La geopolitica è di per sé un’arte, quella d’individuare cause remote a fatti recenti e prospettare possibili scenari di future evoluzioni. Poi la comprensione dell’Iran e la sua relazione con la superpotenza necessita persino di talento puro. La geopolitica ha una struttura ossea composta da rotture di continuità dell’arco storico. Una di queste è la rivoluzione khomeinista del 1979. Poi ci sono muscoli e sangue di questa disciplina, vincoli geografici e orografia, urbanizzazione e antropologia, demografia e forza militare, economia e istituzioni, infrastrutture e alleanze, religioni, tradizioni storiche, psicologia delle masse e delle èlites. La geopolitica non è tuttologia, ma ciò che emerge dalla combinazione di questi elementi; è tale solo se fa i conti con la realtà e con i limiti che questa ci impone. La geopolitica può apparire cinica perché più cinica ancora è la realtà. 

La cruda ed efferata esecuzione del capo delle Niru-ye-Qods, meglio note come “Brigate Gerusalemme”, Qasem Soleimani lo scorso 3 gennaio ha risvegliato parte della stampa mainstream dal torpore e dall’autoreferenzialità delle proprie narrazioni, ciarlando di Terza guerra mondiale, dimenticando che scorre il sangue nel grande Medio Oriente ininterrottamente ormai da decenni.

Che la nostra stampa non brillasse, quasi mai, di lucidità analitica sugli affari internazionali e scenari geopolitici è affare noto ma l’accavallarsi di analisi e giudizi affrettati e fuorvianti, nonché di irreversibili scenari apocalittici confondono e disinformano più che rendere chiarezza. La tendenza della nostra stampa, ma in generale del ceto “colto”, è ormai da decenni quella di approfondire eventi e processi storici con netti tagli economicistici, scorporati da contesti politici e geopolitici. Una navicella vagante nella galassia della scienza triste, assurta al rango di teosofia, che indaga il mondo solo per allontanarsene in imperscrutabili orizzonti mistici. L’Iran è un paese che invece vive di storia e di gloria, che non disconosce il suo passato imperiale, che sopravvive a terremoti politici e fisici perché dietro la manifesta rigidità religiosa e culturale si cela uno spiccato pragmatismo.

Clausewitz ci insegnava che la guerra è un atto di violenza che ha come scopo quello di costringere l’avversario a eseguire le nostre volontà. Le guerre sono sempre scommesse che talvolta sfidano ogni logica umana, ma nessuno s’avventurerebbe in un’impresa militare se a conoscenza che esistono buone probabilità di essere annientato. Per gli iraniani non è solo istinto di sopravvivenza ma pragmatismo, forse anche dettato da impari rapporti di forza, tuttavia le emozioni in geopolitica non prevalgono mai, ancor meno a Teheran. America e Iran godendo della stessa logica strategica e di una contrastante ma comparabile logica teo-politica, probabilmente non subito, si siederanno ad un tavolo e ridiscuteranno un altro accordo.

Qasem Soleimani

L’amministrazione Trump ha ereditato da Obama un coinvolgimento nella crisi siriana, con un’espansione russa che ha determinato una sconfitta relativa per gli interessi americani nella regione. Trump, uomo tronfio e  sprezzante, miliardario della costa rappresentante dell’America interna, avrebbe mai accettato una sconfitta geopolitica proprio nei 4 anni della sua presenza alla Casa Bianca?. Forse lui sì, chi lo sa? Ma non l’hanno accettata i suoi apparati. In un continuo logorio di smentite, colpi bassi, scandali e procedimenti giudiziari l’America di oggi in piena transizione geopolitica sta vivendo uno scontro interno alle sue èlite come forse non si vedeva dai tempi della secessione del Sud. Questo annebbia la vista, troppo concentrata sui tweet presidenziali e le roboanti dichiarazioni, mentre negli ultimi anni aumenta il contingente mediorientale, europeo, asiatico e africano degli statunitensi e il deficit pubblico è in aumento ma i cronisti vedono l’opposto, ovvero ritiro strategico e protezionismo commerciale. 

Pochi analisti italiani (tra cui Germano Dottori nel suo saggio La visione di Trump) hanno realmente compreso il cambio paradigmatico della postura geopolitica americana. Trump è portatore di una tradizione jacksoniana in politica interna che non disdegna e non contraddice la muscolarità mostrata in politica estera. “La pace attraverso la forza” ama ripetere Trump, far sedere al tavolo negoziale gli avversari, ma solo dopo averli presi a sberle. Perché gli americani hanno attaccato l’Iran con l’uccisione di una “semidivinità” in patria e in gran parte della mezzaluna sciita? Perché hanno osato così tanto?

