovo a letture alternative sui principali eventi che accadono nel mondo. All’indomani dei sanguinosi attentati di Pasqua di Colombo, dell’anno scorso, che avevano lasciato a terra 290 morti e oltre 500 feriti, Ranjith aveva denunciato quale autore “qualcuno con interessi politici globali” e invitato i fedeli del paese a non accusare i musulmani. Gli attentati, in effetti, capitavano in un periodo di rilevanza storica per il piccolo paese asiatico, alla luce del suo crescente coinvolgimento nella Nuova Via della Seta e, infatti, da più parti era stata sollevata l’ipotesi che si potesse trattare di un monito, diretto tanto a Colombo quanto a Pechino, ma anche alla chiesa cattolica, che nello scontro in corso fra Occidente e Oriente è sempre più esposta in favore di quest’ultimo.

Le dichiarazioni di Ranjith sono importanti per diversi motivi: si tratta di un cardinale di primo piano nel panorama del cattolicesimo asiatico, come suscritto è anche nella lista dei candidati papabili, conosce personalmente l’attuale pontefice, allarga sensibilmente il fronte delle potenze revisioniste che sposano l’ipotesi del complotto. Se fino ad oggi a sollevare dubbi sulla reale origine del Covid-19, la cui apparizione resta comunque un mistero, erano stati paesi guidati da governi dalla scarsa credibilità, come la Russia, la Cina e l’Iran, ossia i tre principali nemici dell’Occidente, le parole di Ranjith comportano l’entrata in gioco del Vaticano.

Il Vaticano, che gode della tradizione diplomatica più longeva del mondo, raramente ricorre all’esposizione mediatica, e gli stessi vertici, ossia i cardinali, tendono a preferire i fatti alle parole. È emblematico già il semplice fatto che ad un personaggio del rango di Ranjith venga permesso di rilasciare simili dichiarazioni, perché ogni chierico è alle dirette dipendenze del Papa ed è a lui che risponde di ogni parola ed azione.

Le dichiarazioni del cardinale si sommano a quelle di Zhao Lijan, vicedirettore del dipartimento di informazione del ministero degli esteri e portavoce dello stesso, che nei giorni scorsi aveva accusato direttamente gli Stati Uniti, con un tweet, di aver “importato” il virus a Wuhan. E prima ancora di Lijan, erano stati diversi esponenti del governo e delle forze armate iraniane, fra i quali il leader supremo Ali Khamenei, a denunciare la presunta natura artificiale del Covid-19 e, nel caso di Teheran, la rabbia e la voglia di credere alla tesi cospirativa è anche comprensibile: da quando il virus è arrivato nel paese ad oggi sono morte più di 35 persone di alto profilo, fra militari, politici e diplomatici, nonostante le precauzioni prese.

Ranjith, Lijan, Khamenei, cosa accomuna queste tre persone? Non sono dei cittadini ordinari, ma personaggi pubblici con incarichi di responsabilità – nel caso di Khamenei si parla del personaggio più influente dell’Iran insieme al presidente Hassan Rohani – perciò le loro dichiarazioni assumono il peso di un macigno. Non hanno le prove (come potrebbero?) ma chiedono indagini, nonostante il rischio di essere derisi, perché estremamente convinti della plausibilità della cospirazione.

Ranjith deve rispondere direttamente a Papa Francesco, Lijan deve rispondere direttamente a Xi Jinping, mentre Khamenei è la massima guida spirituale sciita e risponde, in un certo senso, sia al popolo che alla politica; perciò è lecito pensare che le loro accuse non siano state lanciate a vuoto, senza una strategia alle spalle, perché muoversi in autonomia in contesti tanto complessi quanto i loro, soprattutto in un periodo sensibile quale quello attuale, con il mondo afflitto da una pandemia, significherebbe esporsi stupidamente al fuoco incrociato dall’opinione pubblica mondiale e dei loro vertici.

Le parole sono importanti e in queste settimane è in corso una guerra informativa a base di bufale e operazioni psicologiche, provenienti sia da un lato (Occidente) che dall’altro (Oriente a guida russo-cinese). Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, pur non avendo personalmente sposato l’ipotesi del complotto “alternativa”, ossia quella che vedrebbe il Covid-19 come il frutto di un esperimento di laboratorio cinese, forse fuggito o forse volontariamente diffuso per testarne gli effetti, sta utilizzando il termine “virus cinese” in ogni intervista e nei suoi stati su Facebook, consapevole del messaggio veicolato, che agisce soprattutto in modo subliminale: è stata la Cina.