Se i paesi arabi hanno il petrolio, disse Deng Xiaoping, noi abbiamo le terre rare.

Se mi si domandasse come affrontare un grande esercito nemico disposto in file ordinate e sul punto di muovere all’attacco, risponderei: «Comincia col prendere qualcosa a cui il tuo oppositore tiene molto: così egli sarà assoggettabile al tuo volere».

La storia delle cosiddette terre rare inizia in un luogo remoto, l’isola di Resarö, nell’arcipelago di Stoccolma. Qui, nelle foreste circostanti il villaggio di Ytterby, in un sito minerario di modeste dimensioni, la Ytterby gruva, il tenente della Svea artilleriregemente, nonché chimico e mineralogista, Carl Axel Arrhenius, di stanza a Vaxholm, raccogliendo per diletto alcuni campioni si convince della potenziale particolarità di quel minerale nero, simile al carbone ma più pesante, che ha appena rinvenuto. Li spedisce quindi a Johan Gadolin, chimico, eminente membro dell’accademia di Turku. Questi, dopo svariati tentativi, riesce a isolare un elemento dal colore argenteo cui dà il nome di Ittrio, in ragione del luogo della scoperta, Ytterby per l’appunto.

Johan Gadolin

Era il 1789 e il mondo scientifico conosceva il primo degli elementi poi denominati “terre rare”. Dalla scoperta di Gadolin una serie di ricerche presso la Ytterby Gruva portarono all’individuazione di molti dei metalli di quella che sarà, all’interno della nascente tavola degli elementi, la serie dei lantanoidi. Sono accomunati all’Ittrio ed allo Scandio, oltre che dalle simili caratteristiche geo-chimiche, anche dall’assenza, in natura, di depositi minerari di singoli elementi in quantità apprezzabili. Per questo motivo vennero definiti “rare”, in quanto presenti in piccole percentuali all’interno di diversi minerali-contenitore. Il termine “terre” venne scelto perché in quel tempo così si chiamavano gli elementi che non possono essere modificati dal fuoco. Oggi, pur sapendo che le terre rare superano, per abbondanza nella crosta terrestre, metalli tra i più utilizzati a livello industriale quali il Nichel o il Rame, la scarsità di siti minerari economicamente sfruttabili continua a giustificarne in qualche modo l’etichetta.

Più che la scarsità assoluta, a renderli rari è la conformazione dei minerali-contenitore: concentrazioni apprezzabili di terre rare possono trovarsi in molte formazioni sedimentarie o magmatiche (carbonatite, fosforite, pegmatite, placer di monazite e di bastnasite). Esistono tuttavia particolari tipi di depositi che rendono più semplice l’estrazione (quindi economicamente più vantaggiosa), mettendo i paesi che ne dispongono in posizione privilegiata. Ne sono esempio alcuni depositi la cui formazione, derivante dalla lisciviazione di elementi contenuti in rocce ignee comuni, fissate poi in suoli argillosi, è ancora un mistero per gli studiosi. Si trovano solo in Cina ed in Kazakhstan.

Ci sono invece grandi quantità di Rare Earth Elements delle quali non si procede all’estrazione perché non sostenibile economicamente, come avviene ad esempio nel giacimento australiano Olympic Dam (la più grande riserva di Uranio conosciuta). Ugualmente può dirsi delle formazioni di bauxite carsica, presenti in Montenegro, o dei depositi marini di fosfati.

Uranio arricchito

Questo perché le terre rare necessitano un processo estrattivo molto complesso, basato sulle specifiche dei minerali-contenitore, differenti in ogni sito. Non esiste un metodo standard di estrazione nell’industria delle terre rare, come è invece, ad esempio, nell’industria dello Zinco. Rimanendo su questo esempio, lo Zinco viene ricavato prevalentemente dalla Sfalerite (un solfuro di zinco e ferro) mediante fusione, con la quale si elimina lo Zolfo, e purificazione tramite elettrolisi. Due semplici passaggi, quindi. Un qualsiasi minerale contenente terre rare deve essere, invece, sottoposto a svariati processi chimici per eliminarne le impurità e poi separare i diversi elementi presenti al suo interno. Peraltro, la maggior parte dei minerali-contenitore presenta tracce elevate di Torio (Th), il che rende tutto più complesso – ergo, più costoso – nella fase di maneggiamento dei prodotti e di smaltimento delle scorie.