La risposta più plausibile sembra essere che hanno scommesso, correndo un grande rischio dalla portata incommensurabile. I proconsoli Israele e Arabia Saudita sono soddisfatti, ma non esultano neanche loro di gioia perché forse hanno compreso la gravità di un tale atto che viola anche le regole più spinte della grammatica geopolitica, non apportando vantaggi neanche sul presunto contenimento della Repubblica Islamica nella regione.  Questo ci fa dedurre poi un profondo odio e un’abissale incomunicabilità tra gli apparati dei due Paesi acerimmi nemici, una misconoscenza etnico-culturale dell’altro quasi totale. Gli apparati securitari di URSS e Stati Uniti non sarebbero mai arrivati a tanto reciprocamente.

Può scorgersi un messaggio indiretto ai russi su chi ancora distribuisce le carte al tavolo del Medio Oriente, e un altro ai cinesi che importano il 30% del petrolio iraniano sotto sanzioni. Il petrolio si è apprezzato e ciò può creare qualche difficoltà a Pechino ancora troppo dipendente dalle importazioni di idrocarburi e favorire gli Usa da qualche anno esportatori netti di greggio. Anche in Anatolia i turchi avranno recepito il messaggio della superpotenza verso chi prova a scardinare egemonie regionali o equilibri storicamente consolidati.

Che la mossa fosse anche diretta a rivali strategici di altra caratura come Russia e Cina lo si evince dalla storia americana. Dal 1898 gli americani combattono guerre contro alcuni Paesi volendo però sconfiggerne altri (guerra contro il moribondo impero spagnolo per sconfiggere il dominio britannico dei mari, la seconda guerra mondiale per dare il colpo di grazia al colonialismo europeo, l’Iraq per colpire l’Arabia Saudita responsabile indiretta degli attentati dell’11 settembre e forse anche l’Afghanistan per colpire il Pakistan, finanziatore di terroristi).

Il regime di Teheran ha reagito (al momento) in modo oculato, ponderato e proporzionato. Una manciata di missili balistici lanciati con precisione al fine di evitare effetti collaterali e isteriche reazione yankee, può tenere a bada la tumultuosa reazione delle masse e dell’opinione pubblica, che per quanto appaia dagli stereotipi oppressa e silente è pronta a cambiare governo alle prossime elezioni per via elettorale. Gli iraniani hanno preventivamente avvertito gli iracheni, i quali avrebbero passato l’informazione ad Usa ed alleati. Il tutto persino nel rispetto dell’art. 51 della Carta Onu sulla legittima difesa. Il regime iraniano tiene anche conto dell’opinione pubblica mondiale, da usare come leva negoziale in sede Onu. Seppur sommessamente, molti Paesi “minori” hanno espresso rammarico e cordoglio a Teheran, non allineandosi a dichiarazioni vaghe di clientes o province europee dell’ Impero (chiamatele come volete).

La mossa americana appare ancor più incomprensibile poiché l’Iran vive una crisi socio-economica dovuta alle sanzioni internazionali e ad alcune disfunzioni del sistema politico-economico, che non facevano pensare ad una prossima egemonia regionale che scalzasse Washington dall’area. Nonostante le prestigiose vittorie sul terrorismo arabo-sunnita che hanno dato eco internazionale al Paese e alle stesse forze QUDS, forse anche gli iraniani avevano compreso che il costo per la creazione di un “fronte” sciita dal Mediterraneo all’Afghanistan sarebbe stato troppo oneroso o sanguinoso. L’Iraq su quell’asse sarebbe stato un alleato affidabile solo a costo di un’altra guerra civile vinta nettamente da un’alleanza sciita. Le stesse milizie irachene tra cui quella sciita Hashed, che ha visto la morte del suo comandante Mahdi al Muhandis nel convoglio di Suleimani, o il leader della coalizione di maggioranza del parlamento iracheno Saairun, Moqtada al Sadr, nonostante abbiano una tendenza smaccatamente filo-iraniana, devono fare i conti con un acceso e tenace nazionalismo iracheno che si oppone allo sbrandellamento del Paese e delle sue fragili istituzioni. La tensione resta alta e l’Iraq oltre che mediatore, sarà soprattutto oggetto della contesa.

L’Iran non s’imbarcherà in nessuna guerra perché ne uscirebbe annichilito da un confronto diretto e il regime lo sa. Altre strade sono possibili. Continuare le proxy wars nella mezzaluna sciita e nella penisola arabica tramite milizie e alleati regionali, trovare sponde diplomatiche in Turchia, Russia e Cina (la sponda europea appare improbabile vista la scarsa credibilità di cui gode Bruxelles, non solo agli occhi del mondo, ma degli stessi europei), magari puntando ad una nuova accelerazione sul nucleare per negoziare da una posizione di forza.

Qasem Soleimani insieme a Abu Mahdi al-Muhandis. Foto di Fars News Agency

Con un presidente sotto impeachment e le elezioni del 2020 tra le più importanti degli ultimi 40 anni, la confusione regna sovrana anche al di là dell’Atlantico. Washington uccidendo Soleimani ha scommesso, una puntata davvero rischiosa. L’Iran non farà lo stesso errore rilanciando. O almeno si spera!