Il mercato delle terre rare presenta quindi delle barriere all’entrata impegnative per chi volesse cimentarvisi: un alto costo di avvio degli stabilimenti e di acquisizione del know how necessario, nonché costi di adeguamento a normative ambientali e sociali plausibilmente molto alti (smaltimento dei prodotti di scarto, misure di sicurezza e prevenzione per i lavoratori esposti a radiazioni, ecc.). Ciò, ovviamente, considerando di aver già individuato un sito in cui l’estrazione sia possibile. Ma come mai si dovrebbero impegnare risorse in ricerca e attività estrattive, o comunque sovvenzionare imprese, per ottenere questi metalli?

La risposta è altrettanto semplice: le terre rare ci permettono di realizzare prodotti digitali e tecnologici di elevata qualità. Sono la chiave della supremazia tecnologica. Smartphone, computer, tablet e televisori sono zeppi di leghe di terre rare; nell’automotive, soprattutto nei segmenti ibrido/elettrico, si fa un grande uso di Lantanio (La) e Cerio (Ce); nell’industria militare si utilizzano composti di terre rare per visori notturni (Lantanio) e laser telemetrici (Neodimio, Nd), l’Erbio (Er) per amplificare la trasmissione delle fibre ottiche, l’Europio (Eu) per monitor e lampade fosforescenti e il Samario (Sa) per magneti ad alta resistenza, armi teleguidate di precisione e per la tecnologia stealth.

I paesi con grande consumo/produzione interni di questi beni non possono prescindere dai Rare Earth Elements. In poche parole: Silicon valley e la più alta spesa militare pro capite, per capire chi proprio non può fare a meno di terre rare. Gli USA oggi rappresentano il secondo consumatore mondiale di terre rare e importano circa l’80% del proprio fabbisogno dalla Cina. Ci si potrebbe chiedere come mai gli Stati Uniti d’America non abbiano una produzione interna adeguata di prodotti le cui caratteristiche uniche rendono essenziale e strategico l’averne sempre disponibili.

Abbiamo visto come la storia delle terre rare inizi con la piccola scoperta d’un tenente d’artiglieria svedese. La storia commerciale delle terre rare inizia invece alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, quando la fosforescenza rossa dell’Europio viene utilizzata nei piccoli schermi delle televisioni: nasce la TV a colori. Da quel momento la domanda globale di terre rare sale di pari passo col progresso tecnologico, si impenna negli anni ’90 e raggiunge l’apice nel primo decennio del nuovo millennio. L’industria mineraria cinese, dal canto suo, entra nel mercato negli anni Ottanta iniziando a sviluppare proprie tecnologie estrattive e, forte degli incentivi statali, complici anche il basso costo di manodopera e le pressoché nulle politiche ambientali, arriva a metà anni ’90 a vendere terre rare a prezzi decisamente più bassi del costo di produzione.

Chiaramente, in nessun sistema economico occidentale o simile un’azione del genere è ripetibile. L’impatto è tale da causare, nel giro di pochi anni, l’uscita dal mercato della maggior parte dei competitor stranieri. Proprio gli Stati Uniti, che fino ad allora producevano un terzo della domanda mondiale di terre rare, cessarono ogni produzione nel 2002, affidandosi all’import come unico mezzo di sostentamento. Così nel giro di una quindicina d’anni, nel 2010, circa il 97% della produzione mondiale di terre rare proviene da miniere cinesi.

Sostanzialmente un monopolio. Tanto che – casus belli l’annosa disputa per le isole Senkaku – proprio tra il 2010 e il 2011 il governo cinese provocò una crisi nel mercato delle terre rare, bloccandone le esportazioni verso il Giappone. Certo, gli esperti si affrettarono a smentirne l’insostituibilità e a ricordare le ingenti riserve accumulate negli anni. La miniera di Mountain Pass, in California, venne riaperta (salvo poi chiudere nuovamente i battenti nel 2015). Fatto sta che sia i prezzi che le quotazioni delle società cinesi schizzarono e che la rinuncia alle terre rare – cioè sostituirle con leghe di altri metalli – avrebbe significato un deciso passo indietro nella corsa alla supremazia tecnologica.

Con il new deal trumpiano le terre rare rischiano di rivelarsi un guinzaglio molto corto. A maggio Xi Jinping ha risposto all’esclusione, ad opera del National defense authorization act, di Huawei e “compagne” (Hytera, Zte, Dahua ed Hikvision) dai contratti pubblici di acquisto di apparecchiature di rete e TLC con una visita allo stabilimento della JL Mag Rare-Earth a Ganzhou, nella provincia orientale dello Jiangxi.

Una velata minaccia.

Anche per questo probabilmente nel 2018 Mountain Pass (unica miniera degli USA) è tornata a produrre, per la seconda volta nel giro di otto anni. In Giappone alcuni geologi sostengono di aver individuato il più grande giacimento di terre rare del mondo, mentre l’Australia, che negli ultimi anni si è ritagliata il posto di vero competitor del colosso cinese, nel giro di tre anni ha raddoppiato la produzione, passando dalle 10000 tonnellate del 2015 alle 20000 del 2018. È evidente come lo scettro del monopolio inizi a vacillare nella mano del colosso cinese, e non soltanto per l’ovvia ragione che il capitalismo di stato ha un suo “ciclo vitale”: anche dal punto di vista ambientale la produzione di terre rare fuori da determinati parametri di sicurezza può risultare difficilmente gestibile sul lungo periodo.

Per citare un esempio, nella regione autonoma della Mongolia interna, a Baotou (uno dei principali siti di produzione di terre rare) gli scarti delle raffinerie confluiscono in un’enorme pozza, il cosiddetto lago di Baotou, che altro non è se non una discarica di fango tossico. Il governo di Pechino ha dovuto spostare di diversi chilometri gli abitanti delle zone circostanti, per ovvie ragioni, dichiarando poi che si sarebbe occupata della sanificazione di Baotou.

Fango tossico riversato a Baotou

In quest’ottica si potrebbe ipotizzare un lento cedimento del monopolio cinese che tuttavia, lungi dal minacciarne lo strapotere (la produzione cinese è di 120000 tonnellate, rispetto alle 170000 globali), potrebbe far parte di una strategia di diversificazione dei siti di produzione. Difatti le compagnie cinesi sono attive ovunque vi sia estrazione di terre rare, dall’Australia all’Africa, fino addirittura a Mountain Pass, gestita da un gruppo di società tra le quali un socio di minoranza cinese. Del resto, “lo stratega vittorioso dà battaglia solo dopo che essa sia stata vinta; al contrario, colui che è destinato alla sconfitta, in primo luogo combatte e poi cerca di vincere”.

La gestione della produzione e dell’esportazione di terre rare resta quindi, nel breve periodo, asset strategico nelle mani di Pechino, tanto più in quanto essenziale per la supply chain della difesa americana. Potremmo dire che oggi più che mai “non basta più armare il braccio di una spada”, che “ci si deve armare fin nel midollo, fino al nervo vitale più sottile” per combattere una guerra che parte da dietro, da dentro, “dalle miniere fumanti e ardenti”, dai “trasporti, i suoi motori, gli aerei, le megalopoli”, dalla mobilitazione totale, atomizzata, delle forze industriali